Lorenzo il Magnifico - Opera Omnia >>  Comento de' miei sonetti




 

il magnifico lorenzo de medici testo integrale brano completo citazione delle fonti commedie opere letterarie e in versi




[ PROEMIO ]

Assai sono stato dubbioso e sospeso se io dovevo fare la presente interpetrazione e comento de' miei sonetti; e, se pure qualche volta ero inclinato a farlo, le infrascritte ragioni me occorrevano in contrario e mi toglievano da questa opera. Prima, la presunzione nella quale mi pareva incorrere comentando io le cose propie, così per la troppa estimazione che mostravo fare di me medesimo, come perché e' mi pareva assummere in me quello iudicio che debba essere d'altri, notando in questa parte l'ingegno di coloro alle mani de' quali perverranno e mia versi come poco sufficienti a poterli intendere.

Pensavo, oltr'a questo, potere essere da qualcuno facilmente ripreso di poco iudicio, avendo consumato el tempo nel comporre e comentare versi, la materia e subietto de' quali in gran parte fussi una amorosa passione; e questo essere molto più reprensibile in me per le continue occupazioni e publiche e private, le quali mi dovevano ritrarre da simili pensieri, secondo alcuni non solamente frivoli e di poco momento, ma ancora pernitiosi e di qualche preiudicio così all'anima nostra come all'onore del mondo. E, se questo e il pensare a simili cose è grande errore, metterle in versi è molto maggiore, ma il comentarle non pare minore difetto che sia quello di colui che ha fatto uno lungo e indurato abito nelle male opere, massime perché e comenti sono reservati per cose teologiche o di filosofia e importanti grandi effetti, o a edificazione e consolazione della mente nostra o a utilità dell'umana generazione. Aggiugnesi ancora a questo che forse a qualcuno parrà reprensibile, quando bene la materia e subietto fussi per sé assai degno, avendo scritto e fattone menzione in lingua nostra materna e vulgare, la quale, dove si parla e è intesa, per essere molto comune, non pare declini da qualche viltà, e in que' luoghi dove non è notizia, non può essere intesa, e però a questa parte questa opera e fatica nostra pare al tutto vana e come se non fussi fatta.

Queste tre difficultà hanno insino a ora ritardato quello che più tempo fa avevo proposto, cioè la presente interpretazione. Al presente ho pur deliberato, vinto, al mio parere, da migliore ragioni, metterla in opera, pensando che, se questa mia poca fatica sarà di qualche estimazione e grata a qualcuno sarà bene collocata e non al tutto vana; se pure arà poca grazia, sarà poco letta e da pochi vituperata e, non essendo molto durabile, poco durerà ancora la reprensione nella quale possa incorrere.

E rispondendo al presente alla prima ragione e a quelli che di presunzione mi volessino in alcuno modo notare, dico che a me non pare presunzione l'interpetrare le cose mie, ma più presto tôrre fatica ad altri; e di nessuno è più proprio ufficio lo interpetrare che di colui medesimo che ha scritto, perché nessuno può meglio sapere o elicere la verità del senso suo come monstra assai chiaramente la confusione che nasce dalla varietà de' comenti, ne' quali il più delle volte si segue più tosto la natura propria che la intenzione vera di chi ha scritto. Né mi pare per questo fare argomento ch'io tenga troppo conto di me medesimo o tolga ad altri el giudicarmi, perché credo sia ufficio vero d'ogni uomo operare tutte le cose a beneficio degli uomini, o proprio o d'altri. E perché ognuno non nasce atto o disposto a potere operare quelle cose che sono reputate prime nel mondo, è da misurare se medesimo e vedere in che ministerio meglio si può servire all'umana generazione e in quello esercitarsi, perché e alla diversità delli ingegni umani e alle necessità della vita nostra non può satisfare una cosa sola, ancora che sia la prima e più eccellente opera che possino fare gli uomini; anzi pare che <a questo non possa satisfare né pure> la contemplazione, la quale sanza controversia è la prima e più eccellente. E per questo si conclude non solamente molte opere d'ingegno, ma ancora molti vili ministerii concorrere di necessità alla perfezione della vita umana, e essere vero ufficio di tutti gli uomini, in quel grado che si truovano o dal cielo e dalla natura o dalla fortuna disposti, servire alla umana generazione. Io arei bene desiderato potermi essercitare in maggior' cose; né voglio però per questo mancare in quello che sopporta lo 'ngegno e forze mie a qualcuno, se non a molti, e quali, forse più tosto per piacere a me che perché le cose mie satisfaccino a loro, me hanno confortato a questo fare, l'autorità e grazia delli quali vale assai appresso di me. E se non potrò far altra utilità a chi leggerà li versi miei, almanco qualche poco di piacere se ne piglierà, perché forse troverranno qualche ingegno proporzionato e conforme al loro; e se pure qualcuno se ne ridessi, a me sarà grato che tragga de' versi mia questa voluttà, ancora che sia piccola, parendomi, massimamente pubblicando questa interpretazione, sottomettermi più tosto al giudicio degli altri: con ciò sia che, se da me medesimo avessi giudicato questi miei versi indegni d'essere letti, arei fuggito el giudicio degli altri; ma, comentandoli e publicandoli, fuggo, al mio parere, molto meglio la presunzione del giudicarmi da me medesimo.

Ora, per respondere alle calunnie di quelli che volessino accusarmi avendo io messo tempo e nel comporre e nel comentare cose non degne di fatica o di tempo alcuno, per essere passione amorose etc., e massime tra molte mie necessarie occupazioni, dico che veramente con giustizia sarei dannato, quando la natura umana fussi di tanta eccellenzia dotata, che tutti gli uomini potessino operare sempre tutte le cose perfette; ma perché questo grado di perfezione è stato concesso a molti pochi e a questi pochi ancora molto rade volte nella vita loro, mi pare si possa concludere, considerata la imperfezione umana, quelle cose essere migliori al mondo, nelle quali interviene minore male.

E giudicando più tosto secondo la natura comune e consuetudine universale degli uomini, se bene non lo oserei affermare, pure credo l'amore tra gli uomini non solamente non essere reprensibile, ma quasi necessario e assai vero argumento di gentilezza e grandezza d'animo e soprattutto cagione d'invitare gli uomini a cose degne e eccellenti e eccitare e riducere in atto quelle virtù che in potenzia sono nell'anima nostra. Perché, chi cerca diligentemente quale sia la vera diffinizione dell'amore, trova non essere altro che appetito di bellezza. E se questo è, tutte le cose deformi e brutte necessariamente dispiacciono a chi ama. E mettendo per al presente da parte quello amore, el quale, secondo Platone, è mezzo a tutte le cose a trovare la loro perfezione e riposarsi ultimamente nella suprema bellezza, cioè Dio; parlando di quello amore che s'estende solamente ad amare l'umana creatura, dico che, se bene questa non è quella perfezione d'amore che si chiama “sommo bene”, almanco veggiamo chiaramente contenere in sé tanti beni e vietare tanti mali che, secondo la comune consuetudine della vita umana, tiene luogo di bene, massime se è ornata di quelle circumstanzie e condizioni che si convengono a uno vero amore, che mi pare sieno due: la prima che se ami una cosa sola, la seconda che questa tale cosa se ami sempre. Queste due condizioni male possono cadere se il subietto amato non ha in sé, a proporzione dell'altre cose umane, somma perfezione, e se, oltre alle naturali bellezze, non concorra nella cosa amata ingegno grande, modi e costumi ornati e onesti, maniere e gesti eleganti, destrezza d'accorte e dolci parole, amore, constanzia e fede. E queste cose tutte necessariamente convengono alla perfezione dello amore, perché, ancora che il principio d'amore nasca dagli occhi e da bellezza, nondimeno alla conservazione e perseveranza in esso bisognano quell'altre condizioni, perché, o se per infermità o per età o per altre cagione si scolorissi el viso e mancassi in tutto o in parte la bellezza, restino tutte quell'altre condizione non meno grate all'animo e al cuore che la bellezza agli occhi. Né sarebbono ancora queste tali condizioni sufficienti, se ancora in colui che ama non fusse vera cognizione di queste condizioni, che presuppone perfezione di iudicio nell'amante; né potrebbe essere amore della cosa amata verso colui che ama, se quello che ama non meritassi essere amato, presupposto l'infallibile iudicio della cosa amata.

E però, chi propone un vero amore, di necessità propone grande perfezione, secondo la comune consuetudine degli uomini, così nello amato come in chi ama; e, come avviene di tutte l'altre cose perfette, credo che questo tale amore sia suto al mondo molto raro: che tanto più arguisce l'eccellenzia sua. Chi ama una cosa sola e sempre, di necessità non pone amore ad altre cose, e però si priva di tutti gli errori e voluttà, nelle quali comunemente incorrono gli uomini; e amando persona atta a conoscere e cercando in ogni modo che può di piacerli, bisogna di necessità che in tutte le opere sue cerchi dignificarsi e farsi eccellente tra gli altri, seguitando opere virtuose, per farsi più degno che può di quella cosa che lui stima sopra all'altre degnissima, parendogli che in palese e in occulto, come la forma della cosa amata sempre è presente al core, così sia presente a tutte l'opere sue, le quali laudi o riprenda secondo la loro convenienzia, come vero testimonio e assistente giudice non solo della opera, ma de' pensieri. E così, parte colla vergogna reprimendo el male, parte collo stimolo di piacelli eccitando el bene, se pure questi tali perfettamente non operano, almanco fanno quello che al mondo è reputato manco male: la quale cosa, rispetto alla imperfezione umana, al mondo per bene se elegge.

Questo adunque è stato el subietto de' versi miei; e se pure, con tutte queste ragioni, non risponderò alle obtrettazioni e calunnie di chi mi volessi dannare, almanco, come disse el nostro fiorentino poeta, apresso di quegli che hanno provato che cosa è amore, “spero trovar pietà, non che perdono”, el giudicio de' quali è assai a mia satisfazione. Perché, s'egli è vero, come dice Guido bolognese, che amore e gentilezza si convertino e sieno una cosa medesima, credo agli uomini basti e solamente sia espetibile la laude degli alti e gentili ingegni, curandosi poco degli altri, perché è impossibile fare opera al mondo che sia da tutti gli uomini laudata. E però chi ha buona elezione si sforza acquistare laude apresso di quegli che ancora loro son degni di laude e poco cura l'opinione degli altri. A me pare si possa poco biasimare quello che è naturale: nessuna cosa è più naturale che l'appetito d'unirsi colla cosa bella, e questo appetito è stato ordinato dalla natura negli uomini per la propagazione della umana generazione, cosa molta necessaria alla conservazione dell'umana spezie. E a questo la vera ragione che ci debbe muovere non è né nobiltà di sangue, né speranza di possessioni, di ricchezza o altra commodità, ma solamente la elezione naturale, non sforzata o occupata da alcuno altro rispetto, ma solamente mossa da una certa conformità e proporzione che hanno insieme la cosa amata e lo amante, a fine della propagazione dell'umana spezie. E però sono sommamente da dannare quelli e quali l'appetito muove ad amare sommamente le cose che sono fuori di quest'ordine naturale e vero fine già proposto da noi e da laudare quelli che, seguitando questo fine, amano una cosa sola diuturnamente e con somma constanzia e fede.

A me pare che assai copiosamente sia risposto a tale obietto; e, dato che questo amore, come di sopra abbiamo detto, sia bene, non pare molto necessario purgare quella parte che in me parebbe forse più reprensibile per le diverse occupazioni publiche e private, perché, s'egli è bene, il bene non ha bisogno di alcuna escusazione, perché non ha colpa. E se pure qualche scropuloso iudicio non volessi ammettere queste ragioni, almanco conceda questa piccola licenzia all'età iuvenile e tenera, la quale non pare tanto obligata alla censura e iudicio degli uomini, e nella quale non pare tanto grave qualunche errore, massime perché, più stimulata a declinare de la via retta e, per la poca esperienzia, manco si può opponere a quelle cose che la natura e comune uso degli altri persuadono. Questo dico in caso che pure fussi stimato errore amare molto con somma sincerità e fede una cosa, la quale sforza per la perfezione sua l'amore dello amante: la quale cosa non confesso essere errore. E se questo è, o per le ragioni dette o avuto rispetto all'età, né il comporre né il comentare mia versi fatti a questo proposito mi può essere imputato a grave errore. E dato che fussi vero che non si convenissi comento a simile materia, per essere piccola e poco importante o a edificazione o a contento della mente nostra, dico che, se questo è, la fatica di questo comento convenirsi massimamente a me, acciò che altro ingegno di più eccellenzia che il mio non abbia a consumarsi o a metter tempo in cose sì basse; e se pure la materia è alta e degna come pare a me, el chiarirla bene e farla piana e intelligibile a ciascuno, essere molto utile; e questo, per quello ho detto di sopra, nessuno il può fare con più chiara espressione del vero senso che io medesimo. Né io sono stato el primo che ho comentato versi importanti simili amorosi subietti, perché Dante lui medesimo comentò alcuna delle sue canzone e altri versi; e io ho letto il comento di Egidio romano e Dino del Garbo, eccellentissimi filosofi, sopra a quella sottilissima canzona di Guido Cavalcanti, uomo al tempo suo riputato primo dialettico che fussi al mondo, e inoltre a questi nostri versi vulgari eccellentissimo, come mostrano tutte le altre sue opere e massime la sopra detta canzona che comincia: “Donna me prega” etc., la quale non importa altro che il principio come nasce ne' cuori gentili amore e gli effetti suoi. E se pure alla purgazione mia non sono sufficienti né le sopra scritte ragioni né gli essempi, la compassione almeno mi doverria giustificare, perché, essendo nella mia gioventù stato molto perseguitato dagli uomini e dalla fortuna, qualche poco di refrigerio non mi debbe essere dinegato, el quale solamente ho trovato e in amare ferventemente e nella composizione e comento de' miei versi, come più chiaramente faremo intendere quando verreno alla esposizione di quello sonetto che comincia: “Se tra gli altri sospir' ch'escon di fore”, etc. Quale sieno sute le mie maligne persecuzioni, per essere assai publiche è assai noto, qual sia suta la dolcezza e refrigerio che el mio dolcissimo e constantissimo amore ha dato a queste, è impossibile che altri che io lo possi intendere; perché, quando bene l'avessi ad alcuno narrato, così era impossibile a lui lo intenderlo, come a me referirne il vero. E però torno al sopra detto verso del nostro fiorentino poeta, che, “dove sia chi per pruova intenda amore” (così questo amore che io ho tanto laudato, come qualche particulare amore e carità verso di me), “spero trovar pietà non che perdono”.

Resta adunque solamente rispondere alla obiezione che potessi essere fatta, avendo scritto in lingua vulgare, secondo il giudicio di qualcuno non capace o degna di alcuna eccellente materia e subietto. E a questa parte si risponde: alcuna cosa non essere manco degna per essere più comune, anzi si prova ogni bene essere tanto migliore, quanto è più comunicabile e universale, come è di natura sua quello che si chiama “sommo Bene”; perché non sarebbe sommo, se non fussi infinito, né alcuna cosa si può chiamare infinita, se non quella che è comune a tutte le cose. E però non pare che l'essere comune in tutta Italia la nostra materna lingua li tolga dignità, ma è da pensare in fatto la perfezione o imperfezione di detta lingua. E considerando quali sieno quelle condizioni che danno dignità e perfezione a qualunche idioma o lingua, a me pare siano quattro; delle quali una o al più due sieno propie e vere laude della lingua, l'altre più tosto dependino o dalla consuetudine e oppenione degli uomini o dalla fortuna. Quella che è vera laude della lingua è l'essere copiosa e abundante e atta ad esprimere bene il senso e il concetto della mente. E però si giudica la lingua greca più perfetta che la latina e la latina più che l'ebrea, perché l'una più che l'altra meglio esprime la mente di chi ha o detto o scritto alcuna cosa. La altra condizione che più degnifica la lingua è la dolcezza e armonia che resulta più d'una che d'un'altra e benché la armonia sia cosa naturale e proporzionata con l'armonia della anima e del corpo nostro, nondimeno a me pare, per la varietà degli ingegni umani, che tutti non sono bene proporzionati e perfetti, questa sia più presto oppenione che ragione, con ciò sia che quelle cose che si giudicano secondo che comunemente piacciono o non piacciono, paiono più tosto fondate nella oppenione che nella vera ragione, massime quelle, el piacere o dispiacere delle quali non si prova con altre ragioni che coll'apetito. E non ostanti queste ragioni, non voglio però affermare questa non poter essere propia laude della lingua, perché, essendo l'armonia, come è detto, proporzionata alla natura umana, si può inferire el giudicio della dolcezza di tale armonia convenirsi a quelli che similmente sono bene proporzionati a riceverla, el giudicio de' quali debbe essere accettato per buono, ancora che fussino pochi; perché le sentenzie e iudicii degli uomini più presto si debbono ponderare che numerare. L'altra condizione che fa più eccellente una lingua è quando in una lingua sono scritte cose sottili e gravi e necessarie alla vita umana, così alla mente nostra come a utilità degli uomini e salute del corpo: come si può dire della lingua ebrea per li ammirabili misterii che contiene, accomodati, anzi necessari all'infallibile verità della fede nostra; e similmente della lingua greca, contenente molte scienze metafisiche, naturali e morali, molto necessarie alla umana generazione. E quando questo avviene, è necessario confessare che più presto sia degno el subietto che la lingua perché el subietto è fine e la lingua è mezzo. Né per questo si può chiamare quella lingua più perfetta in sé, ma più tosto maggiore perfezione della materia, che per essa si tratta. Perché, chi ha scritto cose teologiche, metafisiche, naturali e morali, in quella parte che degnifica la lingua nella quale ha scritto pare che più presto reservi la laude nella materia, e che la lingua abbi fatto l'uficio d'istrumento, el quale è buono o reo secondo el fine. Resta un'altra sola condizione che dà reputazione alla lingua, e questo è quando el successo delle cose del mondo è tale, che facci universale e quasi comune a tutto il mondo quello che è naturalmente propio d'una città o d'una provincia sola; e questo si può più presto chiamare felicità e prosperità di fortuna che vera laude della lingua, perché l'essere in prezzo e assai celebrata una lingua nel mondo consiste nella oppenione di quelli tali che assai la prezzano e stimono. Né si può chiamare vero o propio bene quello che depende da altri che da se medesimo; perché quelli tali che l'hanno in prezzo potrebbono facilmente sprezzarla e mutare oppenione, e quelle condizioni mutarsi, per le quali, mancando la cagione, facilmente mancherebbe ancora la degnità e laude di quella. Questa tale degnità di essere prezzata per successo prospero della fortuna, è molto appropiata a la lingua latina, perché la propagazione dello imperio romano l'ha fatta non solamente comune per tutto il mondo, ma quasi necessaria. E per questo concluderemo che queste laude esterne, e che dipendono dall'oppinione degli altri o dalla fortuna, non sieno laude proprie. E però, volendo provare la degnità della lingua nostra, solamente dobbiamo insistere nelle prime condizioni e vedere se la lingua nostra facilmente esprime qualunche concetto della nostra mente; e a questo nessuna miglior ragione si può introdurre che l'esperienza. Dante, il Petrarca, il Boccaccio, nostri poeti fiorentini, hanno, nelli gravi e dolcissimi versi e orazioni loro, monstro assai chiaramente con molta facilità potersi in questa lingua esprimere ogni senso. Perché chi legge la Comedia di Dante vi troverrà molte cose teologiche e naturali essere con grande destrezza e facilità espresse; troverrà ancora molto attamente nello scrivere suo quelle tre generazioni di stilo che sono dagli oratori laudate, cioè umile, mediocre e alto; e in effetto, in uno solo, Dante, assai perfettamente assoluto quello che in diversi auttori, così greci come latini, si truova. Chi negherà nel Petrarca trovarsi uno stile grave, lepido e dolce, e queste cose amorose con tanta gravità e venustà trattate, quanta sanza dubio non si truova in Ovidio, Tibullo, Catullo e Properzio o alcuno altro latino? Le canzone e sonetti di Dante sono di tanta gravità, sottilità e ornato, che quasi non hanno comparazione. In prosa e orazione soluta, chi ha letto il Boccaccio, uomo dottissimo e facundissimo, facilmente giudicherà singulare e sola al mondo non solamente la invenzione, ma la copia e eloquenzia sua. E considerando la opera sua del Decameron, per la diversità della materia, ora grave, ora mediocre e ora bassa, e contenente tutte le perturbazioni che agli uomini possono accadere d'amore e odio, timore e speranza, tante nuove astuzie e ingegni, e avendo a sprimere tutte le nature e passioni degli uomini che si trovono al mondo, sanza controversia giudicherà nessuna lingua meglio che la nostra essere atta a esprimere. E Guido Cavalcanti, di chi di sopra facemmo menzione, non si può dire quanto commodamente abbi insieme coniunto la gravità e la dolcezza, come mostra la canzona sopra detta e alcuni sonetti e ballate sue dolcissime. Restono ancora molti altri gravi e eleganti scrittori, la menzione de' quali lasceremo più tosto per fuggire prolissità che perché e' non ne siano degni. E però concluderemo più tosto essere mancati alla lingua uomini che la essercitino, che la lingua agli uomini e alla materia; la dolcezza e armonia della quale, a chi per essersi assuefatto con essa ha con lei qualche proporzione, veramente è grandissima e atta a muover molto.

Queste che sono e che forse a qualcuno potrebbono pure parere propie laude della lingua, mi paiono assai copiosamente nella nostra; e per quello che insino ad ora massime da Dante è suto trattato nell'opera sua, mi pare non solamente utile, ma necessario per li gravi e importanti effetti, che li versi suoi sieno letti, come monstra lo essemplo per molti comenti fatti sopra alla sua Commedia da uomini dottissimi e famosissimi, e le frequenti allegazioni che da santi e eccellenti uomini ogni dì si sentono nelle loro pubbliche predicazioni. E forse saranno ancora scritte in questa lingua cose sottile e importante e degne d'essere lette; massime perché insino a ora si può dire essere l'adolescenzia di questa lingua, perché ognora più si fa elegante e gentile. E potrebbe facilmente, nella iuventù e adulta età sua, venire ancora in maggiore perfezione; e tanto più aggiugnendosi qualche prospero successo e augumento al fiorentino imperio, come si debbe non solamente sperare, ma con tutto lo ingegno e forze per li buoni cittadini aiutare: pure questo, per essere in potestà della Fortuna e nella voluntà dello infallibile iudicio di Dio, come non è bene affermarlo, non è ancora da disperarsene. Basta, per al presente, fare questa conclusione: che di quelle laude, che sono propie della lingua, la nostra ne è assai bene copiosa; né giustamente ce ne possiamo dolere. E per queste medesime ragioni nessuno mi può riprendere se io ho scritto in quella lingua nella quale io sono nato e nutrito, massime perché e la ebrea e la greca e la latina erono nel tempo loro tutte lingue materne e naturali, ma parlate o scritte più accuratamente e con qualche regola o ragione da quelli che ne sono in onore e in prezzo, che generalmente dal vulgo e turba populare.

Pare con assai sufficienti ragioni provato la lingua nostra non essere inferiore ad alcuna dell'altre; e però, avendo in genere la perfezione d'essa dimostro, iudico molto conveniente ristringersi al particolare e venire dalla generalità a qualche proprietà, quasi come dalla circunferenzia al centro. E però, sendo mio primo proposito la interpretazione de' miei sonetti, mi sforzerò mostrare, tra gli altri modi degli stili vulgari e consueti per chi ha scritto in questa lingua, lo stile del sonetto non essere inferiore al ternario o a la canzona o a altra generazione di stile vulgare, arguendo da la difficultà, perché la virtù, secondo e filosofi, consiste circa el difficile.

È sentenzia di Platone che il narrare brevemente e dilucidamente molte cose non solo pare mirabile tra gli uomini, ma quasi cosa divina. La brevità del sonetto non comporta che una sola parola sia vana; e il vero subietto e materia de' sonetti per questa ragione debbe essere qualche acuta e gentile sentenzia, narrata attamente e in pochi versi ristretta, fuggendo la oscurità e durezza. Ha grande similitudine e conformità questo modo di stilo collo epigramma quanto all'acume della materia e alla destrezza dello stile, ma è degno e capace il sonetto di sentenzie più gravi, e però diventa tanto più difficile. Confesso el ternario essere più alto e grande stile e quasi simile all'eroico; né per questo però più difficile, perché ha el campo più largo, e quella sentenzia, che non si può ristrignere in due e in tre versi sanza vizio di chi scrive, nel ternario si può ampliare. Le canzone mi pare abbino grande similitudine colla elegia, ma credo, o per natura dello stile nostro o per la consuetudine di chi ha scritto insino a qui canzone, lo stile della canzone non sanza qualche poco di pudore ametterebbe molte cose non solamente leggieri e vane, ma troppo molle e lascive, le quali comunemente si trovono scritte nelle latine elegie. Le canzone ancora, per avere più larghi spazii dove possino vagare, non reputo tanto difficile stile quanto quello del sonetto. E questo si può assai facilmente provare colla sperienzia: perché chi ha composto sonetti e se è ristretto a qualche certa e sottile materia, con grande difficultà ha fuggito la oscurità e durezza dello stile; e è grande differenzia dal comporre sonetti in modo che le rime sforzino la materia, a quello che la materia sforzi le rime. E mi pare ne' versi latini sia molto maggiore libertà che non è ne' versi volgari, perché nella lingua nostra, oltre a' piedi che più tosto per natura che per altra regola è necessario servare ne' versi, concorre ancora questa difficultà delle rime, la quale, come sa chi l'ha provato, disturba molte e belle sentenzie, né permette si possino narrare con tanta facilità e chiarezza. E che el nostro verso abbia e sua piedi, si prova perché si potrebbono fare molti versi contenenti undici sillabe sanza aver suono di versi o alcun'altra differenzia dalla prosa. Concluderemo per questo el verso vulgare essere molto difficile, e, tra gli altri versi, lo stile del sonetto difficillimo, e per questo degno d'essere in prezzo quanto alcuno degli altri stili vulgari. Né per questo voglio inferire li miei sonetti essere di quella perfezione che ho detto convenirsi a tal modo di stile; ma, come dice Ovidio di Fetonte, per al presente mi basta aver tentato quello stile che appresso e vulgari è più eccellente, e se non ho potuto aggiugnere alla perfezione sua o conducere questo curro solare, almanco mi sia in luogo di laude lo ardire d'avere tentato questa via, ancora che con qualche mio mancamento le forze mi sieno mancate a tanta impresa.

Parrà forse suto questo nostro proemio e troppo prolisso e maggiore preparazione che non è in sé lo effetto. A me pare non sanza vera necessità essere suto alquanto copioso: e considerando la inezia di questi miei versi, ho giudicato abbino bisogno di qualche ornamento, el quale si conviene a quelle cose che per loro natura sono poche ornate, né si conveniva minore escusazione alle colpe, che forse mi sarebbono sute attribuite. E però, assoluta questa parte, verremo alla esposizione de' sonetti, fatto prima alquanto de argumento che pare necessario a questi primi quattro sonetti.



[ ARGUMENTO ]

Forse qualcuno giudicherà poco conveniente principio a' versi miei cominciando non solamente fuora della consuetudine di quelli che insino a qui hanno scritto simili versi, ma, come pare prima facie, pervertendo quasi l'ordine della natura, mettendo per principio quello che in tutte le cose umane suole essere ultimo fine; perché li primi quattro sonetti furono da me composti per la morte d'una, che non solo estorse questi sonetti da me, ma le lacrime universalmente dagli occhi di tutti gli uomini e donne, che di lei ebbono alcuna notizia: e però, non ostante che paia cosa molto assurda, cominciando io dalla morte, a me pare principio molto conveniente, per le ragioni che diremo apresso.

È sentenzia de' buoni filosofi la corruzione d'una cosa essere creazione d'un'altra, e il termine e fine d'uno male essere grado e principio d'un altro; e questo di necessità avviene, perché, essendo la forma e spezie, secondo e filosofi, immortale, di necessità si conviene sempre si muova della materia, e di questo perpetuo moto necessariamente nasce una continua generazione di cose nuove, le quale essendo sanza intermissione di tempo alcuno e con una brevissima presenzia dello essere delle cose e dello stato d'esse in quella tale qualità o forma, bisogna confessare il fine d'una cosa essere principio d'un'altra.

E secondo Aristotele, la privazione è principio delle cose create, e per questo si conclude nelle cose umane fine e principio essere una medesima cosa; non dico già fine e principio d'una cosa medesima, ma quello che è fine d'una cosa, immediate è principio d'un'altra. E se questo è, molto convenientemente la morte è principio a questa nostra opera; e tanto più perché chi essamina più sottilmente, troverrà el principio dell'amorosa vita procedere dalla morte, perché chi vive ad amore, muore prima a l'altre cose. E se lo amore ha in sé quella perfezione che già abbiamo detto, è impossibile venire a tale perfezione se prima non si muore quanto alle cose più imperfette. Questa medesima sentenzia pare abbino seguito Omero, Virgilio e Dante, delli quali Omero manda Ulisse appresso agl'inferi, Virgilio, Enea, Dante lui medesimo perlustra lo inferno, per mostrare che alla perfezione si va per questa via. Ma è necessario, dopo la cognizione delle cose imperfette, quanto a quelle, morire; perché, po' che Enea è giunto a' campi elisii e Dante condotto in paradiso, mai più si sono ricordati dello inferno. E arebbe Orfeo tratto Euridice dello inferno e condottola tra quegli che vivano, se non fussi rivoltosi verso lo 'nferno: che si può interpetrare Orfeo non essere veramente morto, e per questo non essere agiunto alla perfezione della felicità sua, di avere la sua cara Euridice. E però il principio della vera vita è la morte della vita non vera. Né per questo pare posto sanza qualche buono respetto la morte per principio de' versi nostri.

Morì, come disopra dicemo, nella città nostra una donna, la quale se mosse a compassione generalmente tutto el populo fiorentino, non è gran meraviglia, perché di bellezza e gentilezza umana era veramente ornata quanto alcuna che innanzi a lei fussi suta. E fra l'altre sue eccellenti dote aveva così dolce e attrattiva maniera, che tutti quelli che con lei avevono qualche domestica notizia credevono da essa sommamente essere amati. Le donne ancora e giovane sue equali non solamente di questa sua eccellentia tra l'altre non avevono invidia alcuna, ma sommamente essaltavano e laudavano la biltà e gentilezza sua, per modo che impossibile pareva a credere che tanti uomini sanza gelosia l'amassino e tante donne sanza invidia la laudassino. E se bene la vita sua, per le sue degnissime condizioni, a tutti la facessi carissima, pure la compassione della morte e per la età molto verde e per la bellezza, che così morta, forse più che mai alcuna viva, monstrava, lasciò di lei uno ardentissimo desiderio. E perché da casa al luogo della sepoltura fu portata scoperta, a tutti che concorsono per vederla mosse grande copia di lacrime. De' quali, in quegli che prima n'avevono alcuna notizia, oltre alla compassione nacque ammirazione che lei nella morte avessi superato quella bellezza che, viva, pareva insuperabile. In quelli che prima non la conoscevano nasceva uno dolore e quasi rimordimento di non avere conosciuto sì bella cosa prima che ne fussino al tutto privati, e allora conosciutola per averne perpetuo dolore. Veramente in lei si verificava quello che dice il nostro Petrarca: “Morte bella pareva nel suo bel viso”.

Essendo adunque questa tale così morta, tutti e fiorentini ingegni, come si conveniva in tale publica iattura, diversamente e si dolsono, chi in versi e chi in prosa, della acerbità di questa morte, e si sforzorono laudarla, ciascuno secondo la facultà del suo ingegno, tra li quali io ancora volsi essere, e accompagnare ancora io le lacrime loro colli infrascritti sonetti, de' quali el primo comincia “Oh chiara stella, che co' raggi tuoi”:


[ I ]

O chiara stella, che coi raggi tuoi
togli alle tue vicine stelle il lume,
perché splendi assai più del tuo costume?
Perché con Febo ancor contender vuoi?
Forse i belli occhi, quali ha tolti a noi
Morte crudel, che omai troppo presume,
accolti hai in te: adorna del lor lume,
il suo bel carro a Febo chieder puoi.
O questa o nuova stella che tu sia,
che di splendor novello adorni il cielo,
chiamata esaudi, o nume, e voti nostri:
leva dello splendor tuo tanto via,
che agli occhi, che han d'eterno pianto zelo,
sanza altra offension lieta ti mostri.

Era notte, e andavamo insieme parlando di questa comune iattura uno carissimo amico mio e io; e così parlando e essendo el tempo molto sereno, voltando gli occhi a una chiarissima stella, la quale verso l'occidente si vedeva, di tanto splendore certamente, che non solamente di gran lunga l'altre stelle superava, ma era tanto lucida che faceva fare qualche ombra a quelli corpi che a tale luce si opponevano, e avendone da principio ammirazione, io, vòlto a questo mio amico, dissi: “Non ce ne maravigliamo, perché l'anima di quella gentilissima o è transformata in questa nuova stella o se è coniunta con essa. E se questo è, non pare mirabile questo splendore; e però, come fu la bellezza sua, viva, di gran conforto agli occhi nostri, confortiamogli al presente colla visione di questa chiarissima stella. E se la vista nostra è debole e frale a tanta luce, preghiamo el nume, cioè la divinità sua, che li fortifichi, levando una parte di tanto splendore, per modo che sanza offenzione degli occhi la possiamo alquanto contemplare. E per certo, essendo ornata della bellezza di colei, non è prosuntuosa volendo vincere di splendore l'altre stelle, ma ancora potrebbe contendere con Febo e domandarli el suo carro, per essere auttrice lei del giorno. E se questo è, che sanza presunzione questa stella possi fare questo, grandissima presunzione è suta quella della morte, avendo manomessa tanta eccellentissima bellezza e virtù”. Parendomi questi ragionamenti assai buona materia a uno sonetto, mi parti' da quello amico mio, e composi el presente sonetto, nel quale parlo alla sopradetta stella.


