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il magnifico lorenzo de medici testo integrale brano completo citazione delle fonti commedie opere letterarie e in versi



I

Ben arà duro core

Ben arà duro core,
quel che non segue Iesù Salvatore.
Bene arà il cor perverso,
bene arà sé medesimo in dispetto
chi non sarà converso
ove ci chiama Iersù benedetto.
Dice: «Vien', che io t'aspetto;
ché muoio per salvarti, o peccatore!».

Non vuol la sua salute
chi non si muove a sì benigna voce;
non ha grazia o virtute
chi non pensa allo amor che 'l pose in croce;
molto a se stesso nuoce
chi non contempla quanto è il suo amore.

Cieco se', stu non mire,
o peccatore, il tuo eterno bene!
Perso hai in tutto l'udire,
se tu non senti la voce che viene
sol per trarti di pene,
se tu vorrai por fine a tanto errore.

Chi sanza te t'ha fatto,
sanza te stesso non ti vuol salvare;
se tu non ti se' astratto
dalla tua morte, non ti puoi scusare;
se te non vuoi amare,
tua fia la colpa, e tuo il danno e il dolore.

Deh, rivolgiti a Lui,
che ti contenterà de' beni eterni!
Tuo non se', ma d'altrui,
se tu permetti che altri ti governi;
poco a lungi discerni,
se non contempli chi è il tuo Signore.

E' muor per darti vita,
e diventa mortal per far te dio;
la sua gloria infinita
patisce per salvarti infetto e rio.
S'Egli è benigno e pio,
deh, non esser sì tristo pagatore.

Deh, prendi la sua via,
piglia il suo santo giogo sì suave!
Comincia, e fa' che stia
col dolce peso adosso, non già grave.
Tanta pietà questo have,
che ti farà felice a tutte l'ore.

II

Poi che io gustai, Iesù, la tua dolcezza.

Cantasi come Tanta pietà mi tira e tanto amore

Poi che io gustai, Iesù, la tua dolcezza,
l'anima più non prezza
del mondo cieco alcun altro diletto.

Da poi che accese quella ardente face
della tua carità l'afflitto core,
nessuna cosa più m'aggrada o piace;
ogni altro ben mi par pena e dolore,
tribulazion e guerra ogni altra pace,
tanto infiammato son del tuo amore;
nulla altro mi contenta o dà quiete,
né si spegne la sete,
se non solo al tuo fonte benedetto.

Quel che di te m'innamorò sì forte,
fu la tua carità, o Pellicano,
che per dar vita a' figli, a te dài morte
e per farmi divin, se' fatto umano:
preso hai di servo condizione e sorte,
perch'io servo non sia o viva invano.
Poiché 'l tuo amore è tanto smisurato,
per non essere ingrato
tanto amo te, che ogni cosa ho in dispetto.

Quando l'anima mia teco si posa,
ogn'altro falso ben mette in oblio:
la tribulata vita faticosa
sol si contenta per questo disio,
né può pensare ad alcun'altra cosa,
né parlar né veder se non te, Dio.
Solo un dolor li resta, che la strugge:
el pensar quando fugge
da lei il dolce pensier per suo difetto.

Vinca la tua dolcezza ogni mio amaro,
allumini il tuo lume il mio oscuro,
sicché il tuo amor, che m'è sì dolce e caro,
mai da me non si parta nel futuro.
Poi che non fusti del tuo sangue avaro,
di questa grazia ancor non mi esser duro:
arda sempre il mio cor tuo dolce foco,
tanto che a poco a poco
altri che tu non resti nel mio petto.

III

O Dio, o sommo Bene, or come fai.

Cantasi come Canzone del Fagiano

O Dio, o sommo Bene, or come fai,
che te sol cerco e non ti trovo mai?

Lasso, s'io cerco questa cosa o quella,
te cerco in esse, o dolce Signor mio!
Ogni cosa per te è buona e bella
e muove, come buona, il mio disio;
tu se' pur tutto in ogni luogo, o Dio,
e in alcun luogo non ti truovo mai.

Per trovar te la trista alma si strugge,
il dì m'affliggo e la notte non poso.
Lasso, quanto più cerco, più si fugge
il dolce e desiato mio riposo!
Deh, dimmi, Signor mio, ove se' ascoso:
stanco già son, Signor, dimmelo omai.

Se a cercar di te, Signor, mi muovo
in ricchezze, in onore o in diletto,
quanto più di te cerco, men ne truovo,
onde stanco mai posa il vano affetto.
Tu m'hai del tuo amore acceso il petto,
poi se' fuggito, e non ti veggo mai.

La vista, in mille varie cose volta,
ti guarda e non ti vede, e sei lucente;
l'orecchio ancor diverse voci ascolta,
il tuo suono è per tutto, e non ti sente:
la dolcezza comune a ogni gente
cerca ogni senso, e non la truova mai.

Deh, perché cerchi, anima trista, ancora
beata vita in tanti affanni e pene?
Cerca quel cerchi pur, ma non dimora
nel luogo ove tu cerchi questo bene:
beata vita onde la morte viene
cerchi, e vita ove vita non fu mai.

Muoia in me questa misera vita,
acciò che io viva, o vera vita, in te;
la morte in multitudine infinita
in te sol vita sia, che vita se';
muoio quanto te lascio e guardo me:
converso a te, io non morrò già mai.

Degli occhi vani ogni luce sia spenta,
perché vegga te, vera luce amica;
assorda e miei orecchi, acciò che io senta
la disiata voce che mi dica:
"Venite a me, chi ha peso o fatica,
ch'io vi ristori": egli è ben tempo omai!

Allor l'occhio vedrà luce invisibile,
l'orecchio udirà suon ch'è senza voce,
luce e suon che alla mente è sol sensibile,
né il troppo offende o a tal senso nuoce.
Stando e piè fermi, correrà veloce
l'alma a quel ben che è seco sempre mai.

Allor vedrò, o Signor dolce e bello,
che questo bene o quel non mi contenta,
ma levando dal bene e questo e quello,
quel ben che resta il dolce Dio diventa.
Questa vera dolcezza e sola senta
chi cerca il ben: questo non manca mai.

La nostra eterna sete mai non spegne
l'acqua corrente di questo o quel rivo,
ma giugne al tristo foco ognor più legne:
sol ne contenta il fonte eterno e vivo.
O acqua santa, se al tuo fonte arrivo,
berrò, e sete non arò più mai.

Tanto desio non dovria esser vano,
a te si muove pure il nostro ardore.
Porgi benigno l'una e l'altra mano,
O Iesù mio: tu se' infinito amore!
Poiché hai piagato dolcemente il core,
sana tu quella piaga che tu fai!

IV

Quanto è grande la bellezza.

Cantasi come Quant'è bella giovinezza

Quanto è grande la bellezza
di te, Vergin santa e pia!
Ciascun laudi te, Maria,
ciascun canti in gran dolcezza.

Colla tua bellezza tanta
la Bellezza innamorasti.
O Bellezza eterna e santa,
di Maria bella infiammasti!
Tu di Amor l'amor legasti,
Vergin santa, dolce e pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Quello Amor che incende il tutto,
la Bellezza alta infinita,
del tuo ventre è fatto frutto,
mortal ventre, e 'l frutto è Vita.
La Bontà perfetta unita
è tuo bene, o Vergin pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

La Potenza, che produce
tutto, in te la sua forza ebbe:
fatto hai il Sole esser tua luce,
luce, ascosa in te, più crebbe.
Quello a cui il tutto debbe,
debbe a te, o Maria pia!
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Prima che nel petto santo
tanto ben fussi raccolto,
saria morto in doglia e in pianto
chi di Dio vedessi il volto:
questa morte in vita ha vòlto
el tuo parto, o Vergin pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Hanno poi e mortali occhi
visto questo eterno Bene:
volse che altri il senta e tocchi,
onde vita al mondo viene.
O felice mortal' pene,
cui vendetta è tanto pia!
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

O felice la terribile
colpa antica e il primo errore,
poiché Dio fatto ha visibile,
et ha tanto Redentore!
Questo ha mostro quanto amore
porti a noi la Bontà pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Se non era il primo legno,
che in un gusto a tutti nuoce,
non arebbe il mondo indegno
visto trionfar la Croce:
della colpa tanto atroce
gloria fe' la Bontà pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Tu, Maria, fusti onde nacque
tanto bene alla natura.
l'umiltà tua tanto piacque
che il Fattore è tua fattura.
Laudi ognun con mente pura
dunque questa Madre pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

A laudarti, o Maria, venga
ciaschedun d'amore acceso:
peccator nessun si tenga,
benché molto l'abbi offeso;
su le spalle il nostro peso
posto ha al Figlio questa pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Più della salute vostra,
peccator', non dubitate,
el suo petto al Figlio mostra
questa Madre di pietate;
le sue piaghe insanguinate
mostra a lei la Bontà pia.
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

Dice lei: «O santo Figlio,
questo petto t'ha lattato».
E lui dice: «Io fe' vermiglio
già di sangue il mio costato:
per pietà di questo ingrato
la Pietà è sempre pia».
Ciascun laudi te, Maria;
ciascun canti in gran dolcezza.

V

O maligno e duro core.

Cantasi come Canzona de' Valenziani

O maligno e duro core,
fonte d'ogni mal concetto,
ché non scoppi in mezzo il petto,
ché non scoppi di dolore?