[ II ]

Quando el sol giù dall'orizzonte scende,
rimiro Clizia pallida nel volto,
e piango la sua sorte, che li ha tolto
la vista di colui che ad altri splende.
Poi, quando di novella fiamma accende
l'erbe, le piante e' fior' Febo, a noi vòlto,
l'altro orizzonte allor ringrazio molto
e la benigna Aurora che gliel rende.
Ma, lasso, io non so già qual nuova Aurora
renda al mondo il suo Sole! Ah, dura sorte,
che noi vestir d'eterna notte volse!
O Clizia, indarno speri vederlo ora!
Tien' li occhi fissi, infin li chiugga morte,
all'orizzonte estremo che tel tolse.

Morì questa eccellentissima donna del mese d'aprile, nel quale tempo la terra si suole vestire di diversi colori di fiori molto vaghi agli occhi e di grande recreazione all'animo. Mosso io a questo piacere, per certi mia amenissimi prati solo e pensoso passeggiavo e, tutto occupato nel pensiero e memoria di colei, pareva che tutte le cose reducessi a suo proposito. E però, guardando tra fiore e fiore, vidi tra gli altri quel piccolo fiore che vulgarmente chiamiamo tornasole, e da' latini detto clitia, nel quale fiore, secondo Ovidio, si transformò una ninfa, Clizia chiamata, la quale amò con tanta veemenzia e ardore il Sole, che così conversa in fiore sempre al sole si rivolge e tanto, quanto può, questo suo amante vagheggia. Rimirando io adunque questo amoroso fiore palido, come è natura degli amanti, e perché veramente il fiore è di colore palido, perché è giallo e bianco, mi venne compassione della sorte sua, perché, essendo già vicino alla sera, pensavo che presto perderebbe la dolcissima visione dello amato suo, perché già el sole s'apressava al nostro orizzonte, che privava Clizia della sua amata vista; il dolore della quale era ancora maggiore, perché quello che era negato a lei era comune a molti altri, cioè agli occhi di coloro che sono chiamati antipodi, a' quali splende il sole quando noi ne siamo privati e la notte de' quali a noi fa giorno. Da questo pensiero entrai in uno altro: che, se bene lei per una notte perdeva questa diletta visione, almanco la mattina seguente gli era concesso el rivederla, perché, come l'orizzonte occidentale gliene toglie, l'orientale gliele rende, e la benigna Aurora, piatosa allo amore di Clizia, di nuovo gliele monstra. E io ancora ringrazio per questo l'orientale orizzonte che gliel rende, perché è cosa molto naturale e umana avere compassione agli aflitti, massime a quegli che hanno qualche similitudine d'afflizione con noi. Questa sorte di Clizia, diversa e alterna, mi fece dipoi pensare quanto era più dura e iniqua sorte quella di colui che desidera assai vedere la cosa, el vedere della quale necessariamente gli è interdetto non per una notte, ma per sempre. Veggo quale Aurora rende a Clizia el suo sole, ma non so quale altra Aurora renda al mondo questo altro Sole, cioè gli occhi di colei. E se questo Sole non può tornare, di necessità agli occhi di quelli che non hanno altra luce bisogna sia sempre notte, perché non è altro la notte che privazione del lume del sole. E però durissima sorte è quella di colui che con assai desiderio aspetta quello che non può avere; né questo tale può avere altro refriggerio che ricordarsi e tenere gli occhi della mente sua fissi a quello che ha più amato e che gli è suto più caro; perché, come credo avenga a Clizia, che la sera resta vòlta col viso verso l'orizzonte occidentale, che è quello che gli ha tolta la visione del sole, insino che la mattina el sole la rivolta all'oriente, così questo novello Clizia non può avere maggiore refriggerio che tenere la mente e il pensiero vòlto all'ultime impressioni e più care cose del suo Sole, che sono a similitudine dello orizzonte occidentale, che lo hanno privato della sua amata visione. Possiamo ancora dire questo ultimo orizzonte intendersi la morte di questa gentilissima. Però che orizzonte non vuole dire altro che l'ultimo termine, di là dal quale gli occhi umani non possono vedere; come diciamo, se 'l sole tramonta, quell'ultimo luogo di là dal quale el sole non si vede più, e quando si leva, el primo luogo dove el sole appare. E però convenientemente possiamo chiamare la morte quell'orizzonte che ne tolse la vista degli occhi suoi, al quale questo nuovo Clizia, cioè lo amatore degli occhi suoi, debbe tenere gli occhi fissi e fermi, venendo in considerazione che ciascuna cosa mortale, ancora che bella e eccellentissima, di necessità muore. E questa tale considerazione suole essere grande e efficace remedio a consolare ogni dolore e a mostrare agli uomini che le cose mortali si debbono amare come cose finite e sottoposte alla necessità della morte. E chi considera questo in altri, può facilmente conoscere questa condizione e necessità in se medesimo, servando quello sapientissimo detto che nel tempio d'Appolline era scritto: “Nosce te ipsum”, perseverando in questo pensiero infino che la morte venga, la quale renderà el Sole suo a questo nuovo Clizia, come l'Aurora lo rende a Clizia già convertita in fiore, perché allora l'anima, sciolta dal corpo, potrà considerare la bellezza dell'anima di costei, molto più bella che quella la quale era prima visibile agli occhi, perché la luce degli occhi umani è come ombra respetto alla luce dell'anima. E così come la morte di colei è stata orizzonte all'occaso del sole degli occhi suoi, così la morte di questo nuovo Clizia sarà l'orizzonte orientale che renderà a lui el suo Sole, come l'Aurora lo rende a Clizia già conversa in fiore. Questo pensiero adunque parendomi fussi assai conveniente materia da mettere in versi, feci el presente sonetto.


[ III ]

Di vita il dolce lume fuggirei
a quella vita che altri morte appella,
ma morte è sì gentile oggi e sì bella,
ch'io credo che morir vorran li dèi.
Morte è gentil, poich'è stata in colei
che è or del ciel la più lucente stella;
io, che gustar non vo' dolce poi che ella
è morta, seguirò questi anni rei.
Piangeran sempre gli occhi, e 'l tristo core
sospirerà del suo bel sol l'occaso,
lor di lui privi, e 'l cor d'ogni sua speme.
Piangerà meco dolcemente Amore,
le Grazie e le sorelle di Parnaso:
e chi non piangeria con queste insieme?

È comunemente natura degli amanti e pasto della amorosa fame pensieri tristi e maninconici, pieni di lacrime e sospiri; e questo comunemente è nella maggiore allegrezza e dolcezza loro. Credo ne sia cagione che lo amore, che è solo e diuturno, procede da forte immaginazione, e questo può male essere, se l'omore malencolico nello amante non predomina, la natura del quale è sempre aver sospetto e convertire ogni evento o prospero o avverso in dolore e passione. Se questa è propia natura degli amanti, certamente il dolore loro è maggiore che quello delli altri uomini, quando a questa propietà naturale se aggiugne accidente per sé doloroso e lacrimoso; nessuna cosa può accadere allo amante degna di più dolore e lacrime che la perpetua privazione della cosa amata. Di qui si può presummere quanto dolore dessi la morte di colei a quelli che sommamente l'amavono, che ragionevolmente fu el maggiore che possi provare uno uomo. È natura de' melancolici, come abbiamo detto essere gli amanti, nel dolore non cercare altro rimedio che accumulazione di dolore e avere in odio e fuggire ogni generazione di refriggerio e consolazione; e però, se qualche volta per rimedio di questo acerbissimo dolore si poneva inanzi degli occhi la morte, in quanto era fine di questa dolorosa passione, era odiata da me; e tanto più doveva essere odiata, quanto la morte, per essere stata negli occhi di colei, si poteva stimare più dolce e più gentile, perché, essendo comunicata a una cosa gentilissima, di necessità participava di quella qualità che tanto copiosa aveva trovato in lei. E pensando quanto per questo fussi fatta gentile la morte, credevo gli dèi immortali dovere mutare sorte e ancora loro volere gustare la gentilezza della morte. E se questo era, io, per mia natura desiderando solamente dolore e non gustare alcuna cosa dolce, per più mio dolore elleggevo seguitare questi anni della vita, acciò ch'el mio dolore fussi più diuturno e che gli occhi potessino più tempo piangere e il cuore più lungamente sospirare l'occaso, cioè la morte del mio sole, e gli occhi privati della loro dolcissima visione e il cuore d'ogni sua speranza e conforto; piangendo e sospirando in compagnia d'Amore, delle Grazie e delle Muse, a' quali è così conveniente il pianto e il dolore, come agli occhi e al cuore mio. Perché, come gli occhi e 'l cuore hanno perduto quello fine al quale da Amore erano suti ordinati e destinati, così Amore debbe ancora lui piangere, perché aveva posto lo 'mperio e fine suo negli occhi di costei, e le Grazie tutti e doni e virtù loro nella sua bellezza, le Muse la gloria del loro coro in cantare le sue degnissime laude. Adunque convenientemente el pianto a tutti quegli conviene, e chi non piangessi con questi, bisogna sia uomo al tutto sanza parte o d'amore o di grazia, e però ciascuno debbe piangere, alcuni per non essere, altri per non parere almeno rebelli da tanta gentilezza. Questi effetti arei voluto esprimere nel presente sonetto.


[ IV ]

In qual parte andrò io, ch'io non ti truovi,
trista memoria? In quale oscuro speco
fuggirò io, che sempre non sia meco,
trista memoria, che al mio mal sol giovi?
Se in prato lo qual germini fior' nuovi,
se all'ombra d'arbuscei verdi m'arreco,
veggo un corrente rivo, io piango seco:
che cosa è, ch'e miei pianti non rinnuovi?
S'io torno all'infelice patrio nido,
tra mille cure questa in mezzo siede
del cor, che come suo, consuma e rode.
Che debb'io fare omai, a che mi fido?
Lasso, che sol sperar posso merzede
da morte, che oramai troppo tardi ode!

Non si maraviglierà alcuno, el cuore del quale è suto d'amoroso fuoco acceso, trovando in questi versi diverse passioni e affetti molto l'uno all'altro contrarii.

Perché, non essendo amore altro che una gentile passione, sarebbe più presto maraviglia che uno amante avessi mai punto di quiete o vita uniforme. E però, se ne' nostri e negli altrui amorosi versi spesso si truova questa varietà e contradizione di cose: “questo è privilegio degli amanti, / sciolti da tutte qualitate umane”, perché alcuna ragione non se ne può dire, né trovare modo o consiglio in quelle cose che solo la passione regge. Pare il presente sonetto molto contrario al precedente, perché, come quello fugge ogni generazione di consolazione e pare si pasca e del presente dolore e della speranza d'averlo ancora maggiore, questo mostra avere cerco diverse ragioni di consolazione, e, se bene indarno, molte cose avere provate, perché questa acerbissima memoria della morte di colei fuggissi dall'animo; e in fine monstra qualche desiderio della morte, dal quale el precedente è in tutto alieno. Chi sente eccessivo dolore, comunemente in due modi fa prova di mitigarlo, cioè o che qualche cosa amena, dolce e piacevole adolcisca el dolore, o che qualche pensiero grave e importante lo cacci; e comunemente s'elegge prima quello rimedio che più è facile e dolce. E però sentendo io l'acerbità di questa memoria, andavo cercando o qualche luogo solitario e ombroso, o l'amenità di qualche verde prato, come ancora testifica el comento del secondo sonetto, o mi ponevo presso a qualche chiara e corrente acqua o all'ombra di qualche verde arbucello. Ma interveniva come a quello che è agravato d'infermità, el quale, avendo corrotto el gusto, se bene diverse spezie di delicati cibi gli sono amministrati, di tutti cava un medesimo sapore, che converte la dolcezza di que' cibi in amaritudine. Così quanto più letizia dovevano porgere al cuore mio queste cose diverse e amene, perché el gusto mio era corrotto e l'animo disposto alle lacrime, tutte multiplicavono el dolore mio, e la memoria di colei, che in ogni luogo e tempo era presente, mi monstrava con molto maggiore amaritudine che l'ordinario tutte quelle cose. E se bene questa memoria era durissima e molesta, pure, come abbiamo detto dello infermo, el quale se bene e cibi tutti rapportono al gusto amaritudine, pure lo nutriscono e sono cagione che viva, così di questo amarissimo cibo della memoria sua si sostentava la mia vita: e in effetto contro a questo male nessuno migliore antidoto o remedio si trovava che el male medesimo; né si poteva vincere quel pensiero se non col medesimo pensiero, perché altra dolcezza non restava al cuore che questa amarissima memoria, e però sola questa giovava al mio male. Essendo adunque necessario ricorrere al secondo rimedio, fuggivo di questi dilettevoli luoghi nel freto e tempesta delle civili occupazioni. Questo rimedio ancora era scarso, perché, avendo quella gentilissima preso el dominio del mio cuore e una volta fattolo suo, tra tutti gli altri pensieri, el pensiero e memoria di lei stava in mezzo del cuore e, a dispetto di tutte l'altre cure, come sua cosa, se lo consumava; perché cura non vuole dire altro se non quella cosa che arde e consuma el cuore. E però, non potendo né coll'uno né coll'altro modo levarmi da tanta amaritudine e acerbità, non vi restava altro remedio e speranza che quello della morte, la quale troppo tardi ode: che si può interpetrare così per non avere voluto prima udire e prieghi di tanti che a lei desideravono la vita, come perché l'afflizione sentita dopo la morte sua, non avendo altro remedio che la morte, era sì grande, che ogni indugio e dilazione della morte, ancora che piccolo, pareva insopportabile.



[ NUOVO ARGUMENTO ]

Avendo assoluto la esposizione de' quattro precedenti sonetti e essendo quelli che seguono molto differenti, par necessario, per maggiore dilucidazione, fare prima uno nuovo argumento, el quale sia comune a tutti li seguenti sonetti, acciò che si verifichi quello che di sopra abbiamo detto, cioè che la morte sia stata convenevole principio a questa nuova vita, come mi sforzerò di monstrare appresso.

Nascono tutti gli uomini con uno naturale appetito di felicità e a questo, come a vero fine, tendono tutte le opere umane. Ma, però che è molto difficile a conoscere che cosa sia felicità e in che consista e, se pure si conosce, non è minore difficultà el poterla conseguire, dagli uomini per diverse vie si cerca: e però, da poi che in genere e in confuso gli uomini questo se hanno proposto per fine, cominciano chi in uno e chi in uno altro modo a cercare di trovarlo; e così da quella generalità ristrignendosi a qualche cosa propia e particulare, diversamente s'affaticano, ciascuno secondo la natura e disposizione sua, onde nasce la varietà degli studi umani e l'ornamento e maggiore perfezione del mondo per la diversità delle cose, simile all'armonia e consonanzia che resulta di diverse voce concorde. E a questo fine Colui che mai non erra ha fatto oscura e difficile la via della perfezione. E così si conosce l'opere nostre e la intelligenzia umana avere principo dalle cose più note, venendo da quelle alle manco note. Né è dubio alcuno essere di più facile cognizione le cose in genere che in spezie e particulare; dico secondo il discorso dell'umana intelligenzia, la quale non può avere vera diffinizione d'alcuna cosa, se prima non procede la notizia universale di quella.

Fu adunque la vita e morte di colei che abbiamo detto a me notizia universale de amore e cognizione in confuso che cosa fussi amorosa passione; per la quale universale cognizione divenni poi alla cognizione particulare della mia dolcissima e amorosa pena, come diremo appresso. Imperò che, essendo morta la donna che di sopra abbiamo detto, fu da me e laudata e deplorata nelli precedenti sonetti come publico danno e iattura comune, e fui mosso da uno dolore e compassione che molti e molti altri mosse nella città nostra, perché fu dolore molto universale e comune. E se bene nelli precedenti versi sono scritte alcune cose che più tosto paiono da privata e grande passione dettate, mi sforzai, per meglio satisfare a me medesimo e a quegli che grandissima e privata passione avevono della sua morte, prepormi inanzi agli occhi di avere ancora io perduto una carissima cosa e introdurre nella mia fantasia tutti gli affetti che fussino atti a muovere me medesimo, per potere meglio muovere altri. E stando in questa immaginazione, cominciai meco medesimo a pensare quanto fussi dura la sorte più di quelli che assai avevono amato questa donna e cercare colla mente se alcuna altra ne fussi nella città degna di tanto amore e laude. E stimando che grandissima felicità e dolcezza fussi quella di colui, el quale o per ingegno o per fortuna avessi grazia di servire una tale donna, stetti qualche spazio di tempo cercando sempre e non trovando cosa che al giudicio mio fussi degna d'uno vero e constantissimo amore. E essendo già quasi fuora d'ogni speranza di poterla trovare, fece in uno punto più el caso che in tanto tempo non aveva fatto la esquisita diligenzia mia; e forse Amore, per monstrare a me meglio la sua potenza, volle manifestarmi tanto bene in quello tempo, quando al tutto me ne pareva essere disperato.

Facevasi nella nostra città una publica festa, dove concorsono molti uomini e quasi tutte le giovene nobile e belle. A questa festa quasi contro a mia voglia, credo per mio destino, mi condussi con alcuni compagni e amici miei, perché ero stato per qualche tempo assai alieno da simili feste, e, se pure qualche volta m'erono piaciute, procedeva più presto da una certa voglia ordinaria di fare come gli altri giovani, che da grande piacere che ne traessi. Era, tra l'altre donne, una agli occhi mia di somma bellezza e di sì dolci e attrattivi sembianti, che cominciai, veggendola, a dire: “Se questa fussi di quella dilicatezza, ingegno e modi che fu quella morta che abbiamo detta, certo in costei e la bellezza e vaghezza e forza degli occhi è molto maggiore”. Dipoi, parlando con alcuno che di lei aveva qualche notizia, trovai molto bene rispondere gli affetti, non così a ciascuno comuni, a quello che la bellezza sua e massime gli occhi monstravono, nelli quali si verificava molto quello che dice Dante in una sua canzona parlando degli occhi della donna sua: “Ella vi reca Amor come a suo loco”. Veramente, quando la natura gli creò, non fece solamente dua occhi, ma el vero luogo dove stessi Amore e insieme la morte, o vero vita e felicità degli uomini che fiso gli riguardassino, secondo che da loro fussino amati o odiati. Cominciai allora in quel punto ad amare con tutto el cuore quella apparente bellezza, e di quello che non appariva, la oppinione e indizio, che ne dava tanto dolce e peregrino aspetto, mi fece nascere uno incredibile desiderio; e dove prima mi maravigliavo non trovando cosa che io giudicassi degna d'uno sincero amore, cominciai avere maggiore ammirazione, avendo veduto una donna che tanto eccedesse la bellezza e grazia della sopradetta morta. E in effetto, tutto del suo amore acceso, mi sforzai diligentemente investigare quanto fussi gentile e accorta e in parole e in fatti; e in effetto trovai tanto eccellente tutte le sue condizioni e parti, che molto difficilmente conoscere si poteva qual fussi maggiore bellezza in lei, o del corpo o dell'ingegno e animo suo.

Era la sua bellezza, come abbiamo detto, mirabile: di bella e conveniente grandezza; il colore delle carni bianco e non smorto, vivo e non acceso; l'aspetto suo grave e non superbo, dolce e piacevole, sanza leggerezza o viltà alcuna; gli occhi vivi e non mobili e sanza alcuno segno o d'alterigia o di levità. Tutto el corpo sì bene proporzionato, che tra l'altre monstrava degnità sanza alcuna cosa rozza o inetta; e nondimeno nello andare e nel ballare e nelle cose che è lecito alle donne d'operare el corpo e in effetto in tutti li suoi moti era elegante e avenente. Le mani, sopra tutte le altre che mai facessi natura, bellissime, come diremo sopra alcuni sonetti, alli quali le sue mani hanno dato materia; nello abito e portamenti sua molto pulita e bene a proposito ornata, fuggendo però tutte quelle fogge che a nobile e gentile donna si sconvengono, e servando la degnità e gravità. Il parlare dolcissimo veramente, pieno d'acute e buone sentenzie, come faremo intendere nel processo, perché alcune parole e sottili inquisizioni sue hanno fatto argomento a certi delli miei sonetti. Parlava a tempo, breve e conciso, né si poteva nelle sue parole o desiderare o levare; li motti e facezie sue erono argute e salse, sanza offensione però d'alcuno dolcemente mordente. Lo 'ngegno veramente maraviglioso, assai più che a donna non si conviene; e questo però sanza fasto o presunzione, e fuggendo uno certo vizio che si suole trovare nella maggiore parte delle donne, alle quali parendo d'intendere assai, diventano insopportabili, volendo giudicare ogni cosa, che vulgarmente le chiamiamo saccente. Era prontissima d'ingegno, tanto che molte volte o per una sola parola o per uno piccolo cenno comprendeva l'animo altrui; nelli modi suoi dolce e piacevole oltra modo, non vi mescolando però alcuna cosa molle o che provocassi altri ad alcuno poco laudabile effetto; in qualunche sua cosa saggia e accorta e circunspetta, fuggendo però ogni segno di callidità o duplicità, né dando alcuna sospezione di poca constanzia o fede. Sarebbe più lunga la narrazione di tutte le sue eccellentissime parti che il presente comento; e però con una parola concluderemo el tutto, e veramente affermeremo nessuna cosa potersi in una bella e gentil donna desiderare, che in lei copiosamente non fussi.

Queste eccellentissime condizioni m'avevono in modo legato, che non avevo o pensiero e membro che fussi più in sua libertà. E posso dire, quanto agli occhi miei, che quella morta, di che abbiamo detto, fussi la stella di Venere, da' latini Lucifer chiamata, la quale, procedendo el sole, venendo poi quello maggiore lume, cede e al tutto si spegne, quasi come se fussi ordinata per avertire gli uomini che il sole viene, e non per dare luce al mondo. Muore e spegnesi questa stella sopravenendo lo splendore del sole, e nondimeno è chiamata Lucifer, che vuol dire una cosa che porta seco la luce, la quale luce non porta nel mondo se non quando si spegne la luce sua. Parve adunque a' latini ancora la morte di questa stella vita e principio della luce del giorno. Adunque con questa auttorità ancora si verifica la morte di quella essere suto conveniente principio a questo giorno, che fece agli occhi miei el nuovo sole degli occhi di colei; la quale, se bene abbiamo molto laudata le laude non aggiungono però alla eccellenzia e meriti suoi. Monstrommi el morto Lucifer che presto doveva venire questo mio novello sole e, come abbiamo detto, scorse el camino mio cieco alla visione di questo tanto splendore. E poi che ebbe assuefatti gli occhi miei a vedere lo splendore della stella, cioè lo splendore celeste, sentendo el sole sopravenire, si spense, e io, che per lei avevo cominciato a voltare gli occhi in cielo, con manco offensione della vista mia li pote' traducere dal lume della stella allo splendore del sole.


[ V ]

Lasso a me!, quando io son là dove sia
quello angelico, altero e dolce volto,
il freddo sangue intorno al core accolto
lascia sanza color la faccia mia.
Poi, mirando la sua, mi par sì pia,
che io prendo ardire e torna il valor tolto:
Amor, ne' raggi de' belli occhi involto,
mostra al mio tristo cor la cieca via.
E parlandoli allor dice: “Io ti giuro
pel santo lume di questi occhi belli,
del mio stral forza e del mio regno onore,
ch'io sarò sempre teco, e te assicuro
esser vera pietà che mostran quelli”.
Credeli, lasso, e da me fugge il core.

Era, come abbiamo detto, el mio core tutto acceso e infiammato della biltà e gentilezza di questa mia donna; e se alcuna parte restava in me che non consentisse coll'altre, n'era cagione il dubbio che avevo che con tanta bellezza e gentilissimi modi non fusse congiunta qualche durezza e poca pietà; perché sapevo già quanto era grande el disio e aspettavone grandissima passione e insopportabile tormento, quando in questa mia gentilissima non fussi stata pietà.

Questo sospetto teneva ancora in me el mio core, né lo lasciava assicurare al partire. E però se mi trovavo alla presenzia di lei, il viso suo, veramente angelico, pareva al cuore dolce e altero; dolce, perché così veramente era; altero gliele faceva parere el dubbio già detto della poca pietà. E però prima diventavo tutto pallido, perché el cuore, sendo già acceso e avendo il dubbio che di sopra abbiamo detto, non poteva fare che sommamente non temessi. Di questo suo timore nasceva in lui affanno, e però gli spiriti vitali, correndo per soccorrere el cuore, lasciavono la faccia mia sanza colore, palida e smorta; e insieme colli spiriti, come ha ordinato la natura, assai copia di sangue intorno al cuore conveniva. Questo generava in quel loco caldo assai più che l'usato, né potendo tanto caldo essalare, per essere piccolo lo spazio a tanta quantità, ne nasceva quasi una suffocazione di quegli spiriti e sangue; onde era constretto, non potendo essalare, el sangue a mortificarsi e a freddarsi, come mostra la esperienzia in quegli che per paura muoiono, alli quali si truova intorno al cuore grande quantità di sangue coagunato e freddo, ancora che nell'altre sue membra resti qualche qualità di caldo. Ma poi, rimirando la faccia sua, parendomi vi fussi tanti segni di pietà, il cuore poneva da parte la paura e ripigliava qualche ardire. E per questo li spiriti vitali ritornavono al luogo onde prima erono partiti e con loro tornava il valore e colore prima perduto; e tanto più, perché, guardando nelli occhi suoi, vedevo Amore rinvolto ne' razzi di quelli belli occhi e mostrandoli la via come potessi fuggire da me negli occhi della donna mia; la quale via si può dire cieca, perché el cuore non aveva però certezza alcuna se non per le parole d'Amore, e però caminava per tenebre e in dubii di se medesimo: tanto più, perché Amore, el quale era sua scorta a quello camino, ancora lui si dipigne cieco. E acciò che 'l mio cuore gli dessi più fede, giura per li occhi della mia donna essere vera la pietà che quelli monstrano di fuora, e oltre questo di stare sempre in compagnia del core mio: perché dove concorre pietà e amore, non può essere sospetto o timore al cuore mio; e giurando Amore per li occhi di colei, non può fare più efficace giuramento. Perché giuramento non è altro che producere per testimonio di quello che tu affermi quella cosa per la quale giuri; perché chi giura, verbigratia, per Giove, vuole che Giove sia testimonio e quasi fideiussore della osservanzia di quella cosa, e chi rompe uno sacramento e diventa periuro, offende la prima cosa e vilipende quello per chi ha giurato. Avendo adunque Amore giurato per li occhi della donna mia, e suggiugnendo che gli occhi suoi sono l'onore e forza sua, doveva el cuore credere ad Amore; perché non è da presummere lo volessi ingannare e provocarsi inimici quelli occhi, nelli quali era posto l'onore e forza sua. E però non errò el cuore mio credendogli e abbandonatamente lasciò el mio petto e se n'andò in quelli splendidissimi e amorosi occhi.


[ VI ]

Spesso mi torna a mente, anzi già mai
si può partir della memoria mia,
l'abito e il tempo e loco, dove pria
la mia donna gentil fiso mirai.
Quel che paressi allora, Amor, tu il sai,
che con lei sempre fusti in compagnia:
quanto vaga, gentil, leggiadra e pia,
né si può dir né imaginare assai.
Quando sopra i nivosi e alti monti
Apollo spande il suo bel lume adorno,
tali e crin' suoi sopra la bianca gonna.
El tempo e 'l loco non convien ch'io conti,
ché dove è sì bel sole è sempre giorno
e paradiso ove è sì bella donna.

Sogliono le prime impressioni nelle menti degli uomini essere molto veemente, e pare cosa molto conforme alla ragione che così sia. Perché, essendo la mente nostra per natura ordinata a ricevere diverse impressioni, e con questo naturale appetito di non stare vacua, fa come uno assetato, el quale spegne la sete colla prima cosa che gli occorre atta a stinguerla; e tanto più volentieri lo fa, quanto è più quella tal cosa dolce al gusto. Per questa ragione, secondo Platone, quelli che sono di tenera età hanno più tenace memoria, perché quelle cose che loro imparano come prime e nuove impressioni meglio si riservono nella memoria. Essendo adunque già assicurato da Amore il mio cuore e già da me fuggito, nessuna cosa molesta restava nel pensiero, parendomi già vedere indizi assai certi della futura pietà nella donna mia. Questo generava in me grandissima speranza e dolcezza; e perché naturalmente s'appetisce quello che piace, quando non può essere presente, la memoria e 'l pensiero ce lo rappresenta, e più volentieri quelle cose che sono sute prime, come principio e cagione di quello bene che sente la mente. Erano adunque nella memoria mia quasi perpetuamente presenti lo abito, del quale era addorna la mia donna, e el luogo e 'l tempo quando prima fiso mirai negli occhi suoi, cioè quando, già acceso dello amore suo, con somma delettazione la guardai; perché el mirare fiso non procede se non da due cagioni, cioè o per conoscere bene quella tale cosa che si guarda, o per grande delettazione che si piglia guardandola. Cessava in me la prima cagione, perché già conoscevo la bellezza e forza degli occhi suoi; restava adunque solamente il diletto, cagione del mio mirare fiso. E io, se bene per altri tempi avevo veduto gli occhi suoi, non avendo ancora avuto grazia di conoscerli, non gli avevo ancora mirati fiso. E quando prima gli mirai fiso, fu dopo la cognizione di tanto bene, dopo la quale immediate e necessariamente tutto di loro m'accesi, perché prima precede la cognizione e poi lo amore. Quello che paressi agli occhi miei era a me molto difficile o immaginare o referire, perché le bellezze sue, come dice Dante, “soverchiono lo nostro intelletto, come raggio di sole in fraile viso”. E però quello, che era impossibile a me, lasciai ad Amore, il quale, stando sempre con lei e abitando, come abbiamo detto, negli occhi suoi, e meglio conoscere e più assolutamente esprimer poteva tanta eccellenzia. E oltra questo, proponendo io che la sua bellezza, leggiadria, gentilezza e pietà erono cose impossibile o a narrare o a immaginare, e parendo questo a chi legge mirabile e quasi impossibile, pare molto conveniente producere in fede di questo uno testimonio auttentico; e nessuno è migliore testimonio che Amore, massime sendo suto presente, e ancora merita essere creduto da quelli almanco che li sono stati suggetti: e quali, come nel proemio dicemo, bisogna che sieno animi alti e gentili, appresso li quali basta simili amorosi miracoli avere fede; e se fuora di questo numero non fussino creduti, non è bene che cuori rozzi e villani e rebelli d'amore gustino tanta gentilezza. Avendo adunque in genere detto della eccellenzia di costei e quanto nel primo aspetto paressi bella, gentile e pia, parve di fare menzione delle tre cose proposte nel principio del sonetto, cioè l'abito, el tempo e 'l loco. E però, quanto allo abito, ancora che sia minore la comparazione che la eccellenzia di lei, essendo vestita tutta di bianco e mostrando in su quel ca<m>po e suoi aurei capelli, mi parve conveniente assimigliarli a' raggi del sole quando si spandono sopra a uno monte di candida neve, perché né meno candida cosa coprivono e capelli che sia la neve, né manco splendore avevono e capelli che li raggi del sole. E se i capelli erono tanto lucenti, molto più erono gli occhi. E però, quanto al tempo, non è dubbio che era giorno, el quale almeno faceva el sole degli occhi suoi. E dato che questo fussi, el luogo di necessità era paradiso, perché dove era tanto splendore, bellezza e pietà, certamente si può dire paradiso. El quale paradiso, chi vuole rettamente diffinire, non vuole dire altro che uno giardino amenissimo, abundante di tutte le cose piacevoli e dilettevoli, d'arbori, di pomi, di fiori, acque vive e correnti, canti d'uccegli e in effetto di tutte le amenità che può pensare el cuore dell'uomo; e per questo si verifica che paradiso era ove era sì bella donna, perché qui vi era copia d'ogni amenità e dolcezza che uno gentile cuore può desiderare.


[ VII ]

Occhi, voi siate pur, come paresti,
i più begli occhi ch'io vedessi mai;
l'altre vaghe bellezze ch'io mirai
e i modi son bellissimi e onesti.
Né mi posso doler, lasso!, di questi,
ma ringraziarli e onorar assai;
ma sol di te, o falso Amor, che sai
che il core era adamante, e nol dicesti.
Già ne domandai gli occhi, ove tu eri:
tu formasti parole in quella bocca
da fare i monti gir, non che un cor preso.
Già pe' sospir' gli amorosi pensieri
suoi conobbi io, e che pietà il cor tocca,
ma non sapea di che fuoco era acceso.

Era già per li occhi miei discesa al core la imagine delle bellezza di costei, e gli occhi suoi avevono fatto in esso tale impressione, che sempre gli erono presenti; e Amore, el quale abbiamo detto sempre co·lloro abitava, se n'era ancora lui in compagnia di quelli occhi venuto; e il cuore per questo era di tante fiamme circundato, che li pareva impossibile a sopportare lo affanno che dal suo ardente desiderio nasceva. E pensando quale migliore remedio potessi a questo male opporre, nessuna cosa gli occorse di maggiore efficacia che fare intendere la sua dolorosa condizione e miserabile stato alla donna mia, la quale sola poteva, come sola cagione di tanta pena, sollevarlo.

Pareva necessario in questo caso eleggere nunzio e messaggiero che avessi due condizioni: una che fussi grato a colei a cui era mandato, perché, avendo a riportare grazie, più facilmente si poteva per mezzo di graziosa persona; l'altra che chi andava, oltre allo essere bene informato della miseria in che si trovava il cuore, fussi creduto da lei, acciò che la verità della pena più facilmente movessi la pietà. E però fece el core concetto di pregare gli occhi della donna mia, e quali, essendo in lui, vedevano el suo grande tormento, che andassino a referirlo a lei; e in compagnia di loro Amore, acciò che, multiplicati l'intercessori e il numero de' testimoni del male suo, più facilmente s'impetrasse grazia per questi graziosi messi: perché nessuno doveva essere alla donna mia o più grato o più creduto che Amore e gli occhi suo medesimi. Erono testimoni quelli occhi, e Amore co·lloro, della pena del cuore e ancora della intera sua fede, non superata dalla grandezza de' martirii. E credeva per questo el cuore che a lei dovessi essere noto lo stato suo; e, come nel processo del sonetto si vede, era in grande errore, perché, non potendo vivere il cuore sanza quelli occhi e essendo vivo quando mandava questi nunzii, per le parole sue medesime si comprende che quelli occhi mai s'erano partiti dal cuore mio. E però, quando el cuore mio dice: “Tornate a lei”, presupponendo quasi che altre volte si fussino partiti, si vede che il cuore per la passione erra; come ancora monstra, maravigliandosi lui che madonna non curi el suo dolore, presuponendo gli sia noto: prega adunque el core questi due nunzii che vadino a placare la durezza della donna mia, come unico refugio e sola speranza della sua salute. E chi legge bisogna presupponga che già gli occhi e Amore erano in camino per partirsi, quando el cuore, accortosi dello errore suo e che impossibile gli era a vivere sanza quegli occhi, gli richiamò indrieto, pregandogli che restino co·llui e commettendo che Amore solo andassi e pregassi per lui. Una passione amorosa in dua modi si può levare dal cuore, cioè o con dimenticare la cosa amata o col placarla. Tentò el cuore mio l'una e l'altra via; e, volendo cacciare da sé gli occhi di colei, fece esperienzia di metterla in oblivione, perché non è nel cuore quella cosa di che altri non si ricorda. Tentò questo remedio invano, e però ricorse al secondo, cioè di placarla. Questo non si può fare se non per mezzo d'Amore, né poteva nascere pietà nella donna mia se non Amore non era co·llei insieme colla certezza della pena e fede del cuore, perché l'amore, la pena e la fede sono quelle cose che muovono la pietà. Parla adunque el presente sonetto agli occhi della donna, ch'erano continui assistenti al cuore.


[ VIII ]

Quel che il proprio valore e forza eccede,
folle è sperare o disiar d'avere.
S'alcun tien l'occhio fisso per vedere
il sol, né quel né altra cosa vede.
S'egli è vero il pensier d'alcun che il crede,
l'alta armonia delle celeste spere
vince i mortali orecchi; né volere
si dee quel ch'altri con suo danno chiede.
Ah, folle mio pensier!, perché pur vuole
giugner pietate alle bellezze oneste
della mia donna, agli occhi, alle parole.
Suo parlar men che l'armonia celeste
non vince, o il guardo offende men che il sole:
or pensa se pietà si aggiugne a queste!

Avviene spesse volte agli uomini, che e' desiderano quello che sarebbe loro gravissimo danno e sperano ottenere quelle cose che sono impossibili a conseguire, mossi da presunzione e ignoranzia, la quale, secondo e filosofi, è madre di tutti e mali. Questo difetto più spesso si ritruova in quegli che sono posti in maggiore desiderio e passione, nelli quali la aflizione e la pena è sì grande, che ogni desperata via tentano per liberarsene. Questo tale errore si nota per lo sopra scritto sonetto, el quale prima propone quanto sia grave inconveniente o desiderare o sperare de avere quelle cose che eccedono le forze nostre, alle quali la natura nostra non è proporzionata, per essere assai inferiore e meno degna; subiungendo due essempli in confermazione di questa verità. El primo contra quelli occhi che presumono guardare verso il sole, e quali <non> solamente non lo possono vedere, ma perdano per quello la visione dell'altre cose. L'altro essemplo è degli orecchi, e quali non sono sufficienti a potere udire l'armonia delle spere celesti. E per chiarire meglio questa parte, è da intendere essere suto oppinione de alcuni filosofi (la quale mette Cicerone nel suo libro intitolato De somnio Scipionis) che il moto delle celeste spere generi diverse voci, secondo la diversità de' moti, più veloce o più tarda, e di tutti insieme una dolcissima armonia, di tanta grande voce e suono, che gli orecchi umani non sono sufficienti a udire, come gli occhi mortali non possono vedere el sole; dando per essemplo che quegli uomini, e quali nascono vicini alle cateratte del Nilo, cioè dove quello grande fiume de altissimi monti cade in basso, per lo strepito e romore grande tutti sono sordi. Questa oppinione, non essendo molto aprovata, ancora da me non è messa per certa, e però dissi: “S'egli è vero el pensier”, etc. Da queste comparazioni degli occhi e degli orecchi umani non proporzionati o a potere vedere el sole o a udire l'armonia predetta, vengo poi a mostrare lo errore degli occhi e degli orecchi miei, e quali sono suti presuntuosi: gli occhi a guardare il sole della donna mia, gli orecchi a udire l'armonia dolcissima delle parole sue. E se questo è grave errore, molto maggiore è quello del pensiero mio, e molto maggiore presunzione, desiderando che s'agiunga pietà, cioè tanto maggiore forza alle bellezze della donna mia; le quali, se erano insopportabili alli miei frali e umili sensi sanza questa pietà, si può pensare quanto el pensiero mio desideri contro a sé, volendo adiungere forze alla offesa sua.

Pare molto conveniente alla presente materia fare intendere la cagione perché si fa solamente menzione del pensiero, degli occhi e degli orecchi e non de altra forza o senso; e però diremo apresso da che cagione mossi abbiamo fatto questo. Secondo li platonici, tre sono le spezie della vera e laudabile bellezza: cioè bellezza d'animo, di corpo e di voce. Quella dell'anima può solamente conoscere e apetire la mente; quella del corpo solamente diletta gli occhi; quella della voce gli orecchi. E diletti degli altri sensi fuora di questi, come vili e non convenienti ad animo gentile, sono repudiati. Pel pensiero adunque s'intende la mente, la quale ha per obietto la bellezza dell'anima, la quale consiste nella perfezione che dalla virtù gli viene; e è più e manco bella e di più e manco bellezza è ornata, secondo che è accompagnata da più virtù, così in numero come in quantità e perfezione d'essa. La bellezza del corpo e grazia d'esso pare che proceda dall'essere bene proporzionato, di grazioso aspetto e in effetto da una certa venustà e leggiadria, la quale qualche volta piace non tanto per la perfezione e buona proporzione del corpo, quanto per una certa conformità che ha cogli occhi ai quali piace, che dal cielo o dalla natura procede; e tutto questo è obbietto e iudizio degli occhi. La terza bellezza, della voce, consiste quando di più voce concorde resulta uno concento, che si chiama armonia; e questo può procedere così da diverse voce, come è detto, come da una dolcezza e suavità di parole insieme bene connesse e acomodate, le quali ancora non possono essere così composte sanza armonia: tutta questa bellezza solamente agli orecchi si riferisce. E per questo solamente questi tre modi abbiamo posto a conoscere la donna mia: imperò che per quella pietà, che 'l mio pensiero desiderava in lei, bisogna intendere la bellezza delle virtù e dote dell'anima della donna mia, disiderate dalla nostra mente (perché la pietate è opera degnissima dell'anima mossa da iustizia, perché, essendo posta in anima ragionevole, sanza qualche parte di merito non si muove); per gli occhi suoi, la bellezza del corpo dagli occhi miei amata; per le parole sue, che vincono l'armonia celeste, si tocca la terza bellezza della voce e dell'armonia, alla quale solo gli orecchi mia stavono intenti. Perché copiosamente queste tre bellezze erano in questa gentilissima, bellissima e dolcissima donna, la quale è a me cara sopra ogni cosa.


[ IX ]

Occhi, io sospiro come vuole Amore
e voi avete per mio mal diletto;
sempre ardo, né giammai giugne allo effetto
qual più disia lo inveterato ardore.
Ma voi sentite ben pel mio dolore,
perché mirate il più gentil obietto
che aver possiate: al vostro ben perfetto
vi conduce la doglia di me, cuore.
Se pur piangete, io son quel che distillo
alquanto del mio mal per la via vostra;
né il ben vi toglie il cor, quando si duole.
Pregate meco Amor che sia tranquillo,
qual se benigno il chiaro obietto mostra
quanto sarà più bello il vostro sole!

S'egli è vera quella difinizione d'amore che nel proemio abbiamo detto, molto bene ancora si verifica el proposito e intenzione del presente sonetto, la quale è di provare per evidente ragioni che il cuore acceso d'amore già mai ha pace; e gli occhi dello innamorato tanto sono più felici, quanto el cuore ha maggiore tormento. La difinizione che abbiamo detta d'amore è che amore sia desiderio di bellezza; e se questo è, molto veramente si può dire amore non possedere quella bellezza che desidera, perché, se la possedessi, el desiderio d'essa sarebbe invano, perché non si può desiderare quello di che altri ha copia. E però diremo altra cosa essere amore, altra cosa essere el fine che lo muove, perché l'amore desidera e è mosso da uno fine che si chiama felicità e beatitudine, la quale consiste nel congiugnersi con quella bellezza che lo amore apetisce e con essa inseparabilmente stare. E insino a tanto che a questo fine di beatitudine non si perviene, amore non solamente non è bene, anzi è pena e tormento insopportabile, più e manco secondo la grandezza dello amore. E però, presupponendo che il cuore non sia pervenuto alla perfezione di questa beatitudine e dolcezza, bisogna confessare il cuore sia gravemente tormentato, perché il cuore ha per obbietto quella beatitudine, della quale è privato; ma gli occhi, lo ufitio de' quali è vedere, tanto sono più felici, quanto veggono cosa più bella; e ciascuna cosa tanto pare agli occhi più bella, quanto è maggiore lo amore, cioè el desiderio del cuore. Perché, se lo amore è grande, necessariamente conviene che la bellezza o sia o paia agli occhi grande: altrimenti non sarebbe amore, cioè el desiderio della bellezza. Adunque si conchiude per una medesima cagione gli occhi essere tanto più felici, quanto el cuore è più misero, pigliando questi termini largamente, cioè el cuore come sede e luogo della concupiscibile, cioè nel quale nascono tutti e desideri, e gli occhi, non in quanto sono senso, perché come senso proprio e esteriore non possono giudicare la bellezza d'una cosa o d'un'altra; e però bisogna per gli occhi intendere l'operazione dell'anima nostra, che opera mediante gli occhi, e quel contento e piacere che sente per mezzo dello strumento degli occhi, quando per rapporto loro giudica una cosa bella e piglia per questo consolazione e conforto.

Parla adunque nel presente sonetto el cuore agli occhi miei, mostrando l'afflizione e miseria in che si truova, come vuole Amore, e il diletto che pel male suo sentono gli occhi, mostrando prima el male suo e poi el loro diletto. La miseria del cuore è questa: che lui sempre desidera quello che e' non possiede, né adiunge a quello effetto e fine, el quale lui più brama e disia de uno desio antiquo e inveterato. Ma gli occhi non solamente veggono l'obietto loro, cioè gli occhi e la bellezza della donna mia, ma veggono la più bella e eccellente cosa che e' possino vedere, cioè la donna mia, perché nessuna cosa può tanto desiderare el cuore quanto lei. E dal desiderio suo nasce la maggiore bellezza della donna mia, la quale è tanto più bella e perfetta, quanto è maggiore la doglia del cuore, cioè el desiderio d'essa per le ragioni che dette abbiamo. Risponde dipoi a una tacita contradizione che li potria essere fatta, cioè che gli occhi qualche volta ancora loro piangono; e questo pare contro alla felicità, la quale el cuore aferma essere negli occhi; e però dice che, se pure gli occhi piangono, questo non procede per cagione d'alcuna pena loro, ma da dolore e desiderio del cuore, el quale per la via delle lacrime sfoga una parte del suo dolore. Poi rivoltatosi a loro, gli priega che loro prieghino Amore che faccia pietosa la donna nostra, e a questo gli debbe muovere non solamente la compassione della miseria del cuore, ma ancora la speranza di maggiore bene degli occhi, perché, agiugnendosi pietà nella donna mia, Amore sarà tranquillo, cioè il desiderio della bellezza già sarà adempiuto, né più molesterà el cuore. E in questo caso el sole, cioè gli occhi e bellezza della donna mia, sarà molto più bello agli occhi, e tanto più bellezza vedranno, quanto la pietà la farà maggiore. Pare molto conveniente in confermazione di quello che abbiamo detto, che il cuore sia cagione delle lacrime, narrare come naturalmente le lacrime procedono più tosto dal cuore che dagli occhi e intendere la cagione che muove le lacrime, che ora diremo apresso.

Secondo e fisici nel cuore nascono tutte le perturbazioni, de allegrezza e di dolore, d'ira, di speranza e di timore e qualunche altra passione; le quali tutte, così nate nel cuore, per una certa colleganzia e conformità che è tra el cuore e il cervello, subito al cervello sono comunicate. Onde avviene che, quando si comunica con lui o dolore o letizia, el cervello, oppresso o vero compresso da alcuna di queste passioni, quasi in se medesimo si ristrigne; e essendo per natura umido e restringendosi in guisa d'una spugna piena d'acqua, distilla per li occhi una parte di quella umidità, e così genera lacrime, le quali sono più abundante in uno che in un altro, secondo che el cervello è più o manco umido e secco. È cosa manifesta che ancora si piange così per allegrezza come per dolore; ma, secondo Aristotile, questa diferenzia hanno le lacrime che procedono da letizia da quelle che vengono da dolore: che le lacrime liete sono fredde, le dolorose più calde. E ne assegna questa ragione: l'allegrezza e el dolore, per essere diverse passioni, fanno molti diversi effetti, perché l'allegrezza <dilata> e fa più rari li spiriti vitali e il dolore gli ristrigne. Dove e' concorre maggiore numero di spiriti, di necessità è maggiore copia di caldo, e così e contra: onde nasce la diferenzia delle lacrime calde e fredde, che nascono o da dolore o da letizia. Concludesi per questo le lacrime avere due cagioni, l'una la passione del cuore, l'altra la distillazione della umidità che fa il cervello. E per questo gli occhi più tosto essere via che cagione delle lacrime.


[ X ]

Se tra li altri sospir' che escon di fore
del petto, come vuol mia dura sorte,
Amor qualcun ne mischia, par che porte
dolcezza alli altri e riconforti il core.
Quel viso, che col vago suo splendore
ha già li spirti e le mie forze estorte
più volte delle avare man' di morte,
ancora aiuta l'alma, che non more.
Fortuna invida vede quei sospiri
che manda Amor dal core, e li comporta,
credendo che si arroga a' miei martìri.
Così la inganno e folla manco accorta,
se avvien ch'Amore a lacrimar mi tiri;
né sa quanta dolcezza il pianto porta.

Prometemo nel proemio, quando venissimo alla esposizione del presente sonetto, narrare quanto fussi grande e maligna la persecuzione che io sopportai in quel tempo e dalla Fortuna e dagli uomini; e nondimeno sono in disposizione passarmene molto brievemente, per fuggire el nome di superbo e vanaglorioso. Imperò che il narrare e proprii e gravi pericoli dificilmente si fa sanza presunzione o vanagloria. E questo credo procceda che, quando uno legno di turbolentissima tempesta dopo molti pericoli e paure si riduce nella tranquillità del porto, el più delle volte el nocchiere e governatore d'esso più tosto alla propria virtù lo atribuisce che ad alcuna benignità della Fortuna; e acciò che la virtù sua paia tanto maggiore, accresce tanto più el pericolo passato, e spesse volte fuora della verità, acciò che della virtù sua ancora si creda più che non è il vero. Questo medesimo essemplo seguitando, i medici della età nostra sempre fanno el pericolo dello infermo assai maggiore che egli non è, mettendo spesse volte dubbio di morte in quelli, nelli quali la salute quasi manifesta si vede: perché, sopravenendo pure la morte, la colpa sia più tosto della natura che della cura; venendo la salute, la cura e opera si mostri tanto più eficace. E però brevemente diremo: la persecuzione essere suta gravissima, perché li persecutori erano uomini potentissimi, di grande altorità e ingegno e in disposizione e proposito fermo della mia intera ruina e desolazione, come mostra lo avere tentato tutte le vie possibili a nuocere a uno. Io, contro a chi venivano queste cose, ero giovane privato e sanza alcuno consiglio o aiuto, se non quello che dì per dì la divina benignità e clemenzia mi ministrava. Ero ridutto a quello che, essendo a uno medesimo tempo nell'anima con escomunicazione, nelle facultà con rapine, nello stato con diversi ingegni, nella famiglia e figliuoli con nuovo trattato e macchinazione, nella vita con frequenti insidie perseguitato, mi saria suto non piccola grazia la morte, molto minor male allo appetito mio che alcuno di quelli altri. Essendo adunque in questa oscurità di fortuna posto, tra tante tenebre, qualche volta pure luceva lo amoroso raggio, talora gli occhi, talora el pensiero della donna mia; la quale dolcezza e refriggerio traeva la vita mia delle mani della morte. ancora che la Fortuna non s'accorgesse di questo mio refriggerio, perché non discerneva bene gli amorosi sospiri da quelli che proccedevano da lei. E però dico che, quando Amore mescolava alcuno de' suoi sospiri tra quelli che mi dava la mia avversa fortuna e dura sorte, gli amorosi addolcivano e mitigavano quelli altri e riconfortavono el cuore. E se avveniva qualche volta che vedessi el viso della donna mia, come altre volte aveva estorto delle mani avare di morte gli spiriti e forze mie, al presente ancora difendeva contro alla morte l'anima mia. E estorta non vuole dire altro che una cosa che è tolta a uno a suo dispetto. E la morte è veramente avara, perché maggiore avarizia non può essere che di colui il quale vuole tutto per sé, come la morte vuole ogni mortal cosa. Subiunge poi che, veggendo la Fortuna inimica e invidiosa d'ogni mio bene, quelli sospiri che Amore mandava dal cuore, non gli conosceva per amorosi, ma, credendo proccedessino dalla mia mala sorte e persecuzione predetta, gli comportava, non credendo mi portassino dolcezza, ma si arrogessi tanto più al mio male e che la pena mia fussi tanto maggiore. E io accorgendomi dello inganno della Fortuna, per ingannarla tanto meglio, qualche volta, come Amore voleva, piangevo e mi lamentavo, e tanto manco poteva intendere la Fortuna la dolcezza e de' sospiri e dei pianti miei. Con questa arte adunque, per virtù di quelli begli occhi e d'Amore, qualche volta sentivo qualche refriggerio e dolcezza, la quale non arei sentita se la Fortuna se ne fussi accorta.


[ XI ]

Se il fortunato cor, quando è più presso
a voi, madonna mia, talor sospira,
non s'incolpi di ciò disdegno o ira
o paura o dolor, lo qual sia in esso;
Ma dolcezza che Amor li ha concesso
ciascun spirto disvia e a sé il tira,
tal che alcun refriggerio più non spira
al cor, che arde obliato di se stesso.
Amor vede, se presto non soccorre,
per soverchia dolcezza il cor perire,
e i vaghi spirti al suo soccorso chiama.
Ciascun per obbedirlo pronto corre:
così crean talor qualche sospire,
per refriggerio a quel che morir brama.

Io vorrei avere o tal forza di parole o tal fede apresso degli uomini, che potessi bene sprimere e fare credere la eccellenzia della donna mia; perché a lei sarebbe onore e io fuggirei qualche pericolo d'essere stimato poco veritiero. Ma, non potendo né esprimere né mostrare gli occhi e le bellezze sue, perché, secondo el comune uso, forse quello che è virtù a incarico sarebbe atribuito, almanco mi sforzerò in qualche parte mostrare la gentilezza dello ingegno suo, narrando alcuno degli suoi motti, e questi, al mio parere, molto più alti e sottili che a donna non si conviene. E perché dinanzi abbiamo detto che le parole e quesiti suoi qualche volta hanno dato argumento a' nostri versi, el presente sonetto è uno d'essi, come faremo intendere apresso.

Ero assai vicino agli occhi suoi, per modo che da presso e quelli e l'altre bellezze potevo vedere, e guardando fiso in essi, tutto acceso già di speranza e pieno di dolcezza, qualche volta con profondi sospiri sospiravo. Questa gentilissima, alla quale già era noto el desiderio e stato del cuore mio, con dolcissime parole mi domandò come io ero contento e come stavo. E rispondendo io che più contento non potevo essere, né il cuore in maggiore dolcezza, ella soggiunse: “Donde proccedono adunque questi tuoi sospiri?”. Io, per timidità e perché e la bellezza e le parole avevono quasi trattomi di me stesso, non potei per allora rispondere altro; ma partitomi dipoi da lei, feci il presente sonetto, nel quale mi sforzai mettere le cagioni naturali onde proccedono e sospiri. È fatto questo presente sonetto in risposta di quella gentilissima donna. E però parla alla donna mia e dice che, se 'l mio core fortunato, cioè felice e contento (perché fortunato non vuole dire altro che quello el quale ha prospera fortuna), sospira in quel tempo quando è più presso alla donna mia, cioè agiunto alla sua beatitudine, non è cagione alcuna perturbazione o cosa che lo offenda, come sarebbe isdegno, ira, dolore o paura; ma, volendo intendere bene il vero, ne è cagione la dolcezza che lui sente, la quale è sì grande, che tiene occupate tutte le forze e spiriti vitali, e gli svia dal loro ufizio naturale alla fruizione di quella dolcezza. Essendo adunque tutti gli spiriti atenti a questo, bisogna cessino le operazioni naturali che per mezzo loro si fanno. Tra l'altre operazioni naturali è ancora el respirare o, vogliàno dire, alitare, el quale ancora se intermette per quello che abbiamo detto. Di qui nasce che al cuore manca el suo usato refriggerio; perché, essendo el cuore di natura caldo, e ancora per el concorso degli spiriti molto più acceso, si suffocherebbe e morrebbe, se non si rinfrescassi per mezzo di quella aria, la quale aria per quello alito continuamente si rinuova e rinfresca. Di questo nasce che Amore, veggendo el cuore mio in tanto pericolo, chiama in soccorso e suoi spiriti vitali; e veramente Amore gli muove, perché la natura, amatrice della conservazione della vita, subitamente pigne in ogni passione del cuore gli spiriti vitali. E quali spiriti, per ubbidire a questo amore della natura, con prontitudine e velocità corrono in soccorso suo. Di questo nasce che, se prima el cuore aveva bisogno di respirare e refriggerarsi, molto più ne ha bisogno sopravenendo tanti spiriti, e quali di natura loro sono caldi. E però necessariamente bisogna tirare dentro dal petto più quantità d'aria per ristorare l'ordinario ofizio dello alito, quale era intermesso; e di qui nasce il sospiro e quinci si rinfresca il cuore, el quale, avendo già dimenticato se stesso, per sé non si curava di morire, anzi bramava sì dolce e sì felice morte. Possiàno adunque dire el sospiro proccedere da ogni passione di mente e da ogni fatica del corpo, purché la passione della mente sia eficace in modo che diverta o intermetta le operazioni naturali dell'ordinario alitare, che appresso a' latini propriamente refocilare si chiama, o vogliamo dire respirare.

La fatica e agitazione del corpo, come in uno che corre o facci qualche forte essercizio, ancora genera sospiri, perché el caldo naturale se eccita e accende; né potrebbe il corpo in quella fatica perseverare, se el cuore non si rifrigerassi e spesso respirassi. Vorrei avere potuto esprimere meglio questo mio concetto, perché così si conveniva a tanto degno e gentile quesito. E nondimeno ho eletto più tosto che al sonetto manchi ornamento e la vera espressione di questo senso, che in me manchi una pronta voluntà di sadisfare a quello che vuole Amore.


[ XII ]

Poscia che il bene avventurato core,
vinto dalla grandezza de' martìri,
mandando inanzi pria molti sospiri,
fuggì dello angoscioso petto fore,
stassi in quei due belli occhi con Amore;
e perché loro, ove che Amor li giri,
fan gentile ogni cosa ch'ella miri,
degnato hanno ancor lui a tanto onore.
Il cor, dagli occhi a questo bene eletto,
fatto è per lor virtù tanto gentile,
che più cosa mortal non brama o prezza.
E benché abbin cacciato for del petto
quelli occhi ogni pensier vulgare e vile,
né torna a me, né brama altra bellezza.

Come nel precedente sonetto abbiamo narrato, già el cuore, assicurato da Amore, era da me fuggito; e di questo convenientemente séguita volere intendere e in che luogo arrivassi e in che stato si trovassi. Le quale cose si narrano nel presente sonetto, la sentenzia del quale è questa: che, dapoi che il cuore mio, bene avventurato (e questo si dice per la concrusione del sonetto, perché avventurato si può chiamare quello che è gentile e perfetto, come dimosterremo nella difinizione infrascritta della gentilezza; e però non dico “bene avventurato” per essere suto vinto dalla grandezza de' martirii, ma pel bene che gliene seguitò); dico adunque che, dapoi che questo cuore vinto dai martirii molto sospirò, finalmente si partì del petto mio. Li martirii suoi non erano altro che lo acceso desiderio della bellezza della donna mia. Così adunque fuggito, giunse agli occhi suoi e da loro graziosamente fu ricevuto; che si può interpetrare che il cuore mio si pasceva e della bellezza di quelli occhi e della speranza che aveva della futura pietà, la quale speranza gli dava Amore (che era ancora lui in questi occhi), el quale non è mai sanza pietà. Questo dolcissimo ricetto, per la virtù di quelli occhi fece gentile el mio cuore, perché s'egli è vero che quelli occhi, mossi da Amore, faccino gentile ogni cosa che e' guardano, molto più dovevono fare el mio cuore degno di tanto onore, cioè della gentilezza, il quale cuore sempre in loro abitava. E per sprimere meglio el vero e verificare quanto è detto, diremo in questo modo: farsi gentile le cose che sono vedute da quelli occhi, quando Amore gli muove; per li occhi suoi si presuppone una singulare bellezza, per amore pietà; e dove concorrono queste due cose, nasce, nel cuore di chi vede, gran dolcezza e amore, el quale, secondo che abbiamo detto, non è mai sanza gentilezza. Né possono quelli occhi mossi da Amore, cioè con afezione, guardare cosa che non sia o in potenzia o in atto gentile, perché l'afezione non si estende se none a quello che piace, né può piacere se non quella cosa la quale abbi qualche conformità con noi; e però, presuposto la gentilezza di quelli occhi, si verifica che e' non possono con Amore guardare cosa che non faccian gentile. El cuore mio adunque, eletto, cioè non per alcuno merito suo, ma per liberalità e grazia della donna mia assunto a questo grado di gentilezza, già si stimava tanto e in tale perfezione gli pareva essere venuto, che non estimava alcuna cosa vile o mortale. E perché non paia questo contradica a quello abbiamo detto, che sanza qualche merito non possa alcuna cosa ricevere da quelli occhi el grado di questa gentilezza, avendo io detto che il mio cuore sanza merito a questo fu eletto, dico, confermando la sentenzia sopra detta, che possiamo chiamare uno gentile o in atto o in potenzia, cioè veramente gentile e con tutte le parte che vengono da gentilezza o atto a potere essere gentile; come diremo d'un fabbro, el quale, avendo il ferro sanza alcuna certa forma, si può dire abbi in mano una spada, una zappa, o quello istrumento il quale è sua intenzione di comporre di quel ferro. Era el mio cuore prima questo ferro rozzo, ma atto a essere quello che volevano quelli occhi. E perché in loro potenzia era o lasciarlo così rozzo o farne una o un'altra cosa, per elezione del fabbro, fu fatto gentile cosa, e, quanto alla elezione, sanza merito; quanto allo essere disposto e atto a essere gentile, non sanza qualche merito; e così si assolve questa parte. Io, veggendo el mio cuore tanto gentile, cominciai ad amarlo più e desiderare tornassi a me. Per muoverlo a questo purgai la mente e el petto mio di ogni cosa vile e vulgare per mezzo pure di quelli occhi, la perfezione de' quali, portata in me dagli occhi miei, si restò nella imaginazione; né sarebbe restata quella gentilissima forma in mezzo di tutti e miei pensieri, s'e miei pensieri fussino suti vili e vulgari. E però, come di natura fa el bene, prima spogliò el petto mio d'ogni male; e nonostante questa purgazione, non voleva tornare il cuore mio a me, né desiderava altra bellezza che quella di quelli occhi ove lui era. E così di necessità bisogna fussi, sendo quelli occhi bellissimi e 'l cuore già fatto gentile, come meglio faremo intendere nella esposizione di quel sonetto che comincia: “Candida, bella e dilicata mano”.

Pare solamente al presente necessario, perché spesse volte nelli nostri versi si truova questo vocabulo di gentilezza e gentile, difinire una sola volta per sempre quello che sia gentilezza secondo la mia oppinione. Né arei presunto di fare questo, se Dante, clarissimo poeta, in quella canzona dove si difinisce la gentilezza, non si fussi ristretto alla difinizione della gentilezza dell'uomo, la quale lui chiama “quasi nobiltà”. Ma, essendo questo vocabolo, secondo el vulgare uso, quasi comune a tutte le cose, non mi pare inconveniente dire quello che ne intendo, massime perché, nella significazione che se usa, è vocabulo nuovo e al tutto vulgare, del quale non può essere né per definizione né per lo uso degli antichi alcuna certa proprietà. Pare adunque a me che questo vocabulo gentile sia nato da quelli che gentili furono chiamati, cioè e Romani, e quali e dalli ebrei teologi e da' cristiani furono chiamati gente e dipoi gentili, come per molti essempli si può provare. E perché e gentili, cioè e Romani, in queste cose che il mondo onora e pregia furono reputati eccellentissimi, credo si cominciassi chiamare gentile ogni cosa che avessi tra le altre qualche eccellenzia, quasi opera fatta da' gentili o che alla eccellenzia loro convenissi. Lo uso dipoi ha alargato la significazione del vocabulo, tanto che la difinizione è molto dificile. Perché si dirà, verbi gratia, uno gentile avorio o uno gentile ebano, e l'uno è tanto più bello quanto è più candido, l'altro quanto è più nero è più stimato: cose molto contrarie l'una a l'altra e nondimeno espresse dal medesimo vocabulo. Diremo adunque gentile essere quella cosa, la quale è bene atta e disposta a fare perfettamente l'uficio che a lei si conviene, accompagnata da grazia, la quale è dono di Dio. E, per essemplo, chiameremo gentile un cavallo “corridore”, el quale corre più velocemente che gli altri; e oltre a questo vi agiugnereno la bellezza che agli occhi lo facci grato; perché, oltre al correre forte, non sarebbe gentile, se non corressi levato e ben partito e con poca dimostrazione di fatica o d'affanno. Né sarebbe gentile se e' non fussi bello, né avessi piccola testa e asciutta, larghe le nare del naso, gli occhi di conveniente grandezza e vivi, piccoli orecchi, collo sottile e svelto, non molto petto ma raccolto, el piè di buon colore e forte, alti e larghi calcagni, giuntato corto, le gambe né grosse né sottili ma asciutte, le quali equalmente eschino delle spalle, abbi assai, a proporzione del resto, dalla punta della spalla al guidalesco, schiena non molto lunga, doppio di lombi, poco corpo e non pendente, e lungo più di sotto che nella schiena, le lacche buone, le falce di drieto diritte, piccola coda, mantello che sia grato agli occhi con qualche buono segno, come sarebbe un cavallo, verbi gratia, tutto morello, col piè di drieto sinistro balzano e un poco di stella di fronte. Chi volessi laldare con queste parte uno corsiere da guerra, l'errerebbe, perché ha a fare ufizio molto diverso. E però la gentilezza è quasi una distinzione iudiciale di tutte le cose.

Volendo adunque vedere quello che era il mio cuore già fatto gentile, è necessario intendere l'ufizio del mio cuore, el quale, avendo per obbietto gli occhi e bellezza della donna mia, a me pare avessi tre ufizii: l'uno conoscere, l'altro amare, il terzo fruire e godere quella bellezza. E se questa bellezza è grande, come abbiamo detto, grande perfezione bisognava fussi quella del cuore a conoscerla, ad amarla e fruirla. Non diremo più di questa parte per al presente perché nelli sonetti seguenti esplichereno molto meglio questa materia e mosterremo chiaramente perché el cuore già fatto gentile non può bramare altra bellezza che quella della donna mia.


[ XIII ]

Candida, bella e delicata mano,
ove Amore e Natura poser quelle
leggiadrie dolci, sì gentili e belle,
che ogni altra opera lor par fatta invano,
tu traesti del petto il cor pian piano
per la piaga che fêr le vaghe stelle,
quando Amor sì piatose e dolce felle,
tu drieto a lor entrasti a mano a mano;
tu legasti il mio cor con mille nodi;
tu 'l formasti di nuovo e, poi che fue
gentil fatto per te, rompesti e lacci.
S'egli è fatto gentil, non convien piùe
cercar per rilegarlo nuovi modi
o pensar ch'altra cosa mai li piacci.

Abbiamo detto quelle cose potersi chiamare gentile, le quale perfettamente e con grazia fanno quello a che sono ordinate. E per questo parrebbe, prima facie, che qualunche cosa fatta una volta gentile non avessi bisogno d'alcuna altra cosa alla perfezione sua; che pare contro a quello che dice el presente sonetto, la conclusione del quale è che la mano gentilissima della donna mia, avendomi tratto el cuore del petto, lo abbi fatto gentile, avendolo formato di nuovo; el quale cuore già era suto fatto gentile dagli occhi suoi, come mostra el sonetto già esposto che comincia: “Poscia che 'l bene avventurato core”. E però, prima che più particularmente vegniamo alla esposizione del sonetto, per concordare questa apparente contradizione, diremo così. Che se la gentilezza è quella che abbiamo detto, tante cose possono essere gentili quanti sono i fini a che tendono le cose; come si vede per isperienza in uno uomo, perché lo chiameremo nella sua tenera e puerile età un gentile fanciullo, dipoi un gentile garzone, un gentile giovane, un gentile uomo, etc., secondo che l'età e la natura gli mostra diversi fini; perché diverse cose convengono a diverse età. E però, quando el mio cuore si fuggì negli occhi della donna mia, dalli quali fu fatto gentile, si può intendere che allora el cuore aveva per obietto solamente gli occhi della donna mia e le altre aparenti bellezze, e solamente di quello si pasceva per mezzo della visione degli occhi miei; e a questo fu fatto gentile, cioè a intendere, contemplare e fruire solamente per mezzo degli occhi quella bellezza. Ma dipoi, essendo quella mano candidissima entrata nel petto e trattone el cuore, pare che questo fussi assunto a più degno ufizio. Perché questo mostra la iuridizione che aveva la donna mia sopra 'l mio cuore, e espressamente chiarisce, se già lei lo reputava suo; e essendo sua cosa per elezione di lei, di necessità lo amava; e questo mostra più chiaramente lo averlo cominciato a fare gentile cogli occhi, cioè fattogli questo benifizio, perché quelle cose se amano più che l'altre, le quale noi reputiamo nostre e, come nostre, abbiamo cominciato a benificarle. Altro era adunque lo ufizio del cuore, prima che la donna mia facessi segno alcuno de amore verso lui; altro è questo che doveva fare dopo tante benigne dimostrazione. E però, come a nuovo ofizio e fine, di nuovo bisognò farlo gentile, perché non solamente aveva per obietto la bellezza sua, ma ancora lo amore della donna mia, tanto più degna cosa, quanto più spirituale e manco corporea, e non di manco o meno desiderabile bellezza al cuore mio che gli occhi sua agli occhi mia. Era adunque necessario, come è detto, di nuovo farlo gentile e formarlo per questo nuovo obietto, e questo ufizio a nessuno pare che più si convenissi che alla mano della donna mia; la quale bisogna intendere fussi la mano sinistra, la quale, partendo dal cuore, come più certo nunzio, è testimone della intenzione del cuore della donna mia; perché si dice nel dito anulario, cioè quello che è allato al dito che vulgarmente chiamiamo mignolo, è una venetta che viene immediate dal cuore, quasi un messo della intenzione del cuore. Veggiamo adunque di necessità el cuore di nuovo bisognava essere riformato e fatto gentile a questo nuovo e più degno fine e che la vera ministra a questo effetto era la mano sinistra per le sopra dette ragioni.