Non pigliare alcun conforto,
o cor mio di pietra dura:
poi che Iesù dolce è morto,
trema il mondo e 'l sole oscura;
escon della sepoltura
morti, il Tempio straccia il velo;
piange, oimè, la terra e il cielo;
tu non senti, o duro core.

Liquefatti come cera,
o cor mio tristo e maligno,
poi che muor la Vita vera,
Iesù tuo, Signor benigno;
fa', cor mio, sul duro ligno
con Iesù ti crucifigga;
quella lancia ti trafigga
che passò a Iesù il core.

O cor mio, così piagato
fa' di lacrime un torrente,
come dal santo costato
versa sangue largamente;
gran dolcezza, o cor mio, sente
chi accompagna Iesù santo;
se la pena è dolce tanto,
più dolce è chi con lui muore.

Vengon fuor così dolce acque
della fonte tanto amara;
poiché morte, o Dio, ti piacque,
fatta è morte dolce e cara.
O cor mio, da Iesù impara:
la tua croce ancor tu prendi
e sopra essa ti sospendi;
non muor mai chi con lui muore.

VI

Peccator', su tutti quanti.

Cantasi come la Canzona de' visi addrieto

Peccator', su tutti quanti,
rallegriànci con disio:
questo è il dì che ha fatto Dio:
ciascheduno esulti e canti!

Peccator', la morte è morta:
questa morte vita dona;
la pena oggi ognun conforta,
dolce pena e morte buona.
Oggi il servo si corona,
dello inferno vengon santi.

Oggi al ciel la spiga arriva
di quel gran che in terra è morto;
questo gran, se non moriva,
frutto alcun non aria porto:
questo frutto oggi nell'orto
di Maria conforta e pianti.

Questa spiga il suo bel frutto
ha cresciuto e fatto un pane:
santo Pan, che pasce il tutto
alle mense cotidiane.
O felice menti umane,
che mangiate il Pan de' santi!

Cieca notte, ben sei santa,
che 'l vedesti suscitare:
nelle tenebre tue tanta
luce al mondo non ha pare,
l'ombre tue furon più chiare
che del sole e raggi tanti.

Mostra il cammin dritto e certo
la colonna nella oscura
notte al popol nel diserto:
agli egizii fa paura;
l'inferno a tal luce pure
triema, e in ciel cantono e santi.

O beata notte e degna,
tuo Fattor gran ben ti vuole,
benché il sol forse ne sdegna,
tu vedesti un più bel Sole!
Tanta gloria con parole
non si lauda o mortal' canti.

Ciaschedun lasci la vesta
della notte tenebrosa,
della luce l'arme vesta:
luce in noi sia ogni cosa.
Nostra vita, in Cristo ascosa,
luce è in Dio: cantate, o santi.

VII

O peccator, io sono Dio eterno.

Cantasi come la Canzona dei Fornai

O peccator, io sono Dio eterno,
che chiamo sol per trarti dello inferno.

Deh, pensa chi è quel che tanto t'ama
e che sì dolcemente oggi ti chiama!
E tu chi se', la cui salute e' brama:
se tu ci pensi, non morrai in eterno.

Io sono Dio, del tutto creatore;
tu non uom, anzi un vil vermin che muore;
in mille modi ognor ti tocco il core,
tu non odi, e più tosto vuoi l'inferno.

Perché ti muova più la santa voce,
ecco per te io monto in su la croce;
col sangue lavo la tua colpa atroce,
tanto m'incresce del tuo male eterno.

Deh, vieni a me, misero poveretto,
o peccator, che a braccia aperte aspetto
che lavi nel mio sangue el tuo difetto,
per abbracciarti e trarti dello inferno!

Con amorosa voce e con soave
ti chiamo per mutar tue voglie prave.
Deh, prendi il giogo mio, che non è grave:
è leggier peso, che dà bene eterno.

Io veggo ben che il tuo peccato vecchio
al mio chiamar ti fa serrar l'orecchio;
ecco, la grazia mia io t'apparecchio,
tu la fuggi, e più tosto vuoi l'inferno.

Deh, dimmi che frutto hai o che contento
di questa che par vita et è tormento,
se non vergogna, affanno e pentimento?
E vuoi perder per questa il bene eterno?

Pien d'amor, di pietà e di clemenzia,
ti chiamo or, peccatore, a penitenzia;
ma, se aspetti l'ultima sentenzia,
non è redenzion poi nello inferno.

Non aspettar quella sentenzia cruda,
ch'ogni pietà allor convien si escluda;
non aspettar che morte gli occhi chiuda,
che ne vien ratta, e forse fia in eterno.

VIII

Io son quel misero ingrato.

Cantasi come la Canzona delle Cicale

Io son quel misero ingrato
peccator, che ho tanto errato.