Ora verremo a più particulare esposizione del sonetto. Certamente, tra l'altre gentilissime bellezze della donna mia, le mani sue non parevano cose umane e, benché ambo fussino belle, pure el presente sonetto, come di sopra dicemo, parla alla mano sinistra, la quale chiama “candida, bella e dilicata”, non perché comprenda tutte le bellezze di quella mano, ma, narrandone una parte, vuole che chi legge comprenda ogni esatta perfezione che si convenga a una mano. E che questo sia vero, lo mostra soggiugnendo poi che l'amore e la natura gli avevano in modo contribuito ogni loro gentilezza, leggiadria e dolcezza, e in effetto ogni generazione d'ornamento, che però pareva ogni altra loro opera fatta invano, quanto a comparazione di queste bellezze. Qui è da notare che tutte le cose che piacciono, per due rispetti piacciono, cioè o per essere perfettamente belle o per essere molto amate e desiderate: perché spesso avviene che e' s'ama una cosa che non è reputata bella; e però, dove si unisce colla bellezza naturale lo amore, nessuna cosa può piacere tanto. Per questo si dice che Amore e la Natura avevono posto in quella mano ogni ornamento, che si può interpetrare la perfezione della bellezza naturale e lo amore grande, che non lasciava mancare alcuna, ancora che piccola, parte di bellezza a quella mano. Questa mano tanto bella adunque entrò nel petto mio, el quale trovò aperto per la ferita, che prima avevono fatta gli occhi, drieto alli quali subitamente entrò e ne trasse el mio cuore. Ebbono grazia gli occhi miei prima di conoscere la bellezza degli occhi suoi e poi, come spesso avviene, o ballando o in altro simile onesto modo, fui fatto ancora degno di toccare la sua sinistra mano; perché sulla scala d'amore si monta di grado in grado. Ebbe tanta forza questa mano, così da me tocca, che mi tolse di me lo intero dominio e, come abbiamo detto, trasse el cuore del mio petto; el quale, preso da questa mano, fu di principio legato molto stretto, dipoi reformato di nuovo e fatto gentile da quella mano, perché il formare è proprio ofizio delle mani. E essendo così reformato e fatto gentile, quella mano sciolse tutti e lacci e misse el mio cuore in libertà, perché, essendo fatto gentile, non poteva amare se non gentile cosa, né avere altro che gentilissimo obietto, e nessuno più gentile ne poteva trovare che la donna mia, anzi la vera gentilezza; e però non bisognava dubitare che mai più si partissi da lei, perché già stava sanza essere legato, né ancora si poteva dubitare che altra bellezza gli potessi piacere; perché, se quella cosa piace più, la quale pare o è più bella che l'altre, nessuna più bella se ne poteva trovare che la donna mia, della quale si può veramente dire, per essere gentile e bella, quello che dice Dante: “Di costei si può dire: / gentile in donna ciò che in lei si truova / e bello è tanto quanto lei simiglia”.


[ XIV ]

O mano mia suavissima e decora!
“Mia” perché Amor, quel giorno che ebbe a sdegno
mia libertà, mi dette te per pegno
delle promesse che mi fece allora.
Dolcissima mia man, con quale indora
Amor li strali onde cresce il suo regno!
Con questa tira l'arco, a cui è segno
ciaschedun cor gentil che s'innamora.
Candida e bella man, tu sani poi
quelle dolci ferite, come il telo
facea, come alcun dice, di Pelide.
La vita e morte mia tenete voi,
eburnee dita, e 'l gran disio ch'io celo,
qual mai occhio mortal vedrà, né vide.

Come nel precedente sonetto abbiano detto, la Natura e lo Amore danno ogni perfezione e ornamento. Questo medesimo conferma el sonetto presente, el quale, parlando pure a quella mano gentilissima, la chiama “suavissima e decora”: decora per li ornamenti e bellezze naturali, suavissima per lo amore e desiderio d'essa, perché, se non fussi questo amore e desiderio, non potrebbe essere suave, ancora che bellissima. Oltre a queste dua proprietà, è da notare che io la chiamo “mia”. E perché questo pareva arroganzia, perché di sì bella e gentile cosa non ero degno, reprico questo vocabulo “mia” immediate nel secondo verso, e giustifico che così la chiamo, mostrando esserne cagione Amore, el quale me la dette per pegno della promessa pietà della donna mia. È comune e antiqua consuetudine tra gli uomini in ogni patto e transazione, per più efficace segno del cuore e voluntà nostra, toccare colla mano destra propria la destra di colui con chi si fa il patto, e comunemente se usa quando si perviene a pace dopo qualche guerra e ingiuria seguìta. Similmente, quando in tali o in altri casi si piglia giuramento alcuno, la destra mano è lo instrumento e ministra. Credo questa tale consuetudine sia suta introdotta dalla cagione che diremo apresso. Qualunche pace o simile patto e fede data, che fussi interrotta o non osservata, bisogna che sia così rotta da qualche nuova ingiuria, della quale il più delle volte suole essere principio e ministra la mano destra, che è quella che percuote e nella maggiore parte degli uomini è più espedita e pronta alla offesa. E però, usandosi la destra nelle convenzioni sopra dette, come testimonio e confermazione di quello che è fatto, pare che se obrighi quella cosa, la quale prima e più facilmente può violare el patto. Dettemi adunque Amore questo pegno delle promesse sue quel giorno che ebbe a sdegno la mia libertà, cioè quello dì che mi legò. E più è da notare che questo pare contro alla verità, perché, quel giorno che quelli occhi mi legorono, ancora non avevo tocca questa gentilissima mano. Ma bisogna intendere in uno de' dua modi, cioè o che quel dì, che Amore mi legò, in se medesimo fece questo proposito di darme in pegno questa mano, ancorché per quel tempo diferissi lo effetto; o vero ch'io fui interamente legato e al tutto fuori di libertà come toccai quella mano: perché, come dicemmo nel precedente sonetto, quella legò el mio cuore con mille nodi. E questo mostra che il cuore stava allora per forza di legame e, se avessi forse potuto, volentieri si saria sciolto; e però riteneva ancora qualche parte di libertà. Ma, poi che fu riformato di nuovo e levato e lacci, stando di sua voluntà sempre con la donna mia, allora si poteva interamente chiamare fuora d'ogni sua pristina libertà; e quel dì Amore ebbe a sdegno la libertà sua, cioè la libertà che prima aveva el cuore inanzi che conoscessi questa nuova libertà, dove lo misse Amore; perché libertà si può chiamare quando alcuno può disporre a suo arbitrio, come poteva el cuore mio, sendo sciolto e libero da ogni legame. E di questa parte diremo più ampliamente nella esposizione del sonetto che comincia: “Chi ha la vista sua”, etc. Subiunge dipoi che questa mano veramente dolcissima indora li strali de Amore, questa tira l'arco d'Amore e ferisce tutti cuori gentili che s'inamorono, che sono segno e berzaglio agli strali amorosi, come certifica el nostro Petrarca, quando dice: “Amor ch'e cuor' gentil' suave invesca, / né degna di provar sua forza altrove”. Qui è da notare che tutti questi sono ofizi che si fanno per mezzo delle mani. E, oltre a questo, dicendo che questa mano indora le saette amorose, bisogna intendere che questa mano prepara a Amore li strali, li quali inamorano, che si dicono essere aurei, e non quelli di piombo, e quali sogliono cacciare amore e fare nascere odio. E come tutti questi sono ofizii della mano, similmente è ofizio suo medicare le ferite, perché la cerusica, la cura della quale se estende a simili medicine, non vuole dire altro che opera di mani. Ferisce adunque e sana, cioè accende el desiderio, dipoi l'adempie, come dice faceva il tel, cioè la lancia d'Acchille figliuolo di Pelleo, la quale avendo due punte, dicono e poeti che con l'una feriva, coll'altra sanava le ferite. Di qui nasce convenientemente che, potendo questa mano e ferire e sanare, può ancora uccidere e vivificare. Adunque convenientemente è detto che quelle dita eburnee, cioè quelle dita di colore de avorio, tengono la vita e la morte mia. E ancora questo è proprio ofizio delle dita, perché quello che strigne la mano lo fa per mezzo delle dita. Tiene ancora quella mano el mio gran disio, e questo molto veramente, per quello che nel precedente sonetto è detto. Perché, tenendo el cuore mio, nel quale è la virtù concupiscibile, cioè el desiderio, tiene el mio disio, el quale io nascondo dagli occhi degli uomini, a' quali al tutto è invisibile. Perché, s'egli è vero quello che abbiamo detto, che questa mia donna sia gentilissima e il cuore mio da lei sia fatto gentile, perché altrimenti non poteva conoscere o amare tanta bellezza, gli occhi degli altri uomini non possono vedere el mio gentilissimo disio, <perché>, non sendo fatti gentili da lei, non sono sufficienti. Ora per non lasciare in confusione chi ha letto nel precedente comento nostro qualche cosa che pare prima facie contraria, a maggiore declarazione diremo come apresso. Abbiamo detto questa mano tanto da me lodata e amata essere suta la sinistra, e tutti gli essempli che abbiamo detto, e della fede che per suo mezzo ebbi da Amore, e dello indorare gli strali, tirare l'arco e medicare, etc., si referiscono più presto alla mano destra. Per levare questa confusione, bisogna intendere che naturalmente la mano sinistra è più degna e più forte che la destra, perché è più propinqua al cuore, el quale è datore della virtù e della potenza. È vero che lo uso umano, come molte altre cose, ancora questa naturale potenzia ha depravato. E però, se la destra ha più degnità o forza, è più tosto per consuetudine che per natura. Né debbe lo uso ostare che non sia più degno quello che per natura è più degno. E però li buoni intelletti, come è quello della donna mia, nonostante la perversa consuetudine, volle in questa come nell'altre cose essere eccellente dagli altri; e avendo a fare fede al cuore mio della pietà e disposizione del cuore suo, lo fece per quel mezzo a cui era più naturale e che meritava più fede, come più vicino al cuore. Oltre a questo, lo indorare le saette, tirare l'arco d'Amore e medicare la piaghe amorose è ofizio della mano sinistra; perché, se bene le bellezze legano molto, el cuore della cosa amata strigne molto più, e così molto meglio medica. E tutte queste opere manuali, che hanno a essere a significazione del cuore, molto meglio convengono alla mano sinistra per la propinquità già detta. E però più tosto è errore quello che comunemente usano gli uomini, che la elezione in questa parte della donna mia.


[ XV ]

Quanta invidia ti porto, o cuor beato,
che quella man vezzosa or mulce or stringe,
tal che ogni vil durezza da te spinge!
E poi che sì gentil sei diventato,
talora il nome, a cui te ha consegrato
Amore, il bianco dito in te dipinge;
or l'angelico viso informa e finge,
or lieto, or dolcemente perturbato.
Or li amorosi e vaghi suoi pensieri
ad uno ad un la bella man descrive,
or le dolce parole accorte e sante.
O mio bel core, oramai più che speri?
Sol che abbin forza quelle luci dive
di transformarti in rigido adamante.

Abbiamo disopra concluso e più volte difinito gentile potersi chiamare quella cosa che, secondo la umana perfezione, fa perfettamente e con grazia l'ofizio a che è ordinata. E essendo giunto a questa perfezione el cuore mio per mezzo di quella mano bellissima, el presente sonetto fa menzione del modo come fu fatto gentile e ancora de alcuni effetti di beatitudine e dolcezza, che per questo sente il cuore; perché questa tale menzione e memoria non altrimenti è grata al cuore, che a' navicanti il raccontare qualche loro pericolosa fortuna, poi che hanno conseguita la sicurtà del porto. Parla adunque el presente sonetto al cuore mio, mostrando portarli invidia, non perché gli dispiaccia el bene suo, ma più presto per desiderio di potere conseguire il medesimo bene; e chiamandolo “cuore beato”, mostra assai manifesto la cagione della invidia; la quale, se è, come abbiamo detto in questo luogo, desiderio del medesimo bene, la invidia necessariamente è maggiore e più manifesta quanto è maggiore il bene che si vede in altri; e nessuno è maggiore bene che lo essere beato, e quella cosa è veramente beata che è gentile; e però, dicendo “cuore beato”, già si presuppone la gentilezza. Narra dipoi el modo che tenne quella mano a riducere el mio cuore dalla durezza e viltà sua naturale alla perfezione della gentilezza, cioè mulcendolo e stringendolo: che si può interpetrare che quella mano usasse qualche volta seco cose piacevoli e dolce, qualche volta aspre e forte; perché, avendo a combattere con due inimiche, cioè e la durezza e viltà, bisogna opporre due virtù contrarie, cioè la forza contro alla durezza e dolcezza contro alla viltà. Perché chi pensassi bene che cose ostano a qualunche vuole andare alla perfezione, troverrà essere solamente due. Prima una naturale inerzia e contraria disposizione alla beatitudine che si cerca; e questo nasce e per difetto di complessione e de organi del corpo e per le naturali concupiscienzie e inclinazione a molti errori, con ciò sia cosa che la via della perfezione sempre fu laboriosa e dificile; e però queste cose contrarie sono spesse volte di tale impedimento, che non lasciono, non che altro, qualche volta conoscere la beatitudine: e questa si può chiamare durezza. L'altro ostaculo è che, ancora che qualche volta questa beatitudine in confuso si conosca, e conoscendosi si desideri, gli uomini hanno una naturale viltà e difidenzia, per la quale spesso si disperono di conseguirla; né, tentando la via per andarvi, possono già mai adiungervi. Bisogna adunque, contro a quella prima durezza la forza, contro alla viltà la mollificazione e dolcezza, usando e or l'una e or l'altra, secondo che si truovono potenti gl'inimici, perché l'una rompe la durezza, l'altra contro alla viltà dà speranza. Questi due effetti mostra el presente sonetto dicendo “or mulce, or stringe”, che con queste due cose trae del cuore ogni durezza e viltà, le quali remosse, si fa gentile, cioè diventa subietto atto a ricevere ogni degna forma e gentile impressione. Séguita di questo che, sùbito che el cuore è diventato materia gentile, tanto può stare sanza la forma gentile, quanto può la materia sanza forma. E perché lo amore congiugne la materia e la forma, cioè un naturale desiderio che ha l'uno dell'altro, così Amore, che mosse quella mano a fare gentile el mio cuore, fa ancora che di nuovo si muove a darli tanta gentile impressione. E trovando el mio cuore sanza durezza, cioè mollificato e atto a ricevere ogni impressione, comincia col dito a scrivere in lui il nome della donna mia, quel nome dico, al quale Amore consecrò il mio cuore; perché consecrare s'intende un tempio a uno iddio o una chiesa a uno santo, dandoli il titolo di quel nome, perché perpetualmente si conosca quel tale tempio o chiesa. Adunque el cuore mio fu veramente consegrato, perché Amore ne fece un tempio e abitaculo per sempre, dove si celebrassi e stessi quel nome della donna mia. Dipinge ancora quel candido dito l'apparenzia del viso della donna mia e quelle perturbazioni e passioni che a gentile donna si convengono, come è qualche modesta letizia e qualche dolce perturbazione. E perché pare cosa impossibile quello che appresso si scrive, cioè che si possa descrivere o dipingere i pensieri che non sono sottoposti agli occhi, bisogna intendere che le passioni che convengono alla donna mia sono tre, cioè le due che abbiamo dette della modesta letizia e dolce perturbazione e quella che si aggiunge al presente è l'amore, el quale include di necessità una dolce speranza; e se esclude, delle quattro perturbazioni, il timore solamente, perché questo non si conviene a sì gentile donna, ancora che sia comune a tutti gli uomini. Volendo adunque fare menzione di questa gentilissima passione dello amore e essendo el vero nutrimento dello amore e pensieri, abbiamo detto nel mio cuore essere dipinti i suoi pensieri amorosi, e volendo referire questa pittura agli occhi, bisogna intendere che il medesimo viso della donna mia, che prima era dipinto or lieto, or dolcemente perturbato, fussi dipinto ancora qualche volta amoroso; perché, come conosciamo la letizia e 'l dolore e ridendo e piangendo e per altri segni, così e pensieri amorosi per molti segni si conoscono, anzi dagli occhi inamorati dificilmente si nascondono; e tra gli altri segni, come avviene ancora delle altre perturbazioni, per le parole molto meglio si conoscono, le quali sogliono essere el più delle volte espressioni de' pensieri. E però soggiugne che la medesima mano descrive ancora le parole della donna mia, come nunzii veri de' pensieri e testimoni esteriori di quello che el cuore fa dentro. Debbesi adunque presupporre che degnissima pittura fussi quella della quale era ornato el cuore mio; perché tre cose, secondo el giudizio mio, si convengono a una perfetta opera di pittura, cioè el subbiecto buono, o muro o legno, o panno o altro che sia, sopra <il> quale si distenda la pittura; el maestro perfetto e di disegno e di colore; e oltre a questo che le cose dipinte sieno di loro natura grate e piacevoli agli occhi: perché, ancora che la pittura fussi perfetta, potrebbe essere di qualità quello che è dipinto, che non sarebbe secondo la natura di chi debbe vedere. Con ciò sia che alcuni si dilettano di cose allegre, come è animali, verzure, balli e feste simili; altri vorrebbono vedere battaglie o terrestre o marittime e simili cose marziale e fere; altri paesi, casamenti e scorci e proporzioni di prospettiva; altri qualche cosa diversa; e però, volendo che una pittura interamente piaccia, bisogna adiungervi questa parte: che la cosa dipinta ancora per sé diletti. Era el mio cuore materia e subietto molto atto a ricevere ogni impressione; mai non fu mano tanto gentile e dotta a tale pittura quanto quella della donna mia, né più grate cose potevono essere espresse nel mio cuore che i dolcissimi accidenti e il viso e il nome della donna mia. E però, quanto al iudizio del mio cuore, era tanto perfetta questa pittura, che desiderava si perpetuassi e che etternamente così in esso si conservassi. E questo è molto naturale desiderio e séguita da' principii già detti. Con ciò sia cosa che si va per la via della perfezione, molto dura e laboriosa, per venire alla beatitudine; e chi ha grazia di condurvisi, non gli resta altro desiderio che stabilirsi e fermarsi in essa, come ancora desidera el mio cuore. E credendo che questo fussi el modo a potersi perpetuare in tanto bene, desiderava che gli occhi della donna mia avessino quella forza e virtù che si legge ebbe già el viso di Medusa e che, come l'aspetto suo convertì gli uomini in sassi, così gli occhi della donna mia così dipinto el mio cuore e così bello convertissino in un duro adamante. Bisogna adunque intendere, per la pittura di tante belle e dolcissime cose nel mio cuore, i pensieri ch'erano in lui e la imaginazione di quelle tali cose. Li quali pensieri essendo pieni di somma dolcezza, el cuore desiderava si conservassino in lui e durassino a guisa della durezza d'uno adamante, e che nuovi e molesti pensieri non succedessino e cacciassino quelli ch'erano dolci, come spesse volte adiviene negli amanti, e quali comunemente brieve tempo si preservano nel medesimo stato.


[ XVI ]

Belle, fresche e purpuree viole,
che quella candidissima man colse,
qual pioggia o qual puro aer produr volse
tanti più vaghi fior' che far non suole?
Qual rugiada, qual terra o ver qual sole
tante vaghe bellezze in voi raccolse?
Onde il suave odor natura tolse,
o il ciel, che a tanto ben degnar ne vuole?
Care mie violette, quella mano
che vi elesse intra l'altre, ove eri, in sorte
vi ha di tante eccellenzie e pregio ornate!
Quella che il cor mi tolse, e di villano
lo fe' gentile, a cui siate consorte,
quella adunque, e non altri, ringraziate!

Fu non solamente la donna mia sopra tutte l'altre bellissima e dotata di degnissimi modi e ornati costumi, ma ancora piena de amore e di grazia. E puossi veramente di lei afermare che era tanto eccellente in tutte le parte che debba avere una donna, che qualunche altra donna, che fussi suta così perfettamente dotata di una parte sola di tante che n'avea la donna mia, sarebbe suta tra le altre eccellentissima. E che fussi, come abbiamo detto, tutta piena de amore e di grazia, oltre a molti altri evidentissimi segni, me accade nel presente sonetto fare menzione de uno singularissimo e a me gratissimo. E questo fu che, essendo io stato per qualche tempo, per alcuno accidente, sanza potere vederla, quasi era diventato cosa insopportabile, né sanza pericolo della vita mia stare potevo per qualche altro tempo, ancora che brieve, così sanza vederla. Di che essa accorgendosi, non per visibili segni, ché questo era imposibile, ma per esserli noto l'amore grande che io li portavo, e provando forse in sé medesima quanto fussi dificile e insopportabile la privazione degli occhi suoi agli occhi miei, né potendo a questo per allora rimediare, soccorse alla mia aflizione in quel modo che per allora si poteva. Dilettavasi di natura, come di molte altre cose gentili, ancora di tenere in casa in alcuni vasi bellissimi certe piante di viuole, alle quali lei medesima soccorreva e d'acqua per li eccessivi caldi e d'ogni altra cosa necessaria al nutrimento loro. Elesse adunque tre viuole tra molte altre che ne aveva; quelle alle quali o la natura volse meglio, per averle produtte più belle che l'altre, o la fortuna, che prima all'altre le fece venire a quella candidissima mano. Le quali viuole così còlte mi mandò a donare; ché veramente, da lei in fuora, nessuna cosa poteva meglio mitigare tanto mio dolore. Parla adunque el presente sonetto alle sopra dette tre viuole, le quali, e essendo per loro medesime di maravigliosa bellezza e essendo dono della donna mia e còlte da quella mano candidissima, ragionevole cosa era che mi paressino molto più belle che non suole produrre la natura. E per questo convenientemente si domanda pel presente sonetto, come si suole fare di tutte le cose maravigliose, della cagione di tanta eccellenzia. E perché il presente sonetto per sé pare assai chiaro, brievemente diremo che nel domandare della cagione perché erono così belle, si tocca tutti e mezzi per li quali la natura produce le piante, l'arbusti e l'erbe e i fiori. E perché tutte queste cagioni insieme non parevono ancora sufficienti alla nuova bellezza, al colore, alla forma e allo odore di quelle bene avventurate viuole, bisognava che qualche nuova cagione e estraordinaria potenzia le avesse produtte; e impossibile era intendere qual cagione fusse, se non da chi avesse in altre cose veduta esperienzia de una simile virtù e potenzia. Avendo io adunque in me provato la virtù e forza di quella candidissima mano, che, secondo il precedente sonetto, di vile e durissimo aveva fatto el mio cuore gentile, potevo credere e afermare quella medesima mano potere avere fatto quelle viuole di tanta eccessiva bellezza, perché maggiore cosa era fare gentile una cosa rozza e villana, che bellissima una cosa bella, come di natura sono le viuole. Per questo si conclude: quella mano avere fatto quelle viuole di tanto pregio e eccellenzia, che aveva fatto el cuore mio di villano gentile, e per questo meritamente queste viuole essere consorte del mio cuore, perché consorti si chiamono quelli che sono sottoposti alla medesima sorte. E però di tanta loro bellezza quelle viuole non dovevono ringraziare né il sole, né la terra, né l'aria, né la rugiada, né el luogo aprico, né qualunche altra naturale potenzia che concorressi a simile produzione, ma solo la virtù e potenzia di quella candidissima mano.

Non è forse inconveniente vedere se la bellezza di queste viuole o era in oppenione mia o era possibile in fatto. E benché io non possa iudicare se fussi vera in fatto, perché non posso referire se non quello che pareva a me, secondo che i sensi raportavono al giudicio, e quali se erano depravati e corrutti o se pure mi portavono il vero a me è dificile a intendere, perché bisogna el giudicio giudichi quello che portono e sensi e in quel modo che lo portono, nondimeno confesso essere possibile che la forte immaginazione sia cagione di corrompere i sensi, come spesso avviene in uno farnetico, che li pare vedere quello che non è, imperò che gran potenzia ha ne' sensi la immaginazione, come faremo intendere nella esposizione di quello sonetto che comincia: “Della mia donna, omè, gli ultimi sguardi”, E nondimeno questo non toglie che non possa essere vera quella bellezza, o vero che la cagione di essa sia la virtù di quella mano; perché si vede, o per la grazia di Dio o per influsso celeste o per virtù naturale, a diversi uomini essere dato diverse potenzie e grazie. Vedesi spesso un medico dottissimo uccidere gran numero di uomini; uno più ignorante sanare quasi tutti quelli che e' cura; alcuni uomini avere qualche propria virtù, con la presenzia sanare certi mali e con un semplice tatto di mano; ad alcuno essere giovato più contro a chi lo assale la presenzia che la spada. Truovasi in alcuni autori de astrologia che chi ha una certa constellazione, ha virtù, solo colla presenzia, di guarire indemoniati. E non è molto maggiore forza quella delle parole, che sieno udite dagli animali bruti, dalle piante e da l'erbe, come si dice de' serpenti e d'altri animali, e che possino fare seccare le piante e l'erbe, e che solo la fascinazione facessi tanti diversi e grandi effetti, quanti si legge e in Catone e in Plinio e in altri autori antiquissimi e degni di fede e reverenzia? E che più vogliamo cercare de essempli? Non veggiamo noi che maggiore forza hanno spesso gli occhi umani, che con uno semplice sguardo uccidono quasi e vivificano, fanno fuggire e tornare el sangue, tolgono e rendono le forze, e quello che è più, corrompono el giudizio della mente umana? Pare per questo assai possibile che e' possa una mano avere tanta virtù che dia, non dico alcuna nuova qualità, ma alle medesime qualitate più bellezza e eccellenzia che non suole dare la natura, e massime la più bella mano che forse mai facesse natura. E se io fussi di questo suspetto giudice, rispondo che prima fu giudicata da me la bellezza di quella mano, che amata eccessivamente; perché di necessità la cognizione precede la voluntà. Se adunque prima mi parve bella che io l'amassi, è necessario che io vachi da colpa di passione e che quella mano veramente fussi bellissima. E se così è, pare più tosto impossibile che con tanta bellezza non fussi coniunta una maravigliosa virtù e potenzia, che difficile a credere di lei quello che ne scrivo.


[ XVII ]

Chiare acque, io sento il vostro mormorio,
che sol della donna mia il nome dice:
credo, poi ch'Amor fe'vi sì felice
che fussi specchio al suo bel viso e pio.
La bella imagin sua da voi partìo
perché vostra natura vel disdice;
solo il bel nome a voi ricordar lice,
né vuole Amor che lo senta altri ch'io.
Quanto più fûro o fortunati o saggi
che voi, chiare acque, gli occhi mia, quel giorno
che fûrno prima specchio al suo bel volto,
servando sempre in loro i santi raggi!
Né veggon altro poi mirando intorno,
né gliel cela ombra, né dal sol gli è tolto.

Ancora che nel precedente comento abbiamo detto volere riservare alla sposizione del sonetto che comincia: “Della mia donna”, etc. che gran potenzia è ne' sensi la immaginazione, nondimeno pare che accaggia al presente dire qualche cosa più tosto dello effetto che della cagione. Interviene adunque molte volte che, quando altri sente qualche continua e non articulata voce, la immaginazione nostra se accomoda quella tale voce a quello che allora più immagina; e, immaginando, gli pare articulata quella tale voce, dandogli quel senso e faccendoli dire quello che più desidera. E comunemente sonando, campane, cadendo una acqua continova, pare che questo tale suono dica quella cosa che vuole colui che la immagina. Vedesi ancora, per essemplo di questo, qualche volta nelle nube aeree diverse e strane forme d'animali e di uomini; e considerando certa ragione di pietre che sieno molto piene di vene, vi si forma ancora dentro el più delle volte quello che piace alla fantasia. Questo medesimo interveniva a me, che ritrovandomi in un luogo amenissimo dove era uno chiaro e abundante fonte, nel quale perpetualmente l'acqua, cadendo da alto, faceva uno dolcissimo mormorio, a me pareva che quel mormorio continuamente dicesse el nome della donna mia, perché questa era quella cosa la quale più immaginavo e quel nome che più desideravo sentire. Aiutava questo dolcissimo inganno lo essere già suta la donna mia in questo luogo amenissimo e avere guardato nel fonte, che di necessità era diventato suo specchio, perché per qualche tempo aveva pure ritenuto in sé quella chiarissima acqua la effigie bellissima della donna mia. E però non pareva impossibile alla credulità delli amanti che quell'acqua, inamorata di sì bel viso, da quel tempo in qua col suo amoroso mormorio perpetualmente replicassi quello dolcissimo nome. Pareva per questo conveniente, se quelle acque erano di sì bel viso inamorate, che dovessino per sempre ritenerlo in loro né lasciarlo mai partire, come a me pareva che perpetualmente dicessino il nome della donna mia. E si può bene credere che la medesima immaginazione che mi faceva sempre udire quel nome, guidata da una amorosa simplicità, mi conducessi ancora a guardare nell'acqua, per vedere se e' v'era dentro ancora il viso della donna mia; e non ve lo vedendo, me accorsi dello errore e considerai sùbito che l'acqua non può ricevere alcuna tale forma se non ha un simile obietto assistente, perché la natura dell'acqua è così fatta per essere corpo diafano. Ma gli è ben lecito col mormorio suo, secondo che pareva a me, ricordare el suo nome. E perché questo nasceva solamente dalla immaginazione e desiderio mio, altri che io non lo sentiva, né permetteva Amore che sì dolce armonia pervenissi ad altri che a' miei inamorati orecchi. Cominciai dipoi a fare comparazione della felicità di quelle acque alla propria e parendomi essere più felice di loro, se avevo prima concetto alcuna invidia a quelle acque, la converti' in alquanto de arroganzia, mostrando che o gli occhi miei avevono avuto migliore fortuna, o erono suti più prudenti e saggi perché dalla prima ora in qua che 'l bel viso della donna mia si presentò agli occhi, sempre serborono in loro quella dolcissima immagine, né poterono da poi in qua mai vedere altra cosa, né per oscurità di tenebre o d'ombra, né per lume di sole, che si può interpetrare l'ombra per la notte e il sole per il giorno, che è tanto a dire come se dicessi né dì né notte toglie quegli occhi dagli occhi miei. O interpetrando più largamente, possiamo dire che due cose corrompono la vista umana e levano la potenzia agli occhi, cioè una grande oscurità, e la oscurità non è altro che ombra che nasce dalla interposizione della materia tra 'l sole e noi, o uno superchio lume, come avviene a chi guarda il sole. Adunque quella medesima immaginazione, che mi faceva sentire il nome della donna mia per il cascare dell'acqua, mi faceva ancora vedere in ogni tempo e luogo quello dolcissimo viso. Tutto questo concetto così espresso se include nel presente sonetto, el quale parla sempre a l'acqua del fonte sopra detto. Resta a chiarire meglio quella parte che dice che gli occhi miei furono specchio al volto della donna mia, la quale abbiamo riservato a l'ultimo per non interrompere la sentenzia del sonetto. E non parendo da pretermettere, diciamo che, volendo verificare che gli occhi miei fussino specchio al suo viso, bisogna intendere naturalmente come gli occhi veggono e come la potenzia visiva si reduce in atto. Secondo i peripatetici, la cosa che è veduta si rapresenta drento agli occhi multiplicandosi la spezie e forma di essa cosa, tanto che perviene a quella parte dell'occhio che si chiama cristallina, perché è trasparente e diafana come il cristallo, la quale riceve quella tale forma della cosa che si vede, come fa lo specchio di qualunche cosa che gli è opposta. Questa tale forma così veduta, dalla cristallina si transferisce al senso comune, che giudica per questo le qualità di quella tale cosa. Secondo gli accademici, negli occhi nostri sono certi spiriti sottilissimi, e quali si partono degli occhi e vanno a quella cosa che si vede e riportonla per riflessione agli occhi, quasi informati della forma di quella tale cosa, la quale rapresentono pure alla cristallina già detta, come a uno specchio e di quivi poi al senso comune. E però, secondo qualunque di queste due oppinioni, molto propriamente abbiamo detto che gli occhi miei fussino specchio al viso della donna mia, perché negli occhi si forma la immagine di qualunche cosa si vede, come nello specchio qualunche opposita forma.


[ XVIII ]

Io ti lasciai pur qui quel giorno
con Amore e madonna, anima mia:
lei con Amor parlando se ne gia
sì dolcemente, allor che ti sviorno!
Lasso!, or piangendo e sospirando torno
al loco ove da me fuggisti pria:
né te né la tua bella compagnia
riveder posso, ovunque io miri intorno.
Ben guardo ove la terra è più fiorita,
l'aer fatto più chiar da quella vista
che or fa del mondo un'altra parte lieta,
e fra me dico: “Quinci sei fuggita
con Amor e madonna, anima trista:
ma il bel cammino a me mio destin vieta!”.

Quando li successi d'alcuna cosa sono prosperi, e il desiderio grande, se il fruire quella tal cosa per qualche cagione è impedito, si ricorre il più delle volte a quelli remedii i quali, o per similitudine o per propinquità, meglio e più proprio la rapresentono al pensiero. E perché il principio in tutte le opere è la potissima parte, la mente nostra volentieri torna col pensiero e, potendo, co' sensi a quelle cose che concorsono al principio, come è il tempo, luogo, parole, modi e che altro vi fussi intervenuto. Credo sia già detto a sufficienzia quanto fussi grande il desiderio di fruire la sua dolcissima presenzia, della quale sendo privato in quel tempo che composi il presente sonetto, me era necessario avere ricorso al sopra detto remedio di cercare qualche cosa e più simile e più propinqua che potevo al vero che desiderava el cuore mio. E però cominciai prima a rimembrare nel pensiero quello felicissimo principio, onde sono proceduti tanti dolci successi. Da questo pensiero mi nacque uno desiderio ardentissimo d'andare in quello luogo, nel quale prima l'anima mia, e con la donna mia e con Amore, assai lontano da me si partì: perché passò poco tempo dapoi che gli occhi suoi m'ebbono legato, che la vidi e molto bella e molto amorosa e dolce in uno luogo amenissimo assai vicino alla terra nostra. Dopo el quale tempo, come volle la mia fortuna, lei si partì, e io stetti per qualche spazio che mi era interdetta la sua dolcissima visione, nel quale feci el presente sonetto. Trovandomi adunque in questo luogo, nel quale avevo lasciato l'anima mia, cercavo se ve la potevo ritrovare; ma, non vi sendo né la donna mia né Amore, pensai subito che 'l mio cercare era invano e che l'anima insieme con Amore e madonna fussi fuggita in altra parte, come era segno manifesto, non vi sendo né l'anima né la compagnia sua, cioè Amore e madonna, li quali tutti insieme avevo lasciati in quello bello luogo. La quale anima fu sviata da Amore e da le parole che con Amore parlava la donna mia; perché parlare con Amore non vuole dire altro che parlare cose che piacessino all'anima e, piacendoli, più la legassino. E certamente fu vero che molte e dolcissime parole piene d'amore e di pietà quel giorno mi fece udire. Tornai adunque non solamente in questo luogo, ma ancora mi riducevo in esso a memoria e le parole e i modi suoi, perché maggiore conforto nell'assenzia sua non potevo ricevere. Questo pensiero e il luogo, che continuamente mi rapresentava quello lieto giorno, facevono nascere in me maggiore desiderio di vedere gli occhi suoi e investigare la via per la quale si fusse partita; e essendomi incognita, nessuno migliore argumento mi occorreva a trovarla che guardare la terra e l'aere: perché dove avevono tocco li piedi suoi era fiorita la terra, tanta virtù e grazia da quegli piedi aveva ricevuta; quell'aria, per la quale il viso e gli occhi suoi erono penetrati e l'andare suo aveva divisa e partita, essendo assai più chiara e illustre che l'altra, faceva in quella regione segno del passare di madonna; come la via lattea in cielo, la quale, monstrandosi per abundanzia di splendore che viene da moltitudine di stelle più spesse e serrate insieme assai similitudine aveva colla via della donna mia, inlustrata dallo splendore delli suoi occhi. Era adunque assai noto a me il camino onde, e con madonna e con Amore insieme, s'era da me dilungata e fuggita l'anima mia. Ma il destino mio e avversa sorte non sopportava che io potessi, come aveva fatto l'anima, seguitare quel bello cammino, che non poteva essere se non bellissimo, per essere ornato di fiori novelli e inlustrato dallo splendore di quelli belli occhi. Questi effetti amorosi vorrei fussino espressi nel presente sonetto, il quale parla sempre alla fuggitiva anima mia, e conviene presupporre che fussi composto e recitato nel proprio luogo dove furono questi amorosi accidenti.


[ XIX ]

Datemi pace omai, sospiri ardenti,
o pensier' sempre nel bel viso fissi,
che qualche sonno placido venissi
alle roranti mie luci dolenti!
Or li uomini e le fere hanno le urgenti
fatiche e' dur' pensier queti e remissi,
e già i bianchi cavalli al giogo ha missi
la scorta de' febei raggi orienti.
Deh! facciàn triegua, Amor, ch'io ti pormetto
ne' sonni sol veder quello amoroso
viso, udir le parole ch'ella dice,
toccar la bianca man che il cor m'ha stretto.
O Amore, del mio ben troppo invidioso
lassami almen dormendo esser felice!

Sogliono comunemente tutte le infermità corporale nel sopravenire della notte pigliare augumento e affliggere più lo infermo. E questo avviene che, mancando la virtù del sole, el quale è propizio all'umana natura, li umori maligni prendono maggiore forza e la virtù fa manco resistenzia, perché naturalmente la notte gli è data per riposo e, essendo più inclinata la notte che 'l giorno a posare, non è così intenta e vigilante alla conservazione del corpo. Questo medesimo avviene delle infermità dell'animo nostro, le quali sono nutrite da' maligni e malinconici pensieri, come le corporali da' maligni umori. E questo procede forse da più altre cagioni, ma al presente me ne occorre due; perché, come abbiamo detto alla infermità del corpo concorre<re> e maggior forza di maligni umori e manco resistenzia della virtù naturale, così due cagioni hanno e morbi della mente, per le quali sono più validi la notte che 'l dì. El primo si è che naturalmente gli umori, di che siamo composti, si muovono nel corpo nostro a certe ore determinate e proporzionate alla lunghezza e brevità del dì e della notte, cioè dividendo la notte e 'l dì o lungo o brieve in dodici parte e chiamando ciascuna d'esse parte un'ora, in modo che verso la sera comincia a muoversi l'umore maninconico e consuma una parte della notte e quasi tutto el resto occupa la flemma. Con ciò sia cosa che, secondo e fisici, l'ultime tre ore della notte e le tre prime del giorno si muove el sangue, le seguenti sei ore la collora, l'altre ultime tre ore del giorno e le tre prime della notte l'umore melanconico, le sei seguenti della notte la flemma. E perché l'umore melanconico e flemmatico generano nella mente nostra malinconici e tristi pensieri, di necessità conviene questi tali pensieri abbino maggior forza in quello tempo che si muovono quelli umori. L'altra cagione che multiplica el male della mente più la notte che il giorno, diremo essere che la notte non si possono usare quelli remedii contro a questi mali, che si può el giorno. Con ciò sia cosa che contro alla malignità de' pensieri migliore rimedio non si può trovare che la diversione da quel tale pensiero. E questo procede da vedere, udire e praticare diverse cose, che ritragghino la mente dalle moleste cogitazioni; la qual cosa difficilmente si può fare la notte. Concludesi per questo e notturni pensieri essere molto più veementi e, quando sono maligni, molto più molesti, e per essere più potenti e per avere manco resistenzia e rimedio.

Era adunque notte, e io ero tanto afflitto da' pensieri miei amorosi, che più resistere non potevo, privato al tutto di sonno, cioè di quel poco di refriggerio ch'io potevo avere; e se cercavo porre da parte que' pensieri, questo mostra assai chiaramente ch'e pensieri erono molesti. La molestia de' miei pensieri amorosi da due cose poteva procedere: o veramente da una dubitazione e continua gelosia, la quale, ancora che non abbi cagione vera, accompagna sempre la mente come l'ombra el corpo. Perché è natura de' maninconici, come dicemo nella sposizione del terzo sonetto, mettere dubio nella chiarezza del sole, o veramente che, pensando io alla bellezza della donna mia, se n'accendeva in me uno maraviglioso desiderio, del quale ardendo il cuore mio, non poteva non avere grandissima passione, desiderando sommamente quello di che allora era al tutto privato. Quale adunque di queste due cagioni fusse, mosso da questa molestia, priego nel presente sonetto li miei ardenti sospiri, cioè e sospiri che nascevano dallo acceso desiderio sopra detto; priego ancora li miei pensieri sempre fissi in quel bel viso, cioè che altro non vedevono o pensavono che quella; priego ancora le lacrime degli occhi miei, ché tutte a tre queste cose a un tempo mi mostravono, che mi dieno pace, acciò che qualche sonno placido e dolce venissi alle mie luci roranti, cioè agli occhi miei lacrimosi, perché rorante s'interpetra quello che vulgarmente diciamo rugiadoso. E per muovere commiserazione in questi e quali io pregavo, mostro che tutti gli altri uomini e gli animali bruti, in quel tempo che io sospiravo e lacrimavo, si stavono quieti e in riposo, sanza fatica o sanza pensiero alcuno; e oramai avevo passato con questi affanni tanta parte della notte, che era tempo mi dovessi posare, perché già e cavagli del sole erono suti messi al giogo del carro solare per conducere la luce nel mondo; perché la scorta de' raggi febei, cioè l'aurora che precede il sole, già faceva segno al mondo del futuro giorno. E perché forse pare impropriamente detto ch'e pensieri melancolici e flematici avessino tanta forza ne lo tempo dell'aurora, quando abbiamo detto muoversi il sangue, bisogna intendere che, come dicemo ne' sonetti precedenti, gli amanti el più delle volte o sono o diventano di natura melanconici. E benché in ogni tempo produchino pensieri simili alla complessione, pure questi tali pensieri multiplicano più, quando alla natura se aggiugne il tempo nel quale si muove l'umore. E però, ancora che succede quel tempo che pare contrario alla malinconia, interviene come de una fornace, della quale ancora si levi el fuoco, vi resta el caldo per qualche tempo, per impressione che ha fatto el fuoco; perché naturalmente da uno estremo a un altro non si va sanza mezzo. La impressione che ha fatto l'umore malinconico è grande, e la flemma che subintra non è opposita in modo allo umore precedente, che gli tolga forza, per la participazione che ha colla maninconia della freddezza. E però, giugnendo questi pensieri così fortificati dagli umori, all'ora che si muove el sangue, bisogna che a grado a grado, per la forza dell'umore, si reduchino i pensieri alla natura del sangue. E però, all'ora già detta, veramente la forza di quelli maligni pensieri non era tanto diminuita, che reducessi el sonno agli occhi miei. Non bastorono e prieghi miei a farmi essaudire da' sospiri, da' pensieri e dalle lacrime. E però, pensando quello che più potessi fare, me accorsi che la ragione vera del male mio, quella che moveva le lacrime e i sospiri e i pensieri, era Amore. E però cominciai a voltare a lui e miei prieghi e, avendo chiesto a quegli primi invano pace, mi ridussi con Amore a domandarli triegua, cosa che più facilmente doveva consentire, perché la pace è una perpetua quiete, la triegua temporanea; e, perché più facilmente me l'acconsentisse, promissi ad Amore che, ancora che io dormissi, non mi rebellerei del suo regno e ne' sonni miei vederei el viso della donna mia, udirei le sue dolce parole e toccherei quella candidissima mano e i pensieri miei, dormendo, sarebbono amorosi come erano nella vigilia; solamente con questa differenzia: che, vegghiando, o per gelosia o per desiderio, e pensieri erono molestissimi e duri; dormendo, sarebbono dolci e soavi, perché adempierei quello desiderio che avevo di vedere, udire e toccare la donna mia. E questo potevo securamente promettere, perché comunemente ne' sonni si veggono quelle cose che più s'immaginono e desiderono nella veglia. Negandomi adunque questo bene Amore, che almanco dormendo io fussi felice, veramente lo potevo chiamare invidioso, poiché d'una falsa e brevissima dolcezza non consentiva satisfarmi.


[ XX ]

O Sonno placidissimo, omai vieni
allo affannato cor che ti disia!
Serra il perenne fonte a' pianti mia,
o dolce oblivion, che tanto peni!
Vienne, unica quiete, quale affreni
sola il corso al disire, e in compagnia
mena la donna mia benigna e pia,
con gli occhi di pietà dolci e sereni.
Mostrami il lieto riso, ove già fêrno
le Grazie la lor sede, e il disio queti
un pio sembiante, una parola accorta.
Se così me la monstri, o sia etterno
il nostro sonno, o questi sonni lieti,
lasso, non passin per l'eburnea porta!

Abbiamo nel precedente sonetto verificato che li pensieri della notte sono più intensi che quelli del giorno, e quando sono maligni, molto più molesti. Ma, ancora che generalmente così sia, gli pensieri amorosi più che gli altri, secondo la mia oppinione, prendono la notte forza, e sono molto più insopportabili quando sono molesti; né possono essere altro che molesti, presupponendo la privazione della cosa amata; perché tutti e mali che possono cadere negli uomini, non sono altro che desiderio di bene, del quale altri è privato. Perché chi sente alcuno dolore o torsione nel corpo, desidera la sanità di che è privato; chi è in carcere, la libertà; chi è deposto di qualche dignità, tornare in buona condizione; chi ha perduto alcuna facultà e substanzia, la ricchezza. E di questo veramente si può concludere che chi fussi sanza desiderio non sarebbe sottoposto ad alcuno caso, e chi più desidera, sente maggiore afflizione. E se questo è vero, certamente gli amanti sono più che tutti gli altri miseri, perché hanno maggiore desiderio, e la notte sono miserrimi, perché el desiderio è maggiore; perché, mancando le altre occupazioni che distraggono la mente, non hanno altro recorso contro al pensiero che gli affligge che il medesimo pensiero e sono privati di qualche mitigazione che potrebbe il giorno avere la loro passione, come sarebbe vedere la donna amata, parlarne con qualche amico, vedere qualche suo intimo o consanguineo o domestico, vedere almeno la casa dove lei abita: le quali, benché non sieno altro che a uno febricitante e siziente lavarsi alquanto la bocca, che è cagione di crescere tanto più la sete, pure il tempo passa con manco afflizione; e puossi veramente dire che gli amanti vivono di dolcissimi inganni, che loro fanno a loro medesimi, de' quali essendo privati in qualche parte della notte, soli e pensosi, né consolazione alcuna né sonno ammettono, come mostra el presente sonetto, molto simile di sentenzia al precedente. Il quale parla al Sonno, pregandolo che vogli venire, dopo tanti affanni e inquietudine, a serrare il fonte degli occhi miei lacrimosi, fonte perenne, cioè vivo e perpetuo, quasi dica che, se 'l Sonno non serra quegli occhi, non resteranno mai di lacrimare. Chiama dipoi el Sonno dolce oblivione e unica quiete per raffrenare el desio, perché questi dua soli remedii aveva l'afflizione mia, cioè o dimenticare, intermettendo e pensieri, o mitigare tanto desiderio. E perché a me medesimo pareva impossibile non solamente il dormire, ma il vivere sanza immaginare la donna mia, priego il Sonno che, venendo negli occhi miei, la meni seco in compagnia, cioè me la mostri ne' sogni e mi facci vedere e sentire el suo dolcissimo riso; quello riso, dico, ove le Grazie hanno fatto loro abitacolo, cioè che è sopr'a tutti gli altri grazioso e gentile; che veramente è detto sanza alcuna adulazione, tanta grazia e in ogni cosa e massime in questo aveva la donna mia. Desideravo ancora che 'l sembiante suo, cioè l'apparenzia, mi fussi mostra dal Sonno pia e il parlare accorto e atta l'una e l'altra cosa a porre in qualche pace il mio ardentissimo desiderio; e però bisognava che il sembiante e le parole fussino amorose e piene di speranza. E come si vede, in tutto questo sonetto non si cerca altro che raffrenare e temperare il disio corrente e ardentissimo; e credendosi il mio pensiero dovere ottenere dal Sonno questa sua petizione, come avviene alla insazietà dello appetito umano, da questo primo desiderio trascorre il desiderare ancora, o vero perpetuamente, questa felicità dormendo, o qualche volta remosso el sonno: perché dice che, consentendo el Sonno e volendo essaudire e prieghi miei di rapresentarmi la donna mia bella e piatosa, etc., desiderrebbe dormire etternalmente sanza destarsi mai, presupponendo sempre vedere la donna mia colle già dette condizioni. E se pure questo fussi impossibile, almeno non sieno questi sogni vani e bugiardi, come sono quelli che passono per la porta eburnea. Trovasi scritto fabulosamente per li antichi poeti essere appresso gl'inferi due porte, che l'una è eburnea, cioè d'avorio, l'altra è di corno, e che tutti e sogni, i quali pervengono alla umana immaginazione nel sonno, passano per queste due porte, con questa distinzione: che i sogni veri passono per la porta del corno, quelli che sono falsi e vani per la porta d'avorio. E però, pregando io che questi sogni lieti non passino per la porta eburnea, tanto è come pregare che quelli sogni non sieno falsi, ma sieno verificati e abbino quello felice effetto che sogliono avere quelli della porta cornea.


[ XXI ]

Cerchi chi vuol le pompe e gli alti onori,
le piazze, e templi e gli edifizii magni,
le delizie, il tesor, quale accompagni
mille duri pensier', mille dolori.
Un verde praticel pien di bei fiori,
un rivolo che l'erba intorno bagni,
uno uccelletto che d'amor si lagni,
acqueta molto meglio i nostri ardori;
l'ombrose selve, e sassi e gli alti monti,
gli antri oscuri e le fere fugitive,
qualche leggiadra ninfa paurosa.
Quivi veggo io con pensier' vaghi e pronti
le belle luci come fussin vive,
qui me le toglie ora una ora altra cosa.

Assai copiosamente nelli due precedenti sonetti abbiamo monstro quanto sieno veementi e pensieri notturni, e spezialmente gli amorosi. E avendo fatto menzione solamente de l'afflizione che danno li maligni pensieri, convenientemente pare che séguiti li due precedenti el presente sonetto, nella esposizione del quale accade mostrare quanta dolcezza portino li pensieri amorosi che non procedono da molesta cagione; che ragionevolmente portono maggiore dolcezza che gli altri pensieri, se è vero che li maligni amorosi pensieri portino maggiore molestia, perché le medesime cagioni, che fanno el primo eccesso della infelicità, producono ancora più eccessiva felicità: come diremo d'uno avaro, el quale ha tanto dolore, perdendo una quantità di danari, quanto è la letizia se guadagnassi le medesima quantità; perché, s'egli è vero, come abbiamo detto nel precedente comento, che l'appetito sia quello che ci sottomette a' casi della fortuna e alle perturbazioni, pare necessario bisogni che secondo la quantità dello appetito si misuri el bene e 'l male nostro. E essendo d'una medesima cosa il medesimo appetito, pare non solamente vero, ma necessario, che la felicità e infelicità di quella tale cosa sia equale secondo equali gradi, o della privazione di quella cosa o dello adempiere l'appetito. Sono adunque gli amorosi pensieri dolcissimi e più che gli altri soavi, quando procedono da dolce cagione, come mostra el presente sonetto. E perché dicemo inanzi che la infelicità degli amorosi pensieri procedeva da privazione della cosa amata e dal sospetto che comunemente accompagna gli amanti, da dua cagione similmente procede la felicità de' pensieri già detti, presupposta sempre la certezza, come possino avere gli amanti, della fede e amore della cosa amata. L'una cagione si è pensando a qualche fresca e passata felicità e contento, sopra a la quale il pensiero si dilata e volentieri a cosa a cosa rimembra, parendogli, così faccendo, quasi più prolungare la passata dolcezza. L'altra procede da una speranza assai vicina allo effetto del futuro bene, la quale abbi in sé tale certezza, che quasi lo facci parere presente. E come la prima cagione, dopo il fatto, fa più perpetuo el passato bene, così la propinqua speranza, inanzi al fatto, gli dà principio, come si vede, per essemplo, che chi aspetta una simile dolcezza o chi di fresco l'ha provata, vorrebbe alienarsi da tutti gli altri pensieri. E io ho conosciuto qualcuno che, avendo una sùbita e insperata novella e certezza nel propinquo e futuro bene, ne resta quasi attonito, sanza udire alcuna cosa che gli sia detta o usare alcuno senso, essendo astratto da quel pensiero.

Questi effetti amorosi monstra el presente sonetto, el quale, postponendo a simili pensieri amorosi tutte le cose che agli uomini comunemente sono gratissime e dolce, assai chiaro fa intendere quanto sia grande la dolcezza della amorosa cogitazione. Dice addunque lasciare a chi le vuole le pompe e gli alti onori e le publiche magnificenzie, come piazze, templi e gli altri edificii publici, e per questo denota gli ambiziosi e quelli che con sommo studio cercano l'onore. Dice dipoi che cerchi ancora chi vuole le civili dilicatezze, e per questo denota tutti e piaceri e lascivie umane. Agiugne il tesoro, mostrando l'amore e lo studio della pecunia; perché l'appetito nostro solamente circa a queste tre cose se estende, cioè ambizione, voluttà corporale e avarizia, perché l'onore, il piacere e l'utile impedisce ogni altra nostra operazione. Séguita dipoi mostrando che cose aiutano e nutriscono e pensieri amorosi, cioè un verde praticello pieno di be' fiori e uno rivolo che bagni e fiori e l'erbe intorno al luogo onde gira e gli amorosi canti di qualche uccelletto. E qui è da notare che, contro alle pompe e edifizii magni e l'altre cose descritte con parole grande e magnifiche, se oppone tutte cose piccole e chiamate per vocabuli diminutivi, come “praticello”, “rivuli” e “augelletti”, per provare meglio che, se le predette cose grande sono accompagnate da mille duri pensieri e da mille dolori, queste piccole a contrario debbono inducere più tranquilli e queti pensieri. Séguita dipoi che le selve, monti e sassi, le spelonche, le fere silvestre e qualche timida ninfa sono cose propizie a questi pensieri d'amore, per monstrare in effetto che la solitudine e il dilungarsi dall'umano consorzio riduce la mente più quieta e non forza e pensieri. E però, non sendo forzati, facilmente tornono alla natura e si profondono tanto più nella imaginazione di quello che più desiderano e amano; e allora ha tanta forza la immaginazione, che monstra agli occhi quello che vuole; e a me mostrava in modo le luci, cioè gli occhi della donna mia, come se vedessi lei viva e vera. Ma, nella città, quando una cura e quando un'altra mi toglieva questa dolcezza, la quale veramente è grandissima. E quando non si provassi per altra ragione, si prova per questa: che la dolcezza della immaginazione ha qualche similitudine colla vera beatitudine, cioè quella che consegue l'anima a cui è data la gloria etterna, la quale in altro modo non si fruisce che immaginando e contemplando la bontà divina. E benché questa contemplazione sia differente assai dalla contemplazione umana, perché quella contempla el vero e questa una immaginazione vana che forma l'appetito mortale, nondimeno l'una coll'altra ha qualche poco de similitudine nel modo. E così imperfetta come è, questa mortale è aprovata per la prima felicità del mondo, quando ha per obietto la vera perfezione e bontà, secondo che si può conseguire nella mortale vita. Per questo si può dire che la contemplazione di qualunche cosa non molesta abbi in sé grande dolcezza, perché ha qualche parte di similitudine colla somma dolcezza o perfetta felicità.

Bisogna nel presente sonetto presupporre che fussi composto nella città, perché dicendo “Qui mel toglie”, etc., come si legge nell'ultimo verso, è necessario s'intendi “qui”, cioè nella città, presupponendo ancora qualche fresco piacere o di contemplazione o d'altro, ricevuto in luoghi alpestri e solitarii, per la quale comparazione s'appetiscono le ville e se ha in odio le città.


[ XXII ]

“Ponete modo al pianto, occhi mia lassi:
presto quel viso angelico vedrete!”
“Ecco, già lo veggiam”. “Perché piangete?
Perché nel petto il cor pavido stassi?”.
“Miseri noi, che se fiso mirassi,
fermando in noi le vaghe luci e liete,
il nostro bavalischio, o faria priete
di noi, o converria l'alma espirassi!”.
“Dunque, qual disio face a voi, qual sorte,
e temere e voler quel vi disface?
Chi muove o scorge il passo lento e raro?”.
“Natura insegna a noi temer la morte,
ma Amor poi mirabilmente face,
suave a' suoi quel ch'è ad ogni altro amaro”.

Leggesi in Omero, antiquo e eccellentissimo poeta greco, che Giove, quando vuole mandare agli uomini nel mondo la sorte che a ciascuno si conviene, ha due grandissimi vasi, delli quali uno è pieno di sorte avverse e infelice, nell'altro sono sorte felici e infelici insieme confusamente miste. E volendo mandare ad alcuno cattiva sorta, toglie di quelle del vaso, il quale contiene solamente le sorte avverse; volendo fare alcuno felice, gli manda dell'altro vaso, nel quale sono le avverse e prospere sorte mescolate: per denotare che facilmente gli uomini possono essere infelici sanza participazione d'alcuna felicità, ma non possono già esser felici sanza participazione di miseria. E se alla confermazione di sì vera sentenzia non fussi abastanza l'auttorità d'uno poeta tanto eccellente che fu chiamato divino, la esperienzia dell'umane cose ne rende assai abundante testimonianza.

Questa verità seguitiamo ancora noi nel presente sonetto, e avendo nelli tre precedenti verificato due sentenzie, cioè la felicità e infelicità degli amorosi pensieri, non pare che sanza vera cagione accaggia nel presente sonetto monstrare che la felicità e infelicità amorosa bene spesso sono congiunte e complicate insieme, anzi quasi sempre sono in compagnia, se bene tra loro or l'una or l'altra abbia maggiore potenzia. Né avviene questo solamente nelle cose amorose, ma ancora nelle naturali e comunemente in tutti e casi che avvengono agli uomini; perché, quanto alle naturali, veggiamo che tutte le cose che vivono al mondo constare d'oppositi e vivere per contrarietà d'umori, e essere composte di cose che ciascuna per sé offende molto la natura di quella tale cosa. E se non fussi la repressione degli umori contrarii, non viverebbe alcuna cosa in questo mondo inferiore. E però si può ben dire tutti gli animali mortali, vegetativi, sensitivi e razionali non vivere per benificio degli umori de' quali sono composti, ma a dispetto d'essi e contra alla voglia loro; perché ciascuno umore naturalmente apetisce vincere i contrarii suoi, e sùbito che questo tale naturale appetito in qualunche d'essi ha effetto, e che l'uno vinca l'altro, di necessità viene la morte; e la vita si conserva, mentre che dura la potenzia equale e la guerra tra l'uno e l'altro. E però diremo la vita nostra constare d'opposizione, contrarietà e diversi mali e la morte procedere dalla pace. Provasi adunque per questo la vita, che appresso e mortali è stimata tra' primi beni, avere sempre in compagnia questo conflitto delli elementi. Quanto a' casi del mondo e a quello che 'l più delle volte avviene agli uomini, è assai manifesto o essere male puro sanza participazione di bene, o bene misto con molto male. E benché e' non mi paia questa proposizione abbi bisogno d'alcuna confirmazione, tuttavolta, distinguendo le operazioni umane in mentali e corporali, credo sia facile ad intendere che sempre la mente e intelletto nostro ha oppositi e inimici e sensi e le passioni corporali (che così conviene che sia, essendo di natura molto contrarii lo intelletto e il corpo), le passioni e gli appetiti corporali sempre hanno per ostaculo el rimordimento della conscienzia, che procede dallo intelletto. E oltre a questo, spesso, anzi quasi sempre, una passione è contraria a l'altra e l'uno appetito all'altro; ché così conviene che sia, procedente le passioni umane in gran parte dagli umori delli quali siamo composti, che, come abbiamo detto, sono de directo contrarii l'uno all'altro. Veggiamo ancora nelle civili, proprie e domestiche operazioni, la difficultà de pigliare qualche partito nascere dal concorrere in ogni partito qualche inconveniente, né si trovare di mille volte una vera deliberazione alla quale non si possa contradire. E però quegli che sono più prudenti, indugiono più a pigliare partito, e per questa tardità si chiamono uomini gravi. E el tempo si chiama sapientissimo, perché la sapienzia vera consiste ne lo aspettare e usare l'occasione; e questa non sarebbe necessaria, se non per la molta dificultà che portano seco le occorrenti diliberazioni. Verificasi adunque ogni umana azione non essere assolutamente buona né dolce sanza participazione di miseria. E questo molto più si conosce nelle cose che la passione e l'appetito governono, come sono e casi amorosi. Perché dicemo, nel comento del sonetto che comincia: “In qual parte andrò io”, etc., Amore non essere altro che una gentile passione. Questa medesima sentenzia conferma el presente sonetto, el quale è composto per dialogo. Perché nel primo quaternario parla el sonetto agli occhi miei lacrimosi; el secondo quaternario, che comincia: “Miseri noi”, rispondono gli occhi; dipoi il primo ternario, che comincia “Dunque, qual disio”, parla pure il sonetto agli occhi; l'ultimo ternario, che comincia “Natura”, rispondono pure gli occhi. Ritornando adunque al principio, è necessario presupporre che gli occhi miei da grave e continuo pianto erono occupati; e questa pareva maraviglia, essendo loro molto vicini e avendo quasi presente l'angelico viso della donna mia, nella visione del quale pareva consistessi la loro felicità, come dicemo nel sonetto che comincia: “Occhi, io sospiro”, etc. Per questo pareva ragionevole prima confortare gli occhi a porre fine al pianto, perché presto vedrebbono la donna mia, la quale si poteva dire essere quasi presente. E perseverando pure gli occhi nel pianto, molto convenientemente si domanda perché pure piangono e per che cagione el cuore sta nel petto tutto pavido e pieno di sospetto. Rispondono a questa proposta gli occhi, mostrando el pianto loro procedere per il dubbio che hanno della forza degli occhi della donna mia, la quale chiamano bavalischio, il quale si dice avere per natura di uccidere solamente collo aspetto degli occhi. E però, come cogli occhi solo lui uccide, così dubitano gli occhi miei non potere sopportare lo sguardo della donna mia, la quale, se fiso gli mirassi, o farebbe priete degli occhi come del resto del corpo, o converria l'alma espirassi e la vita si partissi. Vedesi questi due dubbi, che monstravano gli occhi miei, essere fondati nella sperienzia di cose già sute: perché, quanto a diventare priete, si legge di Medusa, come abbiamo detto, quanto alla morte, similmente abbiamo lo essemplo del bavalischio. Assoluto adunque el primo dubio e monstre le cagione giuste del pianto, ne nasce uno altro. E questo è che, dato che tale sospetto sia giusto, gli occhi dovevono fuggire lo aspetto della donna mia come cosa mortale e, seguitando pure el camino per vederla, era necessario che giustificassino se desiderio o sorte menassino gli occhi mia, desiderando loro e temendo una medesima cosa. E in questo desiderio e timore si mostra la mistione sopra detta della amaritudine colla dolcezza, perché il timore presuppone l'amaritudine e il desiderio la dolcezza. Dice “disio” o “sorte”, perché gli uomini qualche volta sono mossi da uno proprio e naturale desiderio, qualche volta sforzati dal destino, perché si legge: “Fata volentem ducunt, nolentem trahunt”; e per sperienzia spesse volte si vede gli uomini per elezione fare molte cose contro alla propria volontà. “Qual disio” adunque o “qual sorte muove il passo lento e raro?” e in questi due epiteti del passo si monstra a un tempo e voglia e timore nello andare; perché, se fusse voglia sanza timore, il passo sarebbe presto e espedito, se fusse timore sanza voglia, non sarebbe el passo né alcuno movimento verso quella cosa che si temessi. Perché el timore di natura fa fuggire, con ciò sia che quello che si teme se ha in odio, e quello che se ha in odio si fugge. A questo obietto rispondono gli occhi, monstrando la cagione del timore essere molto naturale, con ciò sia cosa che per natura ciascuno teme la morte; la cagione dello andare pure inanzi essere Amore, el quale non per alcuna naturale ragione, ma mirabilmente fa parere suave nelli amanti quello che in tutti gli altri è amaro e durissimo. E veramente è detto mirabilmente, perché mirabile è ogni cosa la quale è contro all'ordine della natura; né potrebbe essere più opposito all'ordine di natura quanto è el desiderio della morte, de' pianti e de' sospiri e dell'altre amorose passione. Concluderemo per questo gli amanti essere di tutti gli uomini miserrimi, non solamente per una sorte comune, che abbiamo detto avere con tutte le cose umane, per aver sempre la mistione del male, ma ancora per una particulare cagione: che gli amanti non hanno mai bene alcuno, né per proprietà, come l'altre cose, né per participazione. Con ciò sia cosa che le maggiore dolcezze amorose non pare consistino in altro che in quello che gli altri uomini chiamano sommo male. Pure è assai agli amanti gustare una felicità che paia a loro propria, perché il contento umano consiste più tosto nel parere che nell'essere. E se a loro pare essere felici, sono, non però sanza ammistione sempre d'infelicità, pure amorose. E per questo io giudico che la dolcezza degli amanti sia rara e qualche volta assai grande, ma le infelicità loro essere quasi continue e il dolore, sanza comparazione maggiore; con ciò sia cosa che il dolore è spesso sanza dolcezza e la dolcezza non mai sanza dolore. E così conviene che sia, dove è infinita passione e insaziabile appetito.


[ XXIII ]

Sì dolcemente la mia donna chiama
morte nelli amorosi suoi sospiri,
che accende in mezzo agli aspri miei desiri
un suave disio, che morte brama.
Questo gentil disio tanto il core ama,
che scaccia e spegne in lui gli altri martìri;
quinci prende vigore e par respiri
l'alma contr'a sua voglia, afflitta e grama.
Morte, dalle dolcissime parole
di mia donna chiamata, già non chiude
però i belli occhi, anzi sen fa piatosa.
Così mantiensi al mondo il mio bel Sole,
a me la vita mesta e lacrimosa,
per contrario disio, che morte esclude.

Perché nel precedente sonetto abbiamo fatto qualche menzione de' miracoli d'amore, vorrei avere tale facultà che gli potessi fare credibili apresso di qualunque, come sono certi apresso alli gentilissimi ingegni delli inamorati. E veramente, come si può imputare a gran difetto il credere leggermente quelle cose che prima facie paiono impossibile, così non mi pare da aprovare la oppinione di quelli che non prestono fede ad alcuna cosa, quando ecceda in qualche parte o l'uso comune o l'ordine naturale. Perché spesso s'è veduto nascere grandissimi inconvenienti presupponendo una cosa falsa, per parere quasi impossibile, e nondimeno pure essere vera. E oltre questo, come el credere presto pare officio di uomo leggiere, così assolutamente el non credere dimonstra grande presunzione; perché chi dice “questa cosa non può essere”, presumme di sapere tutte le cose che possono essere e quanto sia la potenzia della natura. E nondimeno si vede molti effetti naturali diversi e quasi incredibili, se non fussino notissimi quasi a ogni persona. E chi crederebbe che d'uno piccolo acino d'uva, nel quale non si vede colore, odore o sapore certo, si generassi la vite con tante degne qualità? Questo medesimo degli altri semi, che tutti servano diversamente le proprie spezie; né paiono mirabile queste cose perché si veggono a ogni ora. E a me pare che sieno maggiori maraviglie quelle che a ogni ora si veggono degli effetti naturali, che quelle di alcune altre cose, le quali, per essere molto rare e lontane dalla cognizione nostra, paiono mirabile. Come sono alcune spezie d'animali, che, per essere ignote a noi, giudichiamo quasi impossibile che possino essere; e forse in quelli paesi che le producono sono così comune, come a noi cani e cavagli e altri simili animali. Leggonsi quelle sei maraviglie, che mette il poeta nostro Petrarca in quella canzone che comincia “Qual più diversa e nova”, appresso gli autori antichi e autentici. E chi considera bene quelle e l'altre cose che per mirabile si prèdicono, vederà, se si può così dire, molto maggior fatica della natura in queste cose che a ogni ora abiamo inanzi agli occhi, che in quelle le quali ammiriamo più tosto per essere rare che impossibile. Debbonsi adunque ancora gli amorosi miracoli, se non al tutto credere che sieno, almanco credere che sieno possibili. E a me è paruto dovere fare questa preparazione nella esposizione del presente sonetto, avendo a narrare una cosa che forse pare impossibile, e nondimeno è vera; perché il sonetto non intende altro che provare come el desiderio della morte è cagione immediate della vita. E per venire allo effetto, bisogna intendere che la mia gentilissima donna aveva per uno suo costume spesso in bocca la morte e mostrava nelle parole sue bramarla, credo conoscendosi tanto gentile, che gli pareva questa “vita noiosa, né fussi degna di sì bella cosa”; e essendo io suto presente qualche volta quando lei dolcissimamente chiamava la morte, mi veniva tanta amaritudine e dolore, quanto darebbe a ciascuno el dubbio della privazione d'ogni suo bene. Perché mi pareva che lei la chiamassi sì dolcemente e con parole tante efficacie, che la morte non si gli potesse negare; agravando più el dolore mio la cagione di questo suo desiderio, la quale era Amore, chiamando lei morte negli amorosi suo sospiri. E per questo bisognava che fussi cagione di questo desiderio o una grande amaritudine e passione o una somma dolcezza. Perché ambodue questi affetti causano negli uomini simili desideri: perché la morte si brama o per uscire di doglia o perché non sopravenga amaritudine che contamini una somma dolcezza e felicità, seguitando quella sentenzia: “Tunc pulchrum esse mori”. Quale adunque fussi di queste cagione, a me dava grandissima afflizione, massime per quello di che io potessi essere suto imputato, poiché Amore era cagione di questo desiderio. E combattuto da questa passione, infine mi risolvevo a uno unico rimedio d'accompagnare ancora io la donna mia in questo durissimo desiderio della morte; e però se accendeva tanto in me questo desiderio, che cominciava a parermi dolce in modo che addolciva tutte le altre mie passioni. E perché naturalmente se appetisce e si séguita quello che piace più, el cuore mio abbandonò tutti gli altri pensieri e pose da parte ogni altro desiderio e cura, per seguire questo dolcissimo e gentile desio della morte. E benché tutti e pensieri d'una cosa, essendo intensi e veementi, faccino postporre comunemente tutte l'altre cure, pure quello della morte fa molto meglio questo effetto: perché ogni altro pensiero mette da parte gli altri pensieri minori, non per sempre, ma per qualche tempo, perché vivendo possono tornare, anzi è necessario che tornino, e almeno quegli che induce la necessità della vita; ma el pensiero della morte debbe alienare la mente da ogni altra cosa, perché dopo la morte non v'è che pensare quanto pel corpo e pel mondo. Per questo si dice che ogni altro desiderio e passione e tutti e martirii e affanni che si sentono, erono spenti nel cuore sopravenendo questo dolce desiderio della morte; e essendo tutte queste passioni e restando solo el dolce pensiero della morte, la vita ne pigliava vigore e respirava alquanto: che così necessariamente conveniva che fussi, essendo spenti gl'inimici suoi e restando in lei solo quello dolcissimo desiderio, cioè uno desiderio che gli piaceva e, piacendogli, dava forza all'anima e contra a sua voglia prolungava la vita: non contra a sua voglia, quasi contra alla sua naturale voglia, ma contra al desiderio della morte. E benché questo gli dovessi arrecare qualche molestia, sendo opposito alla dolcezza di quello desiderio, pure, vivendo madonna, come faremo intendere, e mantenendosi viva, per questa medesima cagione non gli dava molestia alcuna, anzi maggiore contento, perché el desiderio vero del mio cuore era la vita della donna mia. Provasi adunque che del desiderio della morte, che chiamava spesso la donna mia, si conservava in me la vita. Questo medesimo desiderio suo conservava ancora la vita in lei, con ciò sia cosa che 'l desiderio faceva che lei colle dolcissime sue parole chiamasse la morte, la quale, sentendosi chiamare, non chiudeva per questo però e begli occhi della donna mia, ma per pietà di lei gli prolungava la vita; e così e in lei e in me si conservava la vita. E questa conservazione era causata da uno desiderio contrario alla vita, cioè della morte, el quale escludeva la morte; cioè, ne' modi che abbiamo detto, faceva scostare la morte. Questi miracoli e molti altri abbiamo veduti d'Amore e crediamo appresso e gentili cuori sarà assai credibile, el testimonio de' quali ancora appresso degli altri doverrebbe avere fede.


[ XXIV ]

Allor ch'io penso di dolermi alquanto
de' pianti e de' sospir' mia teco, Amore,
mirando per pietà l'afflitto core
l'imagin veggo di quel viso santo.
E parmi allor sì bella e dolce tanto,
che vergognoso il primo pensier more;
nascene un altro poi, che è uno ardore
di ringraziarla, e le sue laude canto.
La bella imagin che laudar si sente,
come dice il pensier che lei sol mira,
sen fa più bella e più pietosa assai.
Quinci surge un disio nuovo in la mente
di veder quella che ode, parla e spira:
e torno a voi, lucenti e dolci rai.

Ero soletto e sanza compagnia se non delli miei amorosi pensieri, li quali, molestandomi come el più delle volte sogliono fare, cominciai meco medesimo a fare pensiero di volerne fare doglienza con Amore, come cagione de' miei pianti e sospiri e dell'altre amorose pene. E volendo ad una ad una narragliene, me era necessario cominciare da quella parte che e prima e più era offesa, la quale era il cuore. Volendo adunque narrare l'afflizione del cuore, pareva necessario di guardare nel cuore, e, guardando, considerare per potere narrare lo stato suo. E se bene nel cuore erano dipinte molte passioni e tormenti, pure maggiore impressione aveva fatto in esso la imagine del viso della donna mia, el quale, essendo bellissimo e, sì come era il vero, molto lucente e chiaro, e per la bellezza e per la luce tirò gli occhi miei e gli sforzò a rimirare quella immagine, levando loro la visione delle pene del cuore; parendo molto conveniente che una cosa bella e lucente e levi la visione dell'altre cose, com'è natura della eccessiva luce, e tragga gli occhi a sé, come sempre suol fare la bellezza. Mirando adunque gli occhi miei questa immagine in luogo delle pene, parve loro molto bella e dolce, cioè piena di pietà. E però, se prima era intenzione degli occhi vedere l'afflizione del cuore, cosa molesta e deforme, per dolersi, veggendo il viso della donna mia bello e pietoso, e de directo opposito a quelle afflizioni, ne doveva nascere ancora uno effetto tutto contrario al dolersi. Per la qual cagione il primo pensiero di dolersi vergognoso morì e in tutto si spense e un altro ne nacque contrario, di ringraziare e onorare la donna mia, la quale era sì bella e tanto gentile, che, solamente essendomi concesso di vedere sì bella cosa, quando mai non vi fussi suto pietà alcuna, non potevo avere cagione a dolermi, ma più tosto di ringraziarla. Mosse el pensiero di dolersi la passione, che accieca la mente e obumbra lo intelletto nostro de una tenebrosa ignoranzia; ma, sopravenendo la luce della verità e fugate queste tenebre, non sanza vergogna si rimira l'errore passato, e però muore vergognoso el primo pensiero e nel suo luogo succede l'altro pensiero, più vero e più laudabile, di ringraziare la donna mia e di essaltarla e laudarla; le quali laude, sendo portate alla immagine sua che è nel mio cuore, la fanno parere assai più bella e più piatosa; ché così pare al pensiero mio, che non vede alcuna cosa se non questa immagine. E perché di sopra abbiamo detto gli occhi vedere il cuore e le cose che sono in lui, le quali sono invisibili, al presente si dice che il pensiero, el quale non ha potenzia di vedere, mira la immagine della donna mia. E per solvere l'una e l'altra oscurità, bisogna intendere dove si dice “occhi” e “vedere”, “pensieri” e “immaginare”; perché gli occhi, gli orecchi e la lingua e ogni senso che s'attribuisce al cuore, non sono altro che pensieri, per mezzo de' quali el cuore, cioè la mente nostra, immagina e opera, come el corpo per mezzo de' sensi. E però tutte le altre operazioni corporali, come è parlare e sentire, che fa quella immagine, si debbono referire a immaginazioni. E così intendendo, si verifica quello abbiamo detto, che, sentendosi quella immagine laldare, si fa più bella e più piatosa. Perché quanto la immaginazione è più forte, più gli pare vedere quello che allora immagina, e immaginando la donna mia piatosa e bella, pare necessario che, quanto più la immagina così, più diventi bella e piatosa nel pensiero. Da questa tale immaginazione di tanta bellezza e dolcezza nasce uno desiderio ardentissimo e nuovo nella mente di vedere la donna mia viva e vera. Né dice “disio nuovo”, perché questo sia nel cuore mio el primo desiderio che avessi mai di vedere la donna mia, ma dice nuovo a quegli altri pensieri, quasi rinato allora di nuovo. Questo nuovo disire adunque mi muove a vedere la donna mia viva e vera, perché il parlare, udire e spirare sono uficio d'animale vivo, e non di cosa che sia immaginata. Con questo desiderio adunque torno a vedere li lucenti e dolci razzi degli occhi della donna mia; e dicendo “torno”, monstro el desiderio non essere nuovo, cioè el primo che avessi mai di vederla; perché tornare a vederla presuppone altre volte essere ito per vederla. E dicendo “razzi lucenti e dolci”, si monstra la bellezza e pietà che prima era di quella immagine, la quale, per similitudine del vero, mi mosse a vedere quella bellissima cosa, della quale era un dolcissimo essemplo. Notasi nel presente sonetto tre pensieri e uno effetto. Prima el pensiero di dolersi, el quale vergognoso morendo, nasce el secondo di ringraziare e laudare la donna mia, immaginandola bella e pietosa. Quinci nasce el terzo dello andare a vedere la vera, per similitudine della immaginata. Dopo questi tre pensieri séguita l'effetto di mettere ad essecuzione quello che propose l'ultimo pensiero.


[ XXV ]

Madonna, io veggo ne' vostri occhi belli
un disio vago, dolce e amoroso,
che Amore a tutti gli altri tiene ascoso,
a me benignamente lo mostra elli.
Questo gentil disio par che favelli,
promettendo al mio cor pace e riposo:
questo afferma un sospir caldo e piatoso,
che Amore in compagnia per fede dielli.
Questo sospir porta al mio cor novelle
della pietà, che fuor del bianco petto
lo manda messagger del vostro cuore.
Giunto alla bella bocca, e pie e belle
parole forma, di sì dolce effetto,
che fa stupido star, non che altri, Amore.

Di tutti e sensi nostri sanza alcuna controversia el più degno è reputato il vedere; e questo non è solamente giudicio degli uomini, ma ancora della natura. Con ciò sia cosa che ha posti gli occhi e più alti che alcuno senso e più vicini al luogo dove sta lo intelletto. Conoscesi manifestamente gli occhi essere più necessari alla vita umana che alcuno degli altri sensi, perché pare che per la notizia delle cose visibile si proceda agli altri sensi molto più facilmente. Sono cagione ancora gli occhi di farci conoscere la più bella cosa che possono conoscere e sensi, cioè la luce; perché né odore, né sapore, né alcuna voce o altra cosa sensitiva si può comparare alla luce. Hanno ancora gli occhi questo privilegio e eccellenzia negli altri sensi: che il cuore per alcuno altro mezzo sensitivo non si manifesta, ma tiene a tutti gli altri quasi secreti e suoi concetti, e solo per gli occhi li manifesta; perché di letizia e dolore, ira e amore, e di tutte l'altre passioni del core gli occhi bene spesso danno assai chiaro indizio. È tanto vicino questo senso del vedere alle qualità dello animo nostro, che, secondo Plinio, chi bacia gli occhi ad alcuna persona, gli pare quasi baciare l'animo suo. E benché questo avvenga in tutte le passioni, pure molto meglio si conosce negli affetti amorosi, nelli quali gli occhi hanno grandissima parte. Perché el principio donde nasce e donde entra Amore sono gli occhi, e quali e per loro medesimi e' sono la più bella parte che abbi el corpo umano e hanno per obietto la bellezza. E però, essendo la più bella cosa che abbi una donna bella, credo il più delle volte siano la prima cosa che cominci dagli occhi dello amante a essere amata. E se adunque Amore dagli occhi della cosa amata e per li occhi dello amante entra nel cuore (che si verifica che gli occhi active e passive sono principio d'amore), faccendo adunque Amore la prima impressione negli occhi e aprendo per loro la strada al cuore, molto più facilmente comunica el cuore le sue passioni amorose agli occhi che le altre. Ha Amore dato questo remedio all'afflizione degli amanti: che, essendo tolto di mezzo el parlare e ogni altra via d'intendere el cuore l'uno dell'altro, per gli occhi spesso e amorosi sguardi s'intendono.

Era la donna mia, come abbiamo detto, sopra tutte le altre bellissima, e però si può pensare quanto fussino belli gli occhi suoi, che, secondo abbiamo detto, vincono qualunche altra corporale bellezza. E perché l'appetito nostro sempre cerca più quello che gli pare migliore, ancora che tutta la donna mia da me fusse amata, pure gli occhi miei erono tirati a guardare gli occhi suoi come maggior bellezza. Guardavo adunque fiso e suo begli occhi e pareami vedere in essi uno desiderio amoroso pieno di pietà e dolcezza, che così per mezzo loro mi voleva fare intendere el suo gentilissimo cuore. E questo dolcissimo desiderio Amore non lo monstrava se non agli occhi miei, nascondendolo dagli altri, credo perché gli altri così fiso non gli miravano; né era tanto espedita la via tra la donna mia e loro da Amore per mezzo degli occhi, come tra 'l cuore suo e 'l cuore mio, secondo che di sopra abbiamo detto. E oltre a questo, essendo Amore quello che mi monstrava questo desio della donna mia, che era mezzo tra lei e me, gli altri non potevano vedere, perché tra loro e lei non era Amore che lo monstrassi. Parevami quello gentile desiderio parlassi al mio cuore e gli promettessi, dopo tanti affanni e amorose persecuzione, pace e riposo, presupponendo per la futura pace la passata guerra e per riposo e quiete le fatiche e affanni amorosi; perché tutti questi affetti dolcissimi mostravano quelli occhi. E dubitando la donna mia che per li passati essempli io non prestassi forse interamente fede alle parole che gli occhi suoi mi dicevano, accompagnò questo pietoso desiderio d'uno amoroso sospiro; el quale, sendo mandato nunzio al mio cuore, uscì fuor del bianco petto della donna mia, testimone della pietà ch'era in essa, la quale pietà aveva messo nel cuore quello sospiro amoroso. E avendo detto la cagione naturale de' sospiri nella sposizione di quello sonetto che comincia: “Se 'l fortunato core”, etc., non pare necessario qui dirne altro; ma bisogna intendere che questo sospiro nacque nel cuore, el quale contrasse a sé per mezzo dello alito l'aere per refrigerarsi e, prima che essalassi e spirassi fuora, formò nella bocca della donna mia certe parole dolcissime e amorose, per modo che e le parole e il sospiro parea che a un tempo di quella bella bocca uscissi: perché, parendo alla donna mia non fussi forse sufficiente a testificazione della sua pietà e amore né il segno degli occhi, né la testimonianza de' sospiri, v'aggiunse quella delle parole, molto più efficace testimonio che li dua precedenti; acciò che il cuor mio, e per la efficacia del testimonio e pel numero sufficiente, essendo tre, avessi maggiore certezza. Furono le parole della donna mia tanto pie e belle e di tanto dolcissimo effetto, che Amore ne restò obstupefatto. E per questo si debbe pensare quello intervenisse a me. Né si debbe maravigliare alcuno che crede questo, se non sono per me narrate formalmente le parole, perché, vinto dal medesimo stupore che vinse Amore, non solamente le parole, ma quasi dimenticai me stesso. É, a mio giudicio, el processo del presente sonetto assai naturale e secondo el vero; perché, chi ama, prima ne fa qualche segno cogli occhi, dipoi di necessità nasce il sospiro, perché il piacere del vedere la cosa amata e quella ferma intenzione di vedere genera sospiro per le ragione dette nel sonetto preallegato; e monstra più veemenzia d'amore il sospirare che il guardare. Seguitano el sospiro le parole, tanto più efficacie, quanto più si riducano alla certezza della cosa. Con ciò sia che gli sguardi e' sospiri potrebbono essere per altra cagione che non paiono, ma le parole monstrono più chiara la verità e sono spinte da maggior forza d'amore. E così fa la natura di grado in grado gli effetti suoi.


[ XXVI ]

Quando la bella imagine Amor pose
drento al mio cor per sua grazia o virtute,
se per altri disir' v'eran venute,
spense e scacciò da lui tutte altre cose.
Lasso or se con le luci lacrimose
invan cerco le luci che ho perdute,
dalli occhi al pensier fuggo, e mia salute
a lui domando, a cui già mai si ascose.
El mio pensier allor benignamente
sola in mezzo del cor la donna mia
mi mostra, e intorno tutti e miei disiri.
Allor di novel foco arder si sente
il tristo cor, che già cener saria,
se non fusse la forza de' sospiri.

Avendo nel precedente comento monstro quanto sieno eccellenti gli occhi tra gli altri sensi e quanta degnità ha dato loro Amore, volendo che sieno la porta onde egli entri e faccendogli spesso ministri suoi e nunzii de' pensieri del cuore, bisogna confessare che grandissima dolcezza traggono gli amanti degli occhi. E se questo è vero, a contrario è quasi insopportabile tormento a chi ama la privazione d'essi, anzi sarebbe al tutto insopportabile, se Amore non vi avessi posto uno solo rimedio, di sovenire in questo caso il cuore mediante e pensieri; el quale rimedio però non è fatto altrimenti che l'altre amorose sovvenzioni, le quali sono più presto fomento e legno allo amoroso fuoco che refrigerio al cuore. Questa sentenzia monstra el sonetto presente, nel quale in principio si denota l'amorosa providenzia; perché, essendo antiveduta da Amore, come le altre pene degli amanti, ancora questa della privazione degli occhi amati, ha preparato il soccorso de' pensieri contro a questo male, avendo messo la immagine della cosa amata drento al cuore, che la rapresenta a' pensieri, quando ne sono privati gli occhi. Pose adunque Amore nel mio cuore, secondo la sua usanza, la bella immagine della donna mia, per grazia o virtù che fusse nel cuore mio, cioè per una particulare grazia de Amore verso di lui, che lo fe' degno di sì degna immagine, o per virtù, essendo già fatto gentile. Quando venne questa immagine nel cuore, spense e scacciò da lui tutte l'altre impressioni che per qualunque desire fussino nel cuor mio, e solo vi rima<se> la bella immagine della mia donna. In quel giorno che io composi el presente sonetto avevo con assai passi e tempo cerco di vedere gli occhi della donna mia, e certamente invano, perché mai ebbi grazia di vederli quel dì. Cercavo adunque con le mie lacrimose luci le luci che avevo perdute, cioè gli occhi della donna mia, e quali non potevo trovare; di che certamente intollerabile tormento sentivo. Ma non sendo possibile che altrimenti fussi, ricorsi a quello unico rimedio che mi aveva concesso Amore; e lasciato il cercare cogli occhi la donna mia, rifuggi' al cercarne col pensiero, al quale domandai la salute mia, cioè che lui almeno mi monstrassi la mia donna, perché in potenzia sua era il mostrarmela, non si ascondendo ella già mai da lui, perché el pensiero la vede sempre. Furono essauditi e miei prieghi benignamente dal pensiero e sùbito mi monstrò la donna mia sola, e in mezzo del cuore non erano altri pensieri, come dicemo di sopra: ma non vi potevano essere, perché, essendo el mezzo del cuore fondamento de' pensieri, come el centro fondamento della terra e di tutto el mondo, non si poteva fondare pensiero alcuno se non nella donna mia, e tutti gli altri che avessi fatto il cuore, se pure avesse potuto, sarebbono suti come sono tutte le cose sanza fondamento. Era adunque madonna in mezzo del cuore e intorno a lei erono tutti e desiderii miei: che per questo si verifica che né li pensieri pensavono ad altro, né 'l desiderio appetiva altre cose. E naturalmente el luogo e fonte de' desiderii è il cuore, per la concupiscibile, che è virtù e potenzia del cuore. Soccorse Amore col pensiero al difetto degli occhi, né di questo avvenne altro che accumulazione di pene. Perché, come dicemo nel comento del sonetto che comincia: “Allor ch'io penso”, etc., la immagine della cosa amata multiplica el desiderio della vera; come avvenne ancora a quel tempo, perché del vedere la donna mia drento al mio cuore s'accese uno nuovo e maggiore desiderio della donna mia. E perché pare impossibile che a tanto fuoco el mio cuore potesse resistere, che ardendo non si consumasse e divenisse cenere, si pose, per fare credibile queste maraviglie, el rimedio che non lasciava consumare el cuore, cioè la forza de' sospiri, e quali, come abbiamo detto, naturalmente sono dal cuore generati per suo refriggerio e essalazione contro alla suffocazione, che l'offende pel concorso degli spiriti vitali.


[ XXVII ]

Più dolce sonno o placida quiete
già mai chiuse occhi, o più belli occhi mai,
quanto quel che adombrò li santi rai
delle amorose luci, altere e liete.
E mentre stiêr così, chiuse e secrete,
Amor del tuo valor perdesti assai,
ché lo imperio e la forza che tu hai
la bella vista par ti presti e viete.
Alta e frondosa quercia, che interponi
le frondi tra' belli occhi e' febei raggi
e sumministri l'ombra al bel sopore,
non temer, benché Giove irato tuoni,
non temer sopra te più folgor caggi,
da quei grati occhi consecrata a Amore.

[XXVIII]

Odorifera erbetta e vaghi fiori,
che ornate il prato come il ciel le stelle,
le dolcemente fatigate e belle
membra vedesti in mezzo ai bei colori.
Alto e dolce pensier suo, quanto onori
le cose di cui tacito favelle!
Oh me felice, che allor fui di quelle,
che 'l dice Amor, che ha in pegno i nostri cuori!
Aura suave, quale or togli or rendi
a lei la vista del febeo splendore,
movendo i rami e insieme l'ombra intorno!
Alla alta quercia i tuoi trofei sospendi,
o dolce sonno, e non si sdegni Amore
se triunfasti de' belli occhi il giorno!

Se io potessi a uno a uno gli atti e amorosi accidenti della donna mia proseguire, certamente molto maggiore ornamento ne riceverebbe questa nostra amorosa istoria e molto più laude la donna mia. Perché veramente ogni atto, ancora che minimo, della vita sua è suto degno d'essere celebrato da me; e, avendone io gran parte pretermesso, ne do cagione solamente alla abundanzia e copia delle cose: perché a me è accaduto come a uno, el quale, sendo in mezzo d'uno amenissimo prato, el quale produce diversi colori di fiori, e volendo côrre de' più vaghi, non sa a qual prima porre la mano; perché la qualità della bellezza fa più difficile la elezione, essendo l'appetito nostro tirato più da quelle cose che più piacciono. Non potendo io adunque côrre tutti e fiori dello eccellentissimo prato della donna mia, né proseguire tutte le laude sue, né sappiendo eleggere qual prima meritassi essere da me còlta e celebrata, a caso errando con la mano, quelli primi fiori, che la sorte mi ha monstro, ho còlti, faccendone più tosto giudice la fortuna che la mia elezione. Era, come nel precedente sonetto abbiamo detto, la donna mia <absente>, come monstra averla io cercata assai cogli occhi e solo trovatola col pensiero. Trovandosi ella adunque in una villa non molto lontana dalla città, ma posta in luogo che non poteva vederla, mosse e passi suoi e, montando per uno monte assai alto e silvestre, pervenne in parte onde facilmente la città, dove io ero, poteva vedere, credo pensando potere dare qualche refriggerio o presente o futuro alla afflizione, la quale vedeva in me per l'assenzia sua. Era questo luogo salvatico, come abbiamo detto: il terreno coperto d'erbe e di fiori, il quale una vecchia quercia adombrava. E essendo pure la donna mia, pel camino erto e difficile, alquanto affaticata e vedendo sì bello luogo, deliberò fare degna quella erba e que' fiori che fussino letto e piuma al suo gentilissimo corpo. E dapoi che alquanto, così giacendo, contemplò la terra e 'l loco dove io ero, avuti alcuni dolcissimi e amorosi pensieri e mossa da quella pietà dell'afflizione mia, vinta finalmente dal sonno, s'adormentò, aiutando el sonno l'ombra di quella quercia e una aura dolce e estiva, la quale, movendo e rami della quercia e gli altri arbori vicini, con mormorio ancora quel dolcissimo sonno nutriva. Questo atto amoroso intendendo io, giudicai degno delli sopra scritti due sonetti, delli quali el primo contiene che, poi che la natura concesse sonno agli occhi umani, più dolce sonno o più quieto riposo non serrò occhio mortale, né anche il sonno mai chiuse più belli occhi che quelli della donna mia. Quello che faceva el sonno sopra tutti gli altri dolcissimo era l'ombra, la mollizie del luogo ove giaceva lei, la dolcezza del venticello, el mormorio degli arbori, che di necessità da quello nasceva e la fatica che era proceduta; che tutte sono cose che danno forza al sonno. Che quelli occhi fussino sì belli come abbiamo detto, non posso assegnare altre ragioni che la mia oppinione, fondata in sugli effetti che in me facevono. E se erono così belli, di necessità seguiva che Amore da loro avesse gran forza. E però, stando serrati dal sonno e celandosi quella amorosa luce al mondo, di necessità il valore e forza d'Amore ne sentiva detrimento assai, perché la vista sua gli dava e toglieva la forza; siccome avviene ad alcuna spezie di fiori, li quali se aprono venendo el sole e dipoi nell'occaso si riserrano, in modo che quelle tali erbe il dì sono fiorite e la notte private dell'ornamento de' fiori. Così diremo che i cuori gentili, pel sole degli occhi amati, se aprono a ricevere le influenzie amorose, le quali quando mancassino, si riserrerebbono; e acciò che mai non si serrino, fa la virtù d'Amore per mezzo di quelli occhi tale impressione, che possino dire già mai essere sanza sole. Amore adunque, che fa sentire la virtù sua per mezzo degli occhi, quando mancassi quella visione, perderebbe la sua virtù.

Ora, tornando al sonno, si può facilmente comprendere che, essendo tanto soave quanto abbiamo detto, alla donna mia fussi molto grato. E però, come quella che in tutte le cose era gentile sommamente, come grata, retribuì qualche gratitudine a tutte le cose che avevano avuto parte e cagione di tanta dolcezza. E però all'erba e fiori, che sanza durezza e morbidamente avevono ricevute le sua membra e fattali così ornata piuma e delicato letto, dette uno dono gratissimo, d'essere sute tocche e premute da sì pulite membra. L'aura, che aveva mosso gli arbori e rinfrescato l'aria, similmente toccò el suo bellissimo corpo. L'ombre ancora, sopra a quel viso bellissimo e l'altre membra, a loro piacere errando, erano vaganti. Restava solamente la quercia, non minima cagione di questa dolcezza, perché era suta cagione dell'ombre, le quali aveva subministrato a quel bel sonno; e acciò che questa ancora sanza parte di premio non restassi, gli occhi della donna mia consecrorono ad Amore, liberandola dalle percosse e impeti de' fulmini e tempestose saette. Perché la quercia, essendo l'arbore di Giove, più spesso è percossa che gli altri alberi dalle sue saette; in luogo delle quali, da quel tempo in qua che soprastette a quelli belli occhi, sarà più tosto recettaculo delle saette amorose, poiché quelli occhi grati ad Amore l'hanno consecrata.

E perché nel primo sonetto non è fatta menzione alcuna del praticello sopra el quale giaceva la donna mia, né dell'aura soavissima, due cagioni, secondo abbiamo detto, assai efficaci di quello bellissimo sonno, perché è difficile fare capace la brevità del sonetto di molte cose, se ne fa menzione nel seguente che comincia: “Odorifera erbetta”, etc., dove si vede che con somma dolcezza el mio pensiero rimembrava tutti quegli amorosi accidenti; né sanza qualche invidia di quella erba e fiori mi s'apresentò quell'atto, che fussi ricevuta da loro la donna mia così dolcemente affaticata. E però, volgendomi a quella erba e fiori, chiamandola odorifera e ponendo la varietà de' fiori simile alla distinzione che fanno le stelle nel cielo sereno, si dà quelle proprietà quasi che può avere il prato, cioè l'odore e la bellezza. E perché abbiamo detto che la donna mia, così giacendo, ebbe qualche amoroso pensiero di me, e questo era impossibile a sapere, se non perché ne' e pensieri s'introduce Amore per testimonio di questa occulta visione, come quello che udì parlare cautamente la donna mia di me, che, per essere degno d'entrare in sì alti e dolci pensieri, felicissimo mi potevo chiamare; perché el pensare non è altro che uno tacito parlare, perché chi pensa immagina quelle cose <e> in sé medesimo le chiama per i nomi loro, onde si può dire veramente il pensare essere uno parlare tacite. Discorre poi el pensiero mio a tutte l'altre circumstanzie, come fu ancora quella dell'aura o, vogliamo dire, piccolo vento e, quasi riferendogli grazia, monstra lo effetto che faceva; perché, movendo e rami che, per la interposizione loro tra 'l sole e gli occhi suoi facevono ombra, di necessità bisogna l'ombre ancora si movessino, e però quelli occhi talora potevano vedere il sole, talora no. E essendo questi occhi di tanta perfezione e bellezza che signoreggiavano Amore, come di sopra abbiamo detto, gloriosa vettoria fu quella del sonno, quando vinse sì belli occhi; e acciò che fussi perpetua e memorabile, doveva el sonno appiccarne all'alta quercia e trofei colle spoglie degli occhi già da lui vinti, siccome solevano gli antichi romani, e quali ebbono in consuetudine, quando vincevano qualche potente o famoso inimico, pigliare le spoglie sue e vestirne el troncone d'uno arbore per memoria della ricevuta vittoria. Bisogna vedere che fussino le spoglie di quelli belli occhi, per vedere di che cosa doveva vestire el sonno el troncone della quercia. Né si può interpetrare che gli occhi della donna mia fussino vestiti d'altro che di belli e amorosi sguardi e d'una amorosa luce, che solo dagli occhi degl'innamorati suole lasciarsi vedere. Questi sguardi e luce amorose adunque dovevono certamente restare come stigmate nel tronco della quercia, e di queste spogliò il sonno la donna mia, sùbito che chiuse quelli occhi belli, e di queste spoglie credo sia ancora ornata quella quercia. Né Amore di questo trionfo del sonno si debbe sdegnare, se è vero quello che abbiamo detto, che gli occhi suoi signoreggiassino Amore, dandogli e togliendo forza, avendo poi el sonno superati quegli belli occhi.


[ XXIX ]

Tante vaghe bellezze ha in sé raccolto
il gentil viso della donna mia,
che ogni nuovo accidente che in lui sia
prende da lui bellezza e valor molto.
Se di grata pietà talor è involto,
pietà già mai non fu sì dolce e pia;
se di sdegno arde, tanto bella e ria
è l'ira, ch'Amor triema in quel bel volto.
Pietosa e bella è in essa ogni mestizia,
e se rigano pianti il vago viso,
dice piangendo Amor: “Questo è il mio regno!”.
Ma quando il mondo cieco è fatto degno
che muova quella bocca un suave riso,
conosce allor quale è vera letizia.

Grandissimo argumento mi pare de eccessiva potenzia, quando alcuna virtù nelle cose contrarie e diverse tra loro opera potentemente, faccendo ancora qualche volta effetti quasi fuora d'uno naturale ordine dell'altre cose. E perché questo spesse volte accade nella vita degli amanti, gli abbiamo chiamati di sopra “miracoli amorosi”. Che grandissima fussi la potenzia della bellezza della donna mia, intende provare el presente sonetto, per li effetti diversi e straordinari che in me faceva. Perché, contemplando io la bellezza del viso suo in diversi accidenti e passioni, mi pareva che tutte le passioni che apparivano o dimostravansi in quel bel viso e ne divenissino più belle e ricevessino più forza, cioè movessino più potentemente in altri o timore o pietà o dolore o letizia, movendo non solamente potentemente, come è detto, secondo le qualità delle passioni, ma servando sempre la bellezza e la grazia, le quali in alcune passioni, come è il timore e 'l dolore, pare quasi impossibile si possino conservare, perché chi teme di necessità ha in odio la cagione del timore. Questo medesimo avviene a chi ha dolore, perché, potendo, fuggirebbe la cagione d'esso, e quelle cose che si fuggono non s'amano. E però grandissima potenzia era quella di questa bellezza, avendo forza, movendo timore e dolore, d'essere ancora in queste tali passioni desiderata e amata. Introduce adunque el presente sonetto quattro passioni solamente, cioè la pietà, l'ira, el dolore e la letizia, le quali dal viso della donna mia pigliano più forza e più bellezza. E cominciando dalla pietà, monstra che, quando la pietà viene in quel bel viso, non trovò mai luogo o domicilio alcuno dov'ella paressi più veramente pietà, né dove paressi più dolce e pia. E essendo per sé la pietà bella, basta sia fatta menzione solamente della forza che piglia, presuponendo la bellezza. Venendo poi all'ira, propriamente è detta ardere d'ira e di sdegno, perché l'ira non è altro che uno accendimento della collera intorno al cuore e gli effetti dell'ira sono comunemente simili a quelli del fuoco, che presto fa gli effetti suoi; e quegli che sono di natura collerica e calda sono disposti all'ira. Ardendo adunque quel bel viso d'ira, diventa più bello e rio, cioè più da temere, come monstra l'essemplo seguente: perché, tremando Amore nel viso suo, è segno manifesto el timore della potenzia di quell'ira; e il non partire di quel viso, nonostante il tremore, che dimonstra el timore essere grandissimo, monstra assai chiaro la bellezza essere quella che lo ritiene, perché, se questo non fusse, il timore caccerebbe Amore. Questo medesimo avviene nella mestizia e dolore della donna mia, la quale, movendo a lacrimare ancora Amore e, così piangendo, affermando lui el viso di lei essere el regno e l'imperio suo, monstra la medesima forza e bellezza nel dolore che prima nell'ira. Nasce poi di queste premesse molto bene la conclusione del sonetto; perché, se la bellezza di quel viso ha avuto forza di parere più bella in quelli accidenti che sogliono oscurare e diminuire la bellezza, fortificando questi tali accidenti oppositi alla bellezza, molto più facilmente può crescere in bellezza negli accidenti che naturalmente subministrono forza alla bellezza, tanto più fortificando questi accidenti, come avviene nella letizia della donna mia. Era la donna mia per sé bellissima; la letizia per sé in qualunque persona è bella: se adunque quella per sé è bella e lo accidente ancora è bello, eccessiva bellezza era quella quando si congiungeva insieme sì bella natura e sì bello accidente, presuposto che l'uno e l'altro pigliassi forza per tale congiunzione, come di sopra abbiamo detto dell'altre passioni, e che ancora l'accidente fussi per sé fortissimo e quasi in supremo grado, come monstra el riso, che è maggior segno di letizia che faccino gli uomini, come il pianto del dolore, il quale similmente di sopra è posto per segno d'eccessivo dolore. Credendo adunque tanta bellezza e dolcezza insieme, si può dire questa bellezza essere al mondo non solamente maravigliosa, ma forse non più veduta (e però veramente il mondo potersi chiamare cieco), e dovere producere in chi la vede quello che si può chiamare vera letizia e beatitudine.


[ XXX ]

Lasso!, che sento io più muover nel petto?
Non già il mio cor, che s'è da me fuggito.
Questi spessi sospir', s'ei se n'è gito,
a cui dan refriggerio, a cui diletto?
Li alti e dolci pensier' del mio concetto
chi muove adunque, se il core è smarrito?
Amor, che 'l fece al fuggir via sì ardito,
questo me ne ha con la sua bocca detto:
“Quando i belli occhi prima la via fêro,
entrò la bianca mano e 'l cor ti tolse,
e in cambio a quello un più gentil ne misse;
questo in te vive, e 'l tuo, fatto più altero,
in più candido petto viver volse.
Questo è de' mia miracoli”, Amor disse.

Ancora che in molti e diversi modi la donna mia dessi assai evidenti argumenti dello amore e pietà sua verso di me, come già in più luoghi abbiamo monstro, nessuno più efficace ne dette, né poteva mai dare, che quello el quale contiene el presente sonetto. Né io da lei potevo maggiore dono ricevere, perché maggiore dono non può essere che quando altri dà e quello che è suo e quello che è carissimo al donante. Secondo Epitteto < “eorum quae sunt partim in nobis est, partim non est” >: però nessuna cosa possiamo chiamare nostra al mondo se non la oppinione, perché tutte l'altre cose o sono della fortuna o sono della natura. E che questo sia el vero, si manifesta perché e la natura e la fortuna spesse volte contro alla voglia nostra ce ne privano. E però, sanza estendersi in molte cose, per essere tali conclusioni trite e provate, confesseremo essere nostra solamente l'oppinione, com'è detto, la quale è sempre libera, né può da alcuna cosa essere forzata; e, a mio giudicio, chi fa menzione della oppinione, di necessità presuppone la volontà, la quale non è altro che desiderio di quello bene che alla oppinione pare bene. E per questo se può dire, se bene la oppinione e voluntà non sono una cosa, essere tanto simile e prossime, e di necessità l'una coll'altra congiunte, che a me non sia inconveniente parlare dell'una come dell'altra, perché queste mie non sono diffinizioni, ma più tosto parole largamente e liberamente dette.

Se adunque sola la oppinione e voluntà è nostra, chi dona questa tale cosa dona tutto quello che possiede per suo; e chi dona tutto el suo di necessità dona una cosa che al donante è carissima, e però non può fare maggiore dono. Intendesi largamente in questi versi amorosi per la oppinione e voluntà nostra el cuore; e però, avendo fatto la donna mia una commutazione del suo cuore al mio, cioè tolto il mio per sé e a me donato el suo, come monstra el presente sonetto, nessuno maggiore dono mi poteva dare, né fare più evidente segno che io fussi pieno della grazia sua. E perché parrebbe, la mia, grandissima arroganzia, persuadendomi questo essere vero e faccendo me medesimo auttore e degno di tanto bene, sanza el testimonio della donna mia, mi accade dire el vero di questo amoroso processo, e per fuggire la colpa della arroganzia detta e pel contento che mi reca al cuore la dolcissima memoria di quello atto amoroso.

Ero in parte che assai vicino mi trovavo al viso della donna mia e, riguardandola fiso, per la dolcezza che porgevano gli occhi suoi quasi attrito e indebilito, sostenevo col mio destro braccio la testa. Lei, pensando di darmi qualche conforto, con un gentile modo appressandosi più a me, pose la candida sua mano sopra la sinistra parte del petto mio e, tenendola per alquanto spazio ferma, io le domandai assai timidamente quello che intendessi fare. Lei, con onesta baldanza, rispose che stava a udire muovere el cuore suo. E io a lei: “Veramente e questa e ogni altra cosa che vive in me è vostra”. Lei, sogiugnendo, disse: “Io dico veramente questo essere el cuore che già viveva in me, che ora in te vive, e quello che prima era tuo conservo io nel mio petto”. Quello che mi paressino sì dolce parole e che effetto facessino in me, lascio qui giudicare a coloro a' quali è nota la fiamma e forza amorosa, perché, come dice Dante in una sua canzona, “Non è di cuor villan sì alto ingegno, / che possa imaginar di questo alquanto”.

Partendomi dipoi da lei e considerando qual fussi più, o la gentilezza di quel parlare o l'amore che per questo dimostrava, deliberai fare el presente sonetto e li dui seguenti nella medesima invenzione, ancora che concludino diversamente, se bene quello amoroso parlare e quello atto gentilissimo fussino degni d'altra lingua che la mia per farne memoria.

Fingo addunque, ancora che la istoria sia sopra detta, io medesimo sentire nuovo moto nel petto mio, e con qualche ammirazione domando me medesimo della cagione; massime perché, essendo fuggito il mio core da me, come di sopra in più luoghi abbiamo detto, non poteva essere la cagione di quel moto dal mio core. El moto addunque e gli spessi miei sospiri, che naturalmente sono ordinati per refrigerio del core, mostravano pure che uno core dovessi essere quello che nel mio petto si moveva. Mostravano ancora quel medesimo gli alti e dolci pensieri che concepeva la mente mia, li quali dovevano essere similmente mossi dal core, non come loco di pensieri, ma come cagione, perché, essendo il core quel che desidera, quelli pensieri erano dal core, perché non erano altro che un desiderio della donna mia. E essendo i pensieri alti e dolci, cioè più degni che a me non si convenia, cominciavo poi in me medesimo a credere che più degna cagione che non era il mio core gli movessi. In mezzo a questi miei dubbii soccorse Amore, el quale, essendo stato quello che aveva fatto ardito il mio core a fuggirsi, come mostra quel sonetto che comincia: “Lasso a me, quand'io son là dove sia”, sapeva veramente il mio core essere fuggito. E però con la sua bocca mi manifestò questa verità, ché, interpetrando secondo il vero, come abbiamo detto, Amore fu la donna mia, che con la bocca sua mi manifestò questo amoroso miracolo. Il quale fu questo: che quando Amore prima fece la via agli occhi della donna mia, per la quale entrorono al core, allora quella gentilissima mano entrò drieto agli occhi nel petto e ne trasse il cuore mio, come mostra el sonetto che comincia: “Candida, bella e dilicata mano”, e in luogo del mio core pose quel della donna mia; e perché questo pare cosa mirabile e inaudita, soggiunse Amore questa essere opera maravigliosa della potenzia sua. E considerando veramente, Amore non è altro che una transformazione dello amante nella cosa amata; e, quando è reciproco, di necessità ne nasce la medesima transformazione in quello che prima ama, che diventa poi amato, per modo che maravigliosamente vivono gli amanti l'uno nell'altro, ché altro non vuole inferire questa commutazione di cori.


[ XXXI ]

Quel cor gentil, che Amor mi diede in pegno
mirabilmente in cambio al mio, eletto
a maggior bene, or vuol lasciar soletto
il petto mio, di sì bel core indegno.
Io priego il mio che torni: egli è sì degno,
che l'antiqua sua sede ora ha in dispetto.
Io dico a lui: “Se non degna il mio petto
quel core, arà te, cor, quel petto a sdegno.
Misero, che farai?”. E lui risponde:
“Starò in essilio in quelle luci belle:
se pur cacciato son sanza riguardo,
queste non mi può tôr, né Amor le asconde;
e tu arai di me spesso novelle
pe' dolci raggi di quel bello sguardo”.

Sogliono quelle cose che per eccellenzia e degnità loro eccedono e meriti di chi le riceve parere ancora poco durabili, perché ogni eccesso è di questa natura. E però si vede talora quelli temere più, che sono da infimo grado venuti in grandi condizioni. Oltra questo, secondo il corso delle cose umane, quelli che sono in maggiore felicità constituti debbono più che gli altri temere, essendo la felicità umana el più delle volte brieve e poco stabile. Queste condizioni erono in me, per quanto mostra il precedente comento, perché, essendo il mio petto fatto recettaculo del core della donna mia e il cor mio altero e troppo nobile essendo ito ad abitare nel candido petto di quella, e mi pareva cosa molto sopra li meriti miei, e mi pareva tanto maggiore per essere di umile loco in un tratto essaltato a tanto bene, e felicissimo sopra ogni altro per questo mi riputavo. Dovevo adunque per tutte queste cagioni temere e parevami quasi impossibile conservarmi lungo tempo in tanta felicità. E ancora che la constanzia e fede della donna mia non mi dessi cagione alcuna di dubitare, mi pareva a ogni ora che il core della donna mia, il quale in me viveva, perché Amore per pegno del mio me lo aveva dato, da me si volessi partire e lasciare di sé solo il mio petto. Facevami questo dubio pensare di richiamare il mio core a me, pregandolo che tornassi; ma, essendo lui eletto a maggiore bene, cioè per istare nel candido petto della mia donna, era fatto sì degno e in tal modo insuperbito, che aveva in dispetto il petto mio, dove prima soleva stare, né tornare a me voleva. Io, credendo che di questo fussi cagione perché lui avessi oppinione di potere starsi nel petto della donna mia, proposi al cor mio, acciò che tornassi, che quando il core della donna mia non degnassi di stare più nel petto mio, el petto suo similmente non degnerebbe di ricettare più il mio core; e di questo poteva nascere che il cor mio, a un tempo, per elezione sarebbe privato del petto mio e per necessità di quello della donna mia, quando da lei fussi cacciato. Risponde il core a questo dubio che, quando bene fussi cacciato da lei, starà in luogo donde non potrà essere cacciato, cioè nelli occhi della donna mia, perché Amore e lei fanno che quelli occhi sieno comuni a ciascuno; e stando in quelli occhi, non sospiri, non parole, non altro segno che proceda dal core diranno novelle a me del cor mio, ma gli sguardi solamente della donna mia, e quali spesso ne diranno novelle, perché spesso da me saranno veduti gli occhi suoi.

È necessario intendere il naturale processo di questo sonetto, col quale queste amorose finzioni debbono quadrare. Nasce amore allo amante e va nella cosa amata, e così prima si fugge il core dello amante alla cosa amata. Nasce dipoi amore reciprocamente nella cosa amata, e allora si fa la commutazione che abbiamo detto de' cori. Nasce dipoi la gelosia, vera miseria delli amanti, perché è tormento immortale; e allora nasce il dubio che il core della amata non si torni a lei, e di questo un pensiero di ritrarre lo amore suo dalla cosa amata, e questo è revocare il cor suo a sé. Ma perché “il vivace amore cresce nelli affanni”, non può impetrare lo amante di ritrarre l'amore suo, ma, necessarie, li bisogna continuare in esso. E benché fra se stesso assai certo si giudichi non potere avere alcuna dolcezza, anzi affanni e tribulazioni, non sendo amato dalla cosa amata, né essendo mai libero da gelosia, si riduce infine per necessità a prendere quello che più facilmente può avere dalla cosa amata; e non potendo aver il cor suo, non si parte però il core dall'amata, ma fermasi nelli occhi dell'amata, cioè gode le esteriori bellezze e con esse si conforta, poiché del core, cioè amore della amata, non può disporre. E allora gli sguardi delli occhi amati fanno segno dello amore che è in lei; perché e la pietà e l'amore e così lo sdegno e l'ira qualche volta per segno delli occhi si comprendono. E di questo se ha spesso novelle, perché la visione della amata male si può celare dalli occhi o diventare invisibile e lo amore tanto più muove e incita l'amante a vedere spesso l'amata, quanto più mancano l'altre cose che solevano consolare la mente. Tutti questi effetti vorrei fussino meglio espressi nel sonetto, per levare ogni difficultà a quelli intelletti che faranno degni i versi miei della loro cognizione.


[ XXXII ]

“Amorosi sospiri, e quali uscite
del bianco petto di mia donna bella,
ditemi del mio cor qualche novella,
qual voi sì dolcemente in lei nutrite”.
“Stassi lieto il tuo cor, quieto e mite,
mille dolci pensier' movendo in quella,
co' qual' sovente e con Amor favella
alte cose e gentil'; né voi l'udite”.
“Sospir' benigni, ora è ver quel che io sento
da voi?”. “Sì certo!”. “Almen ditemi ancora
se là dove è starà il mio core assai”.
Mentre che io parlo, e lor sen vanno in vento.
Amor sopra il suo petto giura allora
che a me il mio cor non tornerà già mai.

Truovansi scritte due sentenzie contrarie, e nondimeno spesso verificate nelle umane azioni. Perché si dice e miseri facilmente credere quello che desiderano e, contro a questo, che “a gran speranza uom misero non crede”. Io penso che la diversità delle oppinioni sopra dette nasca più tosto dalla natura di quelli che sperano e desiderano alcuna cosa che dalla ragione, presuposto che l'una e l'altra oppinione abbi cagione equali, che non inclinino per sé più ad una parte che all'altra. E però credo che quelli uomini, che di natura sono malinconici, sieno di manco speranza che gli altri; e tanto più quanto nella vita loro hanno avuto la fortuna così avversa, che poche cose hanno consequute secondo il desiderio loro. Abbiamo nel principio detto ogni forte amore procedere da forte imaginazione e questi tali amanti di natura essere malinconici. Io confesso essere di quelli che con grandissima fervenzia ho amato, e però come amante ragionevolmente dovevo dubitare più che sperare; aggiunto a questo che in tutta la mia vita, avvenga che più onore e grado abbi consequuto che non si convenia a me, pure rari piaceri e poche altre cose secondo il desiderio mio ho vedute; dico di quelle cose che per refrigerio delle publiche e private fatiche e pericoli qualche volta ammette lo animo nostro, ancora che contentissimo viva e che molto mi appaghi della mia sorte. Dovevo addunque, e per le ragioni nel precedente comento scritte e per le presente, ragionevolmente dubitare. E essendo una volta nel core mio nato il sospetto, grandissima e intollerabile passione, m'insegnava la natura fare ogni cosa per cacciarlo da me. E dubitando, come molto mostra el precedente sonetto, el mio core non fussi cacciato del petto della donna mia, né sapendo bene se quivi o altrove fussi, mi parve dovere intenderne novelle da chi veniva dal loco medesimo; e nascendo i sospiri dal proprio loco ove sta il core, loro me ne potevano dire el vero. E però il presente sonetto, composto per dialogo, si dirizza e parla a quelli sospiri che uscivano del petto della donna mia, e quali imediate venivano dal core mio, se era in quel petto. E, per tôrre confusione, è da notare che li primi quattro versi parlo io a' sospiri sopra detti; nel secondo quadernario rispondono e sospiri a me; dipoi tutto el nono verso e il principio del decimo, cioè quella parola che dice: “Da voi”, parlo pure io a' sospiri, e la seguente parola dove dice: “Sì certo”, rispondono e sospiri a me; e tutto el resto del sonetto parlo io, parte a' sospiri e parte per narrazione. Ora, tornando al principio, è da notare che, parlando io a' sospiri della donna mia e chiamandoli “amorosi”, cioè mossi da Amore, o era o volevo che paressi che fussi qualche speranza mescolata col dubio, come mostra ancora perché, domandandogli io che mi dicessino novelle del mio core, quale loro nutrivano dolcemente nel petto suo, già avevo oppinione e che el mio core vi fussi e che fussi bene trattato da lei. E veramente è detto ch'e suoi sospiri nutrivano el core mio, perché lui stava in quel petto dove era ancora Amore, sanza il quale el mio core non vi poteva stare. E però la cagione che moveva e sospiri veramente nutriva dolcemente il mio core e lo conservava in quel petto, perché e sospiri erano mossi da Amore. Rispondono e sospiri il mio core starsi lieto, quieto e pieno d'umiltà e di dolcezza e esser cagione di molto dolci e amorosi pensieri nella donna mia, coi quali pensieri e con Amore parla spesse volte molti alti misterii amorosi e cose molto gentili. E per questo si mostra non solo il mio core era in quel petto, ma già vi abitava come familiare di esso e domestico, poiché intendeva tutti e pensieri della donna mia, e quali li altri non possono intendere, cioè quelli che da Amore non sono fatti degni e gentili, come era il cor mio. Fu tanto maggiore la dolcezza che per questa desiderata novella mi venne, quanto era suta maggiore la dubitazione, come sempre avviene di qualunque insperata allegrezza. E quasi non credendo che possibile fussi quanto avevono referito quelli amorosi sospiri, di nuovo gli domando se era vera la loro relazione. Loro risposono in confermazione una brevissima risposta, cioè: “Sì certo”, né potevano più lungamente rispondere, come mostra el seguente del sonetto, perché, faccendo io loro una nuova interrogazione, non bastò lo spirito a que' sospiri in modo che potessino più rispondere. E qui è da notare che tutto quello che parlano e sospiri predetti in questo sonetto sono tante parole, quante naturalmente potrebbe dire uno commodamente con uno spirito, cioè senza riavere l'alito; e però, finita quella forza che portava seco lo spirito d'un sospiro, ragionevolmente più parole non doveva dire. E se bene io gli chiamo “sospiri” in plurale, cioè più d'uno, bisogna imaginare che e sospiri della donna mia fussino più, ma che un solo contenessi la risposta. É natura di chi ha conseguito qualche gran bene fare ogni cosa per conservarlo e farlo diuturno: e però, avendo io già quello che desideravo sentito dello stato del core mio, desideravo ancora intendere quanto dovessi essere durabile e diuturna questa sua tale beatitudine; e però domandai li spirti quanto fussi per stare il cor mio in quel petto. E essendo già, come abbiamo detto, mancato quello spirito e li sospiri già resoluti in vento, non poterono rispondere. Amore allora, che, secondo che di sopra abbiamo detto, era in quel luogo donde venivano li sospiri, in supplimento loro risponde, giurando sopra il petto suo che 'l mio core starà sempre con la donna mia, né già mai tornerà a me, assicurandomi col giuramento, come da principio aveva assicurato el cor mio quando prima partì da me, come mostra il sonetto che comincia: “Lasso a me, quando io son là dove sia”.


[ XXXIII ]

Ove madonna volge gli occhi belli
sanza altro sol la mia leggiadra Flora
fa germinar la terra e mandar fora
mille varii color' di fior' novelli.
Amorosa armonia rendon li ucelli,
sentendo il cantar suo, che l'innamora;
veston le selve i secchi rami, allora
che senton quanto dolce ella favelli.
Delle timide ninfe a' petti casti
qualche molle pensiero Amore infonde,
se trae riso o sospir la bella bocca.
Or qui lingua o pensier non par che basti
a intender ben quanta e qual grazia abonde,
là dove quella candida man tocca.

Era del mese d'aprile, nel quale, secondo la commune consuetudine della città nostra, li uomini volentieri insieme con la loro famiglia nelle dilettevole ville a loro consolazione si stanno, perché in quel tempo l'anno è tanto più bello, quanto è la prima iuventù più bella che tutte l'altre età delli uomini. E, oltre a questo, la città nostra ha vicini a sé molti e delicati e piacevoli luochi, e quali, oltre alla naturale consuetudine, alettano qualche volta a lasciare le civili e private cure e fruire alquanto di rusticano ocio. In questo tempo adunque acadde alla donna mia andare, come molte altre, in una sua dilettevole villa, ove stette alquanti dì, privandomi della sua desiderata visione. Nel quale tempo uno, amicissimo mio e di tanto mio amore verso di lei conscio, mi disse: “Ora si vorrebbe essere nella tale villa a vedere la tua bella donna, perché ora cantano gli uccelli, ora si rinnovano e prati d'erbe e di fiori, ora si rivestono gli arbori di frondi; le ninfe, li uomini e tutti li animali sentono al presente più le forze amorose: e però ora sarebbe tempo che tra tanti naturali ornamenti vedessi la tua carissima donna”. Al quale io risposi che il desiderio mio di vederla né cresceva né poteva per tempo alcuno diminuire e che io credevo, ancora che tutto il mondo in questo tempo fussi bellissimo e ornato più che in alcuno altro, quel paese quale era intorno alla donna mia doveva essere più bello che li altri; perché dove era lei non bisognava né sole, né stagione novella, né altra virtù che la sua a fare germinare la terra, fiorire e empiersi di fronde li arbori, cantare li uccelli e li altri effetti che suole fare primavera. Finì el nostro parlare in simili parole. E partito dal predetto amico, tutto pieno di quelli pensieri, composi el presente sonetto, nel quale mi sforzai esprimere li effetti della virtù della donna mia, li quali operava in quelli salvatichi luoghi, dove in quel tempo si trovava; mostrando prima che li occhi suoi avevono la virtù del sole, perché dove ella li volgea, faceva producere alla terra diversi colori di novelli fiori, chiamandola la bella Flora in questa parte che faceva nascere e fiori, cioè la dea de' fiori. Faceva ancora cantare amorosamente li uccelli, innamorati del canto suo, quando lei sentivano dolcissimamente cantare; rivestiva delle loro frondi e secchi rami di quelli arbori, che la vernata perdono le foglie, quando dolcemente parlava. E qui è da notare che nel cantare e nel parlare della donna mia sono comprese tre parti, che, secondo Platone, contiene la musica, le quali sono queste: el parlare, armonia e ritmo, che credo sia detta quella che vulgarmente chiamiamo rima, perché ritmo non è altro che un parlar terminato da certa misura, come sono li versi e rime vulgari. Chiamasi el parlare musico, ancora che non abbi piedi certi, quando è composto in modo che diletti li orecchi, come si vede in quell<i> che eloquenti sono chiamati. L'armonia è una consonanzia di voce umane, o veramente di suoni, come è notissimo; il ritmo abbiamo detto quello sia. Vedesi la prima spezie di musica, cioè il parlare, espressa nel verso che dice: “Che sentono quanto dolce ella favelli”; l'altre due, cioè l'armonia e el ritmo, si includono nel canto della donna mia, la quale conviene presuporre che cantassi dolcemente certi versi e rime amorose, delle quali lei sopra modo si dilettava. E io molte volte li senti' cantare e delli altri e de' miei con tanta dolcezza e gentilezza, che poi in bocca d'altri non mi potevano piacere. Cantando addunque lei con suavissima melodia simili versi e rime, abbiamo tutte a tre le spezie già dette della musica; e essendo così, manca in qualche parte la maraviglia delli effetti che faceva la donna mia. Perché, essendo la musica commune a tutte le cose, che non potrebbono sanza una certa consonanzia essere, ragionevolmente per la musica si dovevono muovere: come veggiamo che, temperando due instrumenti di corde in una medesima voce e mettendo vicino l'uno allo altro, quando l'uno si suona, le corde dello altro ancora si muovono per loro medesime sanza essere tocche da altri, solamente per la conformità del suono e similitudine di voce che hanno tra loro. Ora, avendo detto di sopra due potenzie della donna mia, cioè delli occhi e della armonia, etc., e avendo a dire più maravigliosa operazione di lei, bisogna ancora assegnare più potente cagione; perché, ancora che sieno grandi effetti far germinare la terra, cantare li uccelli e vestire li arbori di fronde, queste sono tutte cose naturali; ma mettere una impressione contraria in uno subietto è maggiore cosa, come è fare che le ninfe timide e caste ammettino nella durezza del core loro qualche molle e dolce pensiero d'amore, perché lo amore è al tutto contrario alla timidità e castità. E però maggiore cagione fa questo maggiore effetto, come è il riso e il sospirare della donna mia, el quale, quando viene nella bocca sua, muove li pensieri amorosi, come abbiamo detto, nelle ninfe. E che sia più potente cagione questa, lo mostra che quella cagione, a mio parere, è più potente a muovere effetto, che monstra in sé maggiore affetto: el riso e il sospiro che il guardare e il cantare o parlare, come mosterremo, e maggiore affetto mostra di tutti questi il toccare; e però conclude il sonetto che questo fa ancora maggiore effetto che li altri, mostrando che dove tocca la sua candida mano, abonda tanta grazia e virtù, che non si può né referire né imaginare. E così, delle cose manco efficace per gradi si procede a quelle che sono efficacissime: perché, presuponendo che Amore muova tutti li atti che abbiamo detto della donna mia, cioè il vedere, il cantare, il parlare, el ridere, il sospirare e ultimamente il toccare, manco affezione mostra il vedere che il cantare, manco il cantare che il parlare; e così dico di tutti gli altri insino al tatto. Perché, presuponendo essere uno amante innamorato di questa donna, credo che, se lei lo guarda amorosamente, li sarà molto grato; se la sente cantare versi amorosi, li parrà ancora maggior segno d'amore; se la ode parlare seco, lo giudicherà ancora più efficace testimonio dello amore suo; se la vede o ridere o sospirare per amore, li parrà maggiore augumento della grazia sua; e molto maggiore di tutti se la toccassi. E però tutte queste cose faranno maggiori o minori effetti in lui, secondo la qualità delle cagioni predette. Sono adunque comprese nel presente sonetto quelle linee, cioè gradi di amore, che pone Ovidio, poeta ingeniosissimo, in quel libro ove dà gli amorosi precetti.


[ XXXIV ]

Il cor mio lasso, in mezzo allo angoscioso
petto i vaghi pensier' convoca e tira
tutti a sé intorno, e pria forte sospira,
poi dice con parlar dolce e piatoso:
“Se ben ciascun di voi è amoroso,
pur ve ha creati chi vi parla e mira:
deh! perché adunque eterna guerra e dira
mi fate, sanza darmi un sol riposo?”.
Risponde un d'essi: “Come al novo sole
fan di fior' varii l'ape una dolcezza,
quando di Flora il bel regno apparisce,
così noi delli sguardi e le parole
facciam, de' modi e della sua bellezza
un certo dolce-amar, che ti nutrisce”.

Ancora che nel comento del sonetto che comincia: “Ponete modo al pianto” assai dicessimo quanto fussi misera la condizione umana, e massime l'amorosa, pure, perché non se ne può dir tanto, che non sia molto più, accade nella presente esposizione farne qualche menzione nuova; né so quale più efficace argumento possa meglio provare la verità di questa cosa, che considerando a quello in che l'umana felicità consiste, parlando largamente e secondo la depravata consuetudine delli uomini, e mettendo da parte per ora la vera felicità, la quale credo in questa vita non si truovi. E però diremo quella felicità essere maggiore a la quale procede maggiore desiderio e ardore; e essendo ogni appetito, quanto è maggiore, più veemente passione, bisogna confessare el fondamento di questa felicità esser miseria grandissima. E che lo appetito sia suo vero fondamento è manifesto, perché, mancando lo appetito, manca ancora la volontà; come, per essemplo, chi ha gran appetito di mangiare sente con più dilettazione e piacere el sapore di quel che mangia, la quale dura quanto dura la fame e con la fame muore: anzi quello che è piacere mentre che è desiderato, quietato tale desiderio, diventa cosa molesta e fastidiosa. E per questo si può dire questa tale felicità consistere più presto nella privazione di quello che dà molestia, che in cosa la quale porti seco alcuno bene, e essere una medicina che solamente levi dallo infermo il male, senza fortificare poi la natura o darli virtù alcuna. Come mostra Orazio in una sua epistola, quando dice “Nocet empta dolore voluptas”, avenendo questo in tutte le cose umane, in nello onore, nello utile, nella voluttà, è necessario confessare tutta la vita umana, che da queste cose depende, essere una passione, e la felicità sua sempre mista con essa; perché la passione è sola immediata cagione di essa e l'accompagna come l'ombra el corpo.

Trovandosi adunque in me questo medesimo effetto e ricevendo io dalli miei pensieri gravissima e continua molestia, né parendomi potere senza questi tali pensieri vivere, composi el presente sonetto ad espressione dello stato del cor mio. El quale, sendo posto in mezzo del petto mio pieno d'angoscia e stracco già della molestia de' pensieri, chiama intorno a sé tutti e pensieri, e quali, secondo abbiamo detto, naturalmente sono intorno al core come cagione d'essi; di questo avviene naturalmente che il core sospira, perché, concorrendo diverse passioni a un tempo, generano sospiri, per le ragioni già dette. Dopo il qual sospirare, il cor voltatosi ai pensieri e con dolce e pietoso parlare, gli priega che debbino cessare alquanto di molestarlo e fare pace della lunga e continua guerra che senza intermissione li fanno; monstrando che debbino satisfarli in questo, con ciò sia cosa che sono suoi figliuoli creati e generati da lui. Perché, ancora che sieno pensieri amorosi e perché d'altro non parlano che d'amore, il core gli ha fatti amorosi; e però altro padre che lui non debbono riconoscere e, come figliuoli, non gli dare tanta molestia. A questa pietosa proposta risponde uno de' pensieri già detti, monstrando in effetto loro essere cagione della vita del core e faccendo comparazione che, come le pecchie la primavera, quando Flora piena di fiori adorna il mondo, fanno di diversi fiori una sola dolcezza, cioè il mèle, così li miei pensieri di diverse bellezze della donna mia generano nel core certa dolcezza, mista con amaritudine, onde el cor si nutrisce e vive: mettendo nella donna mia li sguardi, le parole e i modi e l'altre bellezze sue, come stanno fiori in un prato. Ove, diversamente pascendosi, e miei pensieri generano questa amara dolcezza per le ragioni dette di sopra: che alcuna voluttà del mondo non è senza mistione di passione (ancora che ne' pensieri amorosi si vegga più distinto lo amaro dal dolce, benché sieno misti insieme) e che <se> grandissima dolcezza è contemplare e immaginare tante maravigliose bellezze nella donna mia, grandissimo tormento e amaritudine è poi desiderarle e esserne privato. E <perché> il core, tirato dalla dolcezza detta, non può fare che non pensi alla donna sua, e li pensieri di necessità portono con seco ancora el desiderio, cioè la privazione di quel bene, veramente è detto el core nutrirsi di questi dolci e amarissimi pensieri.


[ XXXV ]

Se io volgo or qua or là li occhi miei lassi
sanza veder quel ben che or mi piace,
miseri lor!, già mai non truovon pace:
questo avviene a' pensier', parole e passi.
Onde pel meglio e lacrimosi e bassi
gli tengo, e la mia lingua afflitta tace,
e 'l piè nel primo suo vestigio iace,
ciascun pensiero al cor ristretto stassi.
Allor sì bella e sì gentil la veggio
drento al mio core, ove Amor l'ha scolpita,
che altro bene, altra pace più non chieggio.
Tacito e solo il mio bel cor vagheggio,
e in quel si parte e fugge con la vita:
né vivo resto o morto allor, ma peggio.

Perché io non credo sia determinato qual sia maggiore infelicità, o l'essere infelicissimo o veramente perdere al tutto l'essere, lascerò la verità di questa cosa a maggiore iudicio che 'l mio, affermando però, per molte esperienzie, alli uomini accadere molte volte cose che pigliano per elezione più presto privarsi della vita che sopportarle; e ancora che sia cosa repreensibile, la passione in questi casi si tira drieto ogni altro migliore rispetto. Vedesi ancora molte volte li uomini eleggere più presto privarsi per qualche poco di tempo della operazione de' sensi che sopportare la offesa loro: come diremo d'uno che serra li orecchi a qualche grande e pauroso strepito, un altro li occhi per non vedere o qualche cosa brutta o altro che movessi compassione e dolore, altri el naso per qualunque fetore; e si debbe credere questi tali terrebbono questi sensi sempre serrati, se sempre durassino le cose che offendono. E se questo è, possono accadere molti casi che reputeremo manco male la privazione dello essere che la offensione. E perché a' sensi mia era gravissima offesa quando erono privati del vero obietto loro, cioè la donna mia, el presente sonetto verifica la sentenzia sopra detta, eleggendosi per me in tal caso più presto la privazione d'ogni esteriore operazione che tale offensione, stimando maggior cosa la privazione della donna mia che la privazione dello essere delle operazioni già dette. E ancora che paia che privandomi solamente dello atto e non della potenzia non sia intera privazione, presuposto quello che abbiamo detto di sopra, cioè che la offensione durassi sempre, si può affermare la privazione così della potenzia come dello atto.

Dice addunque il sonetto che, quando accadeva che io cercassi o colli occhi o co' passi, colle parole o co' pensieri la donna mia sanza trovarla, ne resultava grandissima miseria a tutte queste cose che lei cercavano. Perché non è maggiore miseria che non trovare mai pace o quiete né fine alle passioni, massime quando quella cosa, della quale altri è privato, è assai desiderata. Nessuna cosa poteva essere più desiderata o cara che la donna mia, presuposto che la fussi quel bene che solo mi piacessi: che significa ogni altra cosa fuori che lei darmi dispiacere e molestia. E però, sendo infinite di numero le altre cose, tanto maggiore era la molestia mia, quante più cose mi si offerivano dinanzi, e però erono quasi infinite molestie, tutte gravi, perché tutte mi appresentavano la privazione della donna mia. Interviene allo animo nostro che non si quieta mai insino che non truova quella cosa che più che l'altre li piace; e ancora che molte cose li piaccino, l'appetito, che si ferma in quello che li piace più, mette da parte tutte l'altre quando può conseguire el suo primo desiderio. Come, per essemplo, uno si diletta di diverse cose, come è cani, uccelli e cavalli e con queste cose insieme è avaro di natura e è più tirato al cumulare che ad alcuna di quelle altre cose: e però, postposti tutti li altri piaceri che ancora naturalmente apetisce, l'appetito suo solo in quello si quieta che prima e più appetisce e ogni altra cosa li dà molestia. Molto maggiore era la molestia mia, perché solo desideravo la donna mia, né di altra cosa mi appacavo, perché il desiderio di lei non solo era il primo e maggiore desiderio mio, ma era solo, sanza compagnia di alcuna altra cosa che mi dilettassi; e però grandissima molestia era la mia, e pel numero delle molestie e per la quantità d'esse. Né trovavo a queste cose migliore rimedio che la privazione sopra detta, per che serravo li occhi, coprendoli con le lacrime e tenendoli fissi a terra, fermavo e passi nel vestigio loro, cioè in quella orma nella quale si trovavano, la lingua teneva silenzio e i pensieri si ristrignevano al core. E qui è da notare che questi pensieri s'intendono per la industria, la quale io usavo per trovare la donna mia, pensando quelli modi come più presto la potessi trovare, a differenzia de' pensieri che diremo apresso, e quali in un altro modo e in un altro luogo la cercavano, e, trovandola, di questa sedazione delle operazioni esteriori, li pensieri intrinseci e la fantasia ne pigliavan tanto più forza, quanto più mancava la distrazione de' sensi. E però quasi di necessità e pensieri miei, ristretti al core, contemplavano la donna mia, nel core da Amore scolpita, nel quale la vedevano e bellissima e gentile, come era veramente; e allora colli occhi de' pensieri io vagheggiavo il mio core, bello veramente, essendo in lui scolpito la bella donna mia. E era lo imaginare mio sì forte, che, imaginando, in me medesimo quel piacere ricevevo allora, che se li occhi la vera avessino veduta; e perché una forte imaginazione, se non in molti pochi e eletti, può poco durare, accorgendomi io di quel dolcissimo inganno, quasi come da un sonno svegliato, trovandomi senza la mia donna, in grandissima passione restavo: per la quale il core si partiva da me e, quasi essanime e mezzo morto, così tacito e solo mi lasciava; perché la bellezza della donna mia, che nel core a' miei pensieri si mostrava, faceva nascere el desiderio della vera, come dicemo nel comento del sonetto che comincia: “Allor ch'io penso di dolermi”, etc. E quel desiderio faceva non solo e pensieri, ma quasi tutti li spirti miei partire di quella forma imaginata e ire alla vera, perché i pensieri non potevano stare se non dove era la donna mia; e però stettono tanto in me, quanto in me la vedevano e, partendosi quella imagine, loro ancora mi abbandonorono. Allora restai non vivo né morto, perché, partendo il core, sede della vita, morto mi potevo chiamare. Ma perché pure qualche vitale forza restava, né morto mi potevo chiamare, né vivo interamente. E se sono vere quelle cose che abbiamo dette nella esposizione de' tre sonetti della commutazione del core, chi vive in altri, come fanno li amanti, quanto a sé non si può chiamare vivo, né ancora morto, se vive in qualche luogo; né si può interpetrare che altra cosa fussi lo stato in che io restavo, se non el primo che mostra questo sonetto, cioè in quella molestia di cercare colli occhi, con le parole e co' passi, etc., sanza trovare la donna mia; e però si verifica quello che proponemo al principio di questo comento, la privazione dello essere parere manco male qualche volta che una gravissima molestia, poiché io restai peggio che se fussi stato o tutto vivo o tutto morto. E perché morte include questa tale privazione, così dello atto come della potenzia, a me pareva minor male che la miseria di quello infelicissimo stato.


[ XXXVI ]

“Lasso, or la bella donna mia che face?
Ove assisa si sta? Che pensa o dice?
Chi fanno or li occhi o quella man felice?
Amor, dimmelo tu!”. E lui si tace.
Gli occhi allor, per saper della lor pace,
mandan lacrime fuor triste, infelice:
qual giugne al petto, a qual più oltre ir lice
bagna la terra, ivi s'arresta e iace.
Manda il mio cor molti sospiri allora:
questi sen vanno in vento; onde conforta
i pensier' pronti il core al bel cammino;
questi a lei vanno, e ella l'innamora,
sì che alcun le novelle non riporta.
Segueli il core; io piango il mio destino.

Ancora che molte e diverse sieno le pene delli amanti, pure, chi considera bene, tutte da due cagioni procedono, cioè da gelosia e da privazione, per l'assenzia della cosa amata; e bisogna di necessità così sia, perché in due cose similmente consiste la felicità loro, cioè due proprietà che sono nella cosa amata: la prima la esteriore e apparente bellezza, l'altra lo amore, cioè il core della cosa amata. Perché due cose sono nello amante che si hanno a pascere e adempiere: cioè li sensi, per li quali si conosce così le bellezze visibili come dolcezza di parole e altri sensitivi ornamenti o naturali o accidentali; e il core, al quale piaccendo queste cose, tanto che si transforma in altri, come abbiamo detto, si pasce della reciproca transformazione del core amato nello amante. Se queste addunque sono le felicità delli amanti, la infelicità consiste nella privazione di queste, che non può essere se non per mezzo della gelosia e assenzia già dette. E però, trovandosi in questi nostri versi bene spesso la deplorazione della assenzia, non è maraviglia, perché, dettando la passione il verso, maggiore passione muove più numero di versi; e essendo grandissima passione l'assenzia della cosa amata, tanto più spesso ricorreva il mio core al remedio de' versi, quanto spesse volte accade l'assenzia mia, sempre con grandissimo mio dolore.

Trovandomi addunque dilungato dalli occhi della donna mia e per qualche tempo e per assai intervallo di luogo, cominciai meco medesimo a pensare, non sanza gran passione, quello che in quel punto facessi la donna mia, ove sedessi e quel pensassi e chi fussi degno di tanto bene o tanto in grazia della fortuna, che, essendo veduto da' suoi belli occhi o tocco dalla mano sua, fussi felicissimo. Né potendo intendere quello che desideravo da altri che da Amore, lui ne domandavo; e non volendo lui darmi alcuna risposta, pensai meco medesimo chi potessi portarmene qualche novella. Né occorse alli miei lacrimosi occhi più espedito messo che le lacrime, le quali da loro uscivano; ma non potendo però aggiugnere al luogo dove era la donna mia, perché il loro cammino si finiva o in sul petto mio, dove cadevano, o alla più lunga insino a terra, la quale le mie lacrime bagnavano, el core allora, veggendo tornare vano el disegno delli occhi e le lacrime non potere arrivare alla mia donna, deliberò mandare a lei molti sospiri, pure per intendere qualche novella. E qui si verifica quello abbiamo detto di sopra, mettendo li occhi per tutti i mezzi sensitivi, che hanno per obietto la esteriore bellezza, e il core che aveva per obietto il core della donna mia; e li occhi sono i primi che si muovono, e il core li segue, perché, approvata la bellezza esteriore, séguita immediate el desiderio del core, non solo di quella bellezza, ma del core amato. Mandò addunque il core drieto alle lacrime delli occhi molti sospiri, el viaggio de' quali non fu molto più lungo che quel delle lacrime, resolvendosi in vento e in aria, come erono quando diventorono sospiri. Essendo addunque il core fraudato di questa sua speranza, ricorse a' pensieri, confortandoli che loro andassino a trovare la donna mia, ché, essendo velocissimi e pronti, ancora che 'l camino fussi lungo, presto potevano andare. Li pensieri subitamente vanno a trovarla, e trovonla sì bella e piena di tanta dolcezza, che se innamororono di lei, né possono da essa partirsi; e non si ricordando della miseria nella quale me avevono lassato, non mi rendono né risposta né novella alcuna. Per la qual cosa il cuore, che, come altrove abbiamo detto, solo di questi pensieri si nutriva e viveva, collo essemplo de' pensieri da me si parte e piangendo mi lascia sanza lui misero e sconsolato e vassene ancora lui a la donna mia. Né io negli mia pianti mi dolevo se non della sorte e destino mio averso, che non me aveva fatto sì agile e pronto che potessi insieme col cuore e co' pensieri transferirmi alla donna mia.

E perché abbiamo molte volte fatto menzione di questa fuga e partenza del cuore e della transformazione d'esso e del fuggire della vita, pare necessario verificare come questo sia, mostrando massimamente qualche volta che il cuore e la vita si parta, e pure in me resti la vita, come mostra el sonetto antecedente nell'ultimo verso. E però diremo nella anima nostra essere tre potenzie o vogliamo dire tre spezie di vita: la prima, per la quale viviamo solamente, nutriamci e cresciamo sanza alcuno senso e nel modo che vivono gli albori e l'erbe, che si chiama vegetativa; l'altra, per la quale veggiamo, odoriamo e usiamo l'altri sensi, come fanno gli animali bruti, che per questo si chiama sensitiva; la terza, per la quale intendiamo sopra li sensi e con ragione aproviamo che una cosa sia meglio che un'altra, discorrendo nelle cagioni delle cose, che si chiama razionale, la quale è comune con gli angioli, e è quella parte di noi che si dice essere immortale, perché le due prime si vede che mancono e muoiano. Adunque chi si inamora, di queste tre potenzie ne transforma dua nella cosa amata, cioè la sensitiva e la razionale, perché tutte le forze dello 'ntelletto nostro e quello che per mezzo de' sensi si conosce si dà in potestà della cosa amata, e ella a sua posta ne dispone e governa. E così segue necessariamente, perché, sottomettendosi la libertà dello arbitrio volontariamente, che è principio in noi d'ogni operazione, bisogna tutte le operazione seguino el principio sanza il quale non si farebbono. Resta adunque solamente in chi ama quella parte della vita per la quale solamente viviamo, come abbiamo detto, a guisa delle piante. E così si verifica il partire de la vita e del cuore, cioè della razionale e sensitiva potenzia, sanza che manchi la vita, restando la potenzia vegetativa nello amante.


[ XXXVII ]

Lasso, io non veggo più quelli occhi santi,
de' miei dolenti pace e vero obietto;
e perché quel ch'io veggo altro ho in dispetto,
Amor piatoso e miei copre di pianti.
Le lacrime, che cascan giù davanti,
destano il cor, di fuor bagnando il petto;
il cor domanda Amor qual duro affetto
fa così gli occhi madidi e roranti.
Amor gliel dice. Allor pietà gli viene
degli occhi, e manda alla umida mia faccia,
sospirando, una nebbia di martìri.
O dolcissimo Sole, o sol mio bene,
m¢strati alquanto e questa nebbia caccia:
non han più gli occhi pianti o il cor sospiri!

Non pare conveniente dire molte cose nella esposizione del presente sonetto, essendo molto simile de argumento alli dua precedenti, né volendo denotare altro che la miseria dello stato amoroso quando acade la privazione per assenzia della cosa amata. E perché per tre vie si sfocono comunemente le passione amorose, quando procedono da assenzia, cioè lacrime, sospiri e pensieri, con qualche indulgenzia credo si reprichi molte volte queste medesime cose, ancora che in diversi modi; perché, se questa passione e spesse volte acade nelli amanti e non ha altri rimedii, bisogna spesse volte le medesime cose repricare. Mostra adunque el presente sonetto che, essendo privati gli occhi miei de' dolcissimi occhi della donna mia, solo e vero loro obietto e riposo, avevano in dispetto tutte le altre cose che vedeano. Amore, mosso dalla pietà della miseria degli occhi, gli ricopriva di pianti, a ciò che, occupati dalle lacrime, almanco fussino liberi dalla visione dell'altre cose che davano loro dispetto: perché gli occhi abondanti di lacrime dificilmente veggono. Cascando adunque queste lacrime sopra quella parte del petto, sotto la quale dentro è posto el cuore, destorono el cuore, sentendo el petto di fuora essere offeso pel cascare de le lacrime. E per questo si mostra l'abundanzia del pianto, dal quale desto el cuore, cioè svegliato quasi d'uno dolce pensiero che prima lo teneva occupato, da la nuova offensione delle lacrime, quasi come uno che dorma da una nuova e orrida voce, domanda Amore, che era presente, per che cagione piangono così forte gli occhi; e narrandogli Amore la cagione del pianto, bisogna gli dica che la pietà che hanno mossa in lui gli miei miseri occhi ha fatto che lui subministra loro queste lacrime, acciò che, essendo gli occhi privati della donna loro e avendo in dispetto ogni altra cosa, se non può rendere loro la disiderata visione, almanco gli aiuti di fuggire quello che hanno in odio. Perché due rimedii si truovano nella miseria, cioè il fare d'uno misero felice (e questo è il più perfetto) o veramente levarli la miseria, cioè il male sanza darli bene. Come sarebbe in uno mendico e d'ogni cosa necessitoso, che chi gli levassi la necessità di quelle cose sanza le quali non può fare e solamente gliele dessi a suficienza, trarrebbe questo tale della miseria e d'uno grandissimo male, che è la necessità d'ogni cosa; ma chi lo facessi ricchissimo e abundante d'ogni cosa, non solo leverebbe il male de la miseria, ma gli darebbe il bene, faccendolo ricchissimo. Fece adunque Amore agli occhi questo effetto, dando loro l'infimo grado del bene, levando loro quella cosa che gli offendeva, cioè la visione de l'altre cose: essendo in essi dua cagione di dolore, cioè il disiderio di vedere la donna mia, come prima felicità e ultimo bene loro, e il timore della offesa procedente dalla visione dell'altre cose. El cuore, sentendo la cagione de' pianti, mosso dalla medesima compassione che mosse Amore, aiuta la occecazione degli occhi, cominciata per le lacrime con gran numero di sospiri e oppone la nebbia de' sospiri agli occhi, a ciò che, agiunti alle lacrime, più possino difendere gli occhi e levarli la visione de l'altre cose. E naturalmente è detto “nebbia di sospiri” che ascende e monta a la faccia, perché il sospiro porta seco una certa aria più vaporosa e grossa, a guisa quasi di fumo e di nebbia; e naturalmente vanno in su verso gli occhi, ove gli manda l'impeto che nasce de l'ultima parte del petto. Ma perché tutti questi rimedii non bastavano a tanta miseria, perché el perdere la visione dell'altre cose non era sola e vera beatitudine degli occhi, tutti gli disiderii del cuore mio si volsono a pregare gli occhi della donna mia che alquanto si mostrassino e dalli miei si facessino vedere. E essendo le lacrime simile all'acqua che piove e li sospiri alla nebbia, come al dissipare la nebbia e acqua non c'è più eficace virtù che quella del sole, così nessuno rimedio migliore si poteva trovare a levare le lacrime e sospiri che el lume degli occhi della donna mia, al quale come unico remedio si ricorre, pregandolo, come abbiamo detto, che si mostri; perché, quando indugiassi o per alquanto tempo celassi la sua luce e virtù, gli occhi si ritornerebbono nella maggiore miseria; perché non solamente sarebbono privati di questo sole, vera beatitudine loro, ma sarebbono forzati a vedere le altre cose, che abbiamo dette essere a loro sommamente in dispetto, con ciò sia cosa che le lacrime e i sospiri non potevano lungamente occupare la loro veduta, perché pareva impossibile il fonte delle lacrime non ristagnassi e seccassisi e la sede e luogo de' sospiri ne avessi tanta copia, che non fussi qualche volta per mancare questa pietosa suministrazione.


[ XXXVIII ]

Io torno a voi, o chiare luci e belle,
al dolce lume, alla beltà infinita,
onde ogni cor gentile al mondo ha vita,
come dal sole il lume l'altre stelle.
Vengo con passi lenti a mirar quelle,
pien di varii pensier', che alcun ne invita
pure a speranza; da altri sbigottita
l'alma teme d'intenderne novelle.
Dicemi in questo Amor: “Nel tuo cor mira:
vedra'vi scritte l'ultime parole
che udisti in mia presenzia, e io le scrissi.
Ciascuno altro pensier, disdegno e ira
tolto ho da lei, e in quel bel petto sole
ardon le fiamme che io per te vi missi”.

Grandissima miseria è quella d'alcuno, el quale se affligge per disiderio d'una cosa, la quale poi quando è di conseguirla in grandissima speranza, non manca però della sua prima miseria, dubitando, conseguendola, ancora restare misero. E perché questo spesse volte avviene negli accidenti amorosi, si può chiamare la vita degli amanti sopra tutte l'altre misera, poiché e avendo e non avendo quello che vuole, non muta mai la sua infelice sorte, ancora che si mutino le cagioni de la miseria. Questo effetto esprime il presente sonetto; perché, essendo stato, come abbiamo detto di sopra, per qualche tempo distante dalla donna mia con molta afflizione e essendo già in camino per tornare al suo tanto desiderato aspetto e vicino alla visione de' suoi begli occhi, come se fussi quasi presente a loro dirizzo le parole, mostrando che io torno a rivedere la dolcezza del loro lume e la loro infinita bellezza, dalla quale ogni cuore gentile ha da riconoscere la vita, come le stelle del cielo riconoscono la cagione del lume dallo splendore del sole. E a provare questa verità che la vita delli gentili cuori proceda da questa infinita bellezza, bisogna presuporre la bellezza essere sanza fine: e però sarebbe non solo la magiore bellezza, ma quanta bellezza può essere, perché ogni cosa infinita è tale; e essendo una medesima cosa somma bellezza e somma bontà e somma verità, secondo Platone, nella vera bellezza di necessità è la bontà e la verità, in modo annesse che l'una con l'altra si converte. E intendendosi per li cuori gentili gli animi elevati, secondo che abbiamo detto, e perfetti, bisogna sia vero che ogni gentile cuore viva de infinita bellezza, perché el bello, buono e vero sono obietto e fine de ogni ragionevole desiderio, dando vita a quegli che gli apetiscono; perché chi si parte dal bello, dal buono e dal vero, si può dire non vivere, perché fuora di queste perfezioni non si dice essere cosa alcuna. Adunque, come il sole co' razzi suoi fa risplendere le stelle sanza diminuzione della sua luce, così questa somma bellezza infonde come razzi ne' gentili cuori della sua grazia, cioè uno lume spirituale, per lo quale vivono e spiritualmente relucono; e se bene la materia di che parlano e versi nostri non è di tanta perfezione, pure gli errori amorosi fanno credere potere essere in altri quello che in se medesimo si trova. E però vivendo io de la luce di quegli belli occhi, la loro bellezza mi pareva sì maravigliosa, che pensavo a ciascuno doverrà ugualmente piacere sì come a me, onde affirmavo di tutti gli altri quello che in me sentivo. Tornando adunque a questa infinita bellezza, sanza la quale miserrimo mi giudicavo e essendo pieno di varii pensieri e tanto più in me confuso quanto più me apressavo ad essa, grande infelicità si debbe reputare la mia, poiché in quel bene che io cercavo dubitavo di male. La varietà e confusione di pensieri era che una parte d'essi mi persuadeva che troverrei la donna mia piena d'amore, di pietà e di dolcezza; un'altra parte mi sbigottiva persuadendomi el contrario: in modo che in me medesimo dubitavo d'intendere le vere novelle per la molestia che arebbe portato al cuore quando avessi inteso essere cacciato al tutto della grazia della donna mia. Questo faceva allentare e passi miei e era potentissima cagione, poiché, desiderando io sopra ogni cosa gli occhi della donna mia, ritardavo il passo per vederla. Soccorse Amore a questa mia durissima perplessità, perché uno amoroso pensiero mi ridusse a memoria alcune parole che mi aveva detto la mia donna, partendo da essa, tutte piene di speranza, affermando che in ogni luogo e tempo sarei pieno della sua grazia, acertandomi della fede e constanzia sua; le quali parole mi scolpì drento al cuore Amore colle mani sue. Questa dolce memoria mi fece prestare fede a quello più che sogiugne Amore, mostrando ogni altro pensiero, ogni sdegno e ira avere tratto del cuore della donna mia, né restare altro desiderio o altro fuoco che quello vi aveva messo Amore per la mia satisfazione e felicità. Pieno adunque di questa speranza, si può presumere che io accelerai e passi, ancora che il sonetto di questo non faccia menzione, perché mancava el sospetto onde procedeva la prima lentezza de' passi miei.


[ XXXIX ]

Quello amoroso e candido pallore,
che in quel bel viso allor venir presunse,
fece all'altre bellezze, quando giunse,
come fa campo l'erba verde al fiore;
o come ciel seren col suo colore
distinguendo le stelle, ornato aggiunse;
né men bellezze in sé quel viso assunse,
che fiori in prato o in ciel lume e splendore.
Amore in mezzo della faccia pia
lieto e maraviglioso vidi allora:
così bella questa opra sua li parve.
Come il dolce pallor la vista mia
percosse e il lume de' belli occhi aparve,
fuggissi ogni virtù, né torna ancora.

Platone, filosofo eccellentissimo, pone dua estremi, cioè scienzia e ignoranzia: la scienzia quasi uno lume che ci mostra quello che è veramente e perfettamente, e la ignoranzia come una tenebrosa oscurità, la quale ci priva della cognizione di quelle cose che sono e resta solamente in quello che non è. E perché sempre tra gli estremi debba essere il mezzo, mette la oppinione tra la scienzia e ignoranzia, la quale, per essere qualche volta vera e qualche volta non vera, pare che in un certo modo participi qualche volta della scienzia, qualche volta della ignoranzia. Non che possa essere mai scienzia, ancora che la oppinione sia vera, delle cose che sono, ma ignoranzia può bene essere quella oppinione è di quello che non è. La scienzia comprende le cose che sono certe e chiare, la ignoranzia comprende nulla; la oppinione quelle che qualche volta sono, qualche volta non sono e che possono essere e non essere. E per questa cagione la oppinione è sempre ansia e inquieta, perché, non si contentando l'animo nostro se non di quello che è vero e non ne potendo avere la oppinione alcuna certezza, non si quieta, ma giudica le cose più presto per comparazione e rispettive che secondo el vero. Come, verbi gratia, io dirò: “El tale è un grande uomo”, perché eccede de alquanto la grandezza di tre braccia, ove comunemente termina la statura degli omini. E se gli omini si trovassino grandi quattro braccia, quello che fussi tre braccia e mezzo sarebbe reputato piccolo. Chiamerassi tra gli Etiopi, di natura neri, bianco uno che sarà manco nero che gli altri; e tra questi occidentali uno nero che tra gli Etiopi sarebbe candidissimo. Dirai: “El tale è buono”, che, secondo Davit profeta, “non est usque ad unum”; ma chiamerassi buono, rispetto alla malizia degli altri. Tale è oggi ricchissimo a Vinegia, in Firenze e altrove, che con le medesime facultà al tempo della monarchia di Roma sarebbe suto mendico, a comparazione di molte altre maggiori ricchezze. E però diremo secondo la oppinione umana non potere essere scienzia d'alcuna cosa, ma giudicarsi il meglio essere quello che più se acosta al bene, o vero che più si discosta del contrario suo. E se, per essemplo, a uno paressi molto più bella una perla quanto fussi più chiara e candida, cioè quanto più se apresassi alla vera e perfetta bianchezza, la vorrebbe vedere in un campo nero e in qualche coloro oscuro, a ciò che quella comparazione del contrario suo mostrassi la perla accostarsi più alla vera bianchezza. E ancora che la prima intenzione sia questa bianchezza, vi mescola il colore nero che gli è opposito, ingannandosi e parendogli che questo gli dia più forza, perché in fatto quella perla non è più bianca sul nero che fussi sul bianco. Quinci nasce la bellezza, che procede da la varietà e distinzione delle cose, perché l'una per l'altra piglia forza e pare più se apressi alla sua perfezione. Perché, se la oppinione intendessi el vero, solamente quelle cose che sono più belle elegeremo, sanza ammistione de altre cose meno belle, e dove nella vita umana per somma bellezza comunemente cerchiamo la varietà, se intendessimo perfettamente, prima ad ogni altra cosa la fugiremo.

Tutto questo discorso è paruto necessario, trattando nel presente sonetto della somma bellezza che venne nel viso della donna mia, per uno accidente che negli altri el più delle volte suole la bellezza ricoprire e spegnere, e in essa la multipricò. Andavo adunque per una via assai solitaria solo, pieno però de amorosi pensieri, e essendo fuori d'ogni espettazione di potere in tal luogo vedere la donna mia, sùbito la scontrai e già molto vicina m'era quando la vidi. Questa insperata visione e sùbito assalto degli occhi suoi a' miei fece in un tratto partire da me quasi ogni forza e 'l colore del viso, e rimirando la faccia sua, mi parve similmente adorna d'uno amoroso e bellissimo pallore, non però di colore ismorto, ma che pendessi in bianco. E di principio mi parve fussi suta grande presunzione di quel colore palido ad essere venuto in sì bel viso. Ma pensando poi meglio, vidi che aveva agiunto forza all'altre bellezze, come suole fare l'erba verde più begli e fiori e il cielo mostrare più chiaro le stelle distinguendole col colore e serenità sua: ancora che i fiori sieno più belli che l'erba e le stelle più belle che il campo del cielo, l'erba faceva parere più begli e fiori, che se fussi tutto il prato fiori e non fussino campeggiati dal verde dell'erba; similmente il cielo le stelle, per la forza non solamente della varietà, ma perché gli oppositi l'uno vicino all'altro pigliono maggiore forza e meglio si mostrono. Né erono a me manco bellezze <quanto> a numero quelle della donna mia che sieno e fiori de' prati e le stelle del cielo. Erano adunque quelle bellezze in mezzo del palido colore, come e fiori in mezzo de l'erba e stelle in mezzo del colore del cielo. Tra tanti fiori era ancora in mezzo di questo viso Amore, bellissimo fiore, e tra tante stelle era similmente la stella d'Amore. Era Amore in un tempo medesimo lieto e maraviglioso, avendo fatto sì gentile e bella opera: lieto, perché era bellissima, e maraviglioso, perché gran cosa era quella che aveva fatto e molto nuova, avendo agiunto tanto ornamento per mezzo di quello colore palido, che, come abbiamo detto, gli altri visi suole turbare e fare brutti. Se ne era Amore pieno di maraviglia, che era suto auttore di sì bella opera, si può pensare che io ne restassi atonito e pieno di stupore e che ogni mia virtù, superata dalla eccessiva e nuova bellezza, per qualche tempo si partissi da me, che così credo sarebbe intervenuto a ciascuno che avessi avuto grazia di vederla, considerarla e amarla.


[ XL ]

Lasso, oramai non so più che far deggia,
quando io son là dove è mia donna bella:
se io miro l'una o l'altra chiara stella,
veggo la morte mia che in lor lampeggia;
se avvien che io fugga e 'l mio soccorso chieggia
ora a questa bellezza e ora a quella,
ora a' modi, ora a sua dolce favella,
loco non truovo ove sicur mi veggia.
Se io tocco la sua mano ella m'ha privo
di vita, e tiensi in un bel fascio stretto
el core e i pensier' miei, pronti e felici.
Di tali e tanti dolci inimici
ho mille dolci offese, e ancora aspetto
sì dolce morte, che a pensarne vivo.

Tutti gli affetti umani, sanza contraversia, sono passione e le cagioni che muovono gli affetti degli omini sono due, la ira e la concupiscenzia, che, per essere passione molto diverse, secondo alcuni hanno diverso luogo e sede nel corpo nostro: perché la potenzia irascibile si genera nel cuore, la concupiscibile nel fegato; secondo alcuni altri, amendue sono nel cuore. Che sieno diverse potenzie e diferenzie, mostranlo gli efetti che procedono da queste cagione, de' quali una parte, cioè quelli che procedono dall'ira, il più delle volte sono molestie all'animo nostro; quelli che nascono da concupiscenzia più spesso grati e dolci. E essendo tutti questi affetti, come abbiamo detto, passione, di necessità si conclude che ogni desiderio, ancora che sia per cosa dolce e grata, sia pure passione; anzi, come abbiamo detto nel principio, nella diffinizione d'Amore e nella esposizione del sonetto che comincia: “Ponete modo al pianto, occhi miei lassi”, ogni appetito mostra la privazione di quel che s'appetisce, che è somma infelicità; e però, chi non può quietare lo appetito e frenarlo, vive in continua passione. E così in un tempo medesimo una medesima cosa si cerca e fugge, perché chi desidera assai quietare uno grande appetito ha assai desiderio e chi non desidera quietarlo ha similmente lo appetito grande. Ma quello fa maggiore errore, che cerca quietare lo appetito d'una cosa pigliando remedii e modi atti a multipricarlo e âccrescere la inquietudine; come aveniva a me, che, pensando alla bellezza della donna mia, ne avevo grandissimo desiderio e credendo quietarlo, andavo per vederla e cominciando a veder li occhi, mi parevano sì belli occhi che il desiderio pure cresceva: che era il contrario di quello volevo. Non trovando addunque la pace mia nelli occhi suoi, ma vedendo in essi rilucere e lampeggiare la morte mia, cioè Amore, fuggivo l'aspetto loro, credendo trovare la quiete, che non avevo trovato in essi, in qualche un'altra delle molte bellezze che apparivano nella donna mia. E però domandavo el mio soccorso, cioè la quiete predetta, quando a' suoi gentilissimi modi, considerandoli con grandissima attenzione, quando sentendo el suo dolcissimo parlare; e diversamente, secondo la multiplice diversità di tante bellezze naturali e ornamenti suoi, trovavo in effetto Amore armato e parato alla mia morte, perché è vero officio d'infinita bellezza accendere infinito desiderio: così diremo, a proporzione, d'ogni bellezza e desiderio. Desperato addunque della quiete mia dalle bellezze e ornamenti che continuamente vedevo con gli occhi, pensavo quietarmi quando potessi toccare la sua mano candidissima; ma ricordandomi ch'ella era stata quella che mi aveva tolto la vita e teneva il mio core e tutti li miei pensieri in sé stretti, ancora di questo mi disperai, perché, se li miei pensieri erano felici sendo in quella mano, era impossibile loro si partissino dalla felicità, ove sogliono correre tutte le cose; e io sanza pensieri non potevo quietarmi, perché li pensieri sono el principio d'ogni umana azione e perché procedono le opere, né si può fare cosa che prima non si pensi; e però, mancando il pensiero, mancano le opere. Non potendo addunque ottenere la mia salute, cioè la quiete del desiderio, anzi crescendo ogni or più, la necessità mostrava che io dovessi sopportare queste offese dolcissime e che amassi sì dolci inimici come erano li occhi, le parole e i modi, la mano e l'altre bellezze della donna mia; e quali erano veramente dolci, perché gran dolcezza era considerare tanta bellezza, e veramente inimici, essendo cagione di multiplicare più el desiderio, cioè la passione. Godevomi addunque non solamente quella presente bellezza, ma ancora la speranza di molto più dolce morte, la quale dalli inimici già detti, per mezzo di sì dolce offese, con grandissimo desiderio aspettavo. Perché quanto maggiore erono le offese, cioè el desiderio di tanta bellezza, più dolce si faceva la morte. E però la speranza di questa morte mi empieva il core di tanta dolcezza, che il core già se ne nutriva e viveva: intendendo questa morte nella forma che abbiamo detto morire li amanti, quando tutti nella cosa amata si transformono, che non emporta altro che lo adempiere el desiderio, che si adempie quando l'amante nello amato si transforma. E però questa morte non solamente è dolce, ma è quella dolcezza che puote avere l'umana concupiscenzia. E per questo da me, come unico remedio alla salute mia, era grandissima dolcezza e desiderio aspettata, come vero fine di tutti li miei desiderii.


[ XLI ]

Non è soletta la mia donna bella
lunge dalli occhi miei dolenti e lassi:
Amor, Fede, Speranza sempre stassi
e tutti i miei pensieri ancor con quella.
Con questi duolsi sì dolce e favella,
che Amor pietoso oltre a misura fassi,
e in que' belli occhi che il dolor tien bassi
piange, oscurando l'una e l'altra stella.
Questo ridice un mio fido pensiero,
e, se io non lo credessi, porta fede
della sua dolce e bella compagnia.
E se non pur che ad ora ad ora spero
li occhi vedere che sempre il mio cor vede,
per la dolcezza e per pietà morria.

Come molte altre volte acadde, secondo abbiamo detto, ero assai dilungato dalli occhi della donna mia nel tempo che composi el presente sonetto. E tra molti duri pensieri che facevano molestissima questa assenzia, uno maravigliosamente offendeva il cor mio. E questo è che, considerando quante diverse passione generava in me la privazione dello aspetto suo, entrai in pensieri che quelle medesime cose dovessino similmente assai offendere lei; e però al dolore che del mio proprio male sentivo, si aggiunse ancora questo, presentandosi al core mio la pietà e il dolore per essere sola e sanza me. E perché la natura e ogni buono medico, della natura imitatore, prima pone remedio a quello che principalmente e più offende la vita, li miei amorosi pensieri, sola medicina di questo dolcissimo male, prima pensorno el remedio <a quello> che più mi offendeva, cioè la pietà della solitudine della donna mia, mostrando in effetto che sola non era, ancora che fussi di lungi dalli occhi miei dolenti e lacrimosi, perché in compagnia sua era Amore, Speranza e Fede e insieme tutti e miei pensieri. Non era adunque sola, ancora che in sua compagnia non fussi alcuna persona e fussi destituta della conversazione delli altri, come testifica la sentenzia di Catone, dicendo “mai esser men solo che quando era solo”, e chiamandosi ancora da Ieremia la città di Ierusalem “sola”, ancora che fussi piena di popolo: perché la vera solitudine è essere destituto da quelle cose che piacciono. E dicesi uno esser solo in mezzo di molti inimici, perché, mancando il vero fine per che è ordinata una cosa, di necessità quella cosa non è più quella: come, per essemplo, chiamiamo uno uomo razionale perché è ordinato a fine della ragione, dal quale quando lui manca, non si può più chiamare uomo. La società e compagnia delli uomini l'uno