Io son quel prodigo figlio
che ritorno al padre mio,
stato sono in gran periglio
esulando da te, Dio;
ma tu se' sì dolce e pio,
che non guardi al mio peccato.

Io son quella pecorella,
che 'l pastor suo ha smarrito:
tu, Pastor, lasci per quella
tutto il gregge, e m'hai seguito;
o Amor dolce e infinito,
perduto ero, or m'hai trovato.

Lasso, oimè, sopra una nave
me e mie ricchezze porto!
La fortuna acerba e grave
ha le merce e il legno assorto;
una tavola ora in porto
il naufrago ha portato.

Ero sano, puro e bello,
fui ferito a mezzo il petto:
grave doglia tal coltello
dièmmi e di morir sospetto;
ma tu, medico perfetto,
questo colpo hai ben sanato.

L'alma pura, innamorata
di te, Dio, suo padre e sposo,
poi dal diavolo accecata,
ha ucciso il suo amoroso;
non può mai trovar riposo:
quanto è misero suo stato!

Perché da te vien, si posa
solo in te, e sua pace truova;
e però niuna altra cosa
a questa alma afflitta giova,
ma convien sempre si muova
fin che te, Dio, ha trovato.

Allor porto ha nostra vita,
quando a te ritorna, o Dio.
Sana la mortal ferita,
truova il sposo dolce e pio:
el padre ha suo figlio rio,
el pastor la ove ha trovato.

El tuo verbo ha liquefatto
la durezza della mente;
dal tuo spirto un vento è tratto
che di pianto fa torrente:
mieterò poi lietamente
quel che in pianti ho seminato.

O mirabil Dio santo
come in me operi e fai,
che mi piace pianger tanto,
che altro non vorrei far mai!
O dolor dolce, che me hai
con Iesù dolce legato!

O dolcissima catena,
che m'ha Dio al collo messo!
O dolcezza intera e piena,
che a chi l'ama ha Dio concesso!
Non dà Dio tal grazia spesso,
e chi l'ha non ne sia ingrato.

Quasi in uno specchio or veggio,
e tu fai che sì mi piaccia
quel che qui sogno e vaneggio:
di dolcezza par mi sfaccia.
Or che fia a faccia a faccia
quanto io ti vedrò beato?

Inquieto è il cor mortale
fin che torna onde par esca:
dàgli, Dio, di colomba ale,
sicch'e' voli e requiesca:
tu se', Dio, quella esca
che 'l disio santo hai saziato.

IX

Vieni a me, peccatore.

Cantasi a modo proprio composto per Isac e come Tu m'hai legato, amore

«Vieni a me, peccatore,
che a braccia aperte aspetto;
versa dal santo petto
visibilmente acqua, sangue e amore.

Come già nel diserto
la verga l'acque ha dato,
così Longino ha aperto
con la lancia il costato.
Vieni, o popol ingrato,
a bere al santo fonte che non muore».

Era in arido sito
el popol siziente;
è della pietra uscito
largo fonte e corrente.
Qui bea tutta la gente:
la pietra è Cristo, onde vien l'acqua fore.

Chi sete ha avuto un pezzo
alle sante acque venga,
e chi pur non ha prezzo
per questo non si tenga,
ma con letizia spenga
la sete alle acque il suo divoto ardore.

Questo è quel Noè santo
che 'l vin della uva preme,
innebriato tanto
sta scoperto e non teme,
Sem e Japhet insieme
le cuopron, Cam accusa il suo errore.

E così nudo in croce
Iesù, di amore acceso,
non cura scherni o voce
di chi l'ha vilipeso;
poi Nicodemo ha preso
e involto in panni il dolce Salvatore.

Ebro di caritate
così il vide Esaia:
rosse e di vin bagnate
le sue veste paria;
del torculare uscia
del vin: questo è la croce e il gran dolore.

«El petto e' santi piedi
verson sangue per tutto;
le mani e il capo vedi
patire, e tu n'hai frutto;
perché io sia così brutto,
vien' pure, o penitente peccatore.

Deh, accostati a me,
non temer che io t'imbrodi,
il mio car figlio se'
ch'io chiamo in mille modi;
non mi terranno e chiodi
ch'io non ti abbracci e stringa col mio core!

Non temer la crudele
spina che il capo ha involto,
o che d'aceto e fele
sappin le labra molto;
bacia il mio santo volto,
deh, non avere a schifo il tuo Signore!

Questo sangue, che io spargo,
non imbratta, anzi lava;
questo perenne e largo
fonte ogni sete cava;
ogni mia pena aggrava
se non è conosciuto tanto amore».

EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Lorenzo de' Medici - Tutte le opere", a cura di Paolo Orvieto, Salerno editrice, Roma, 1992







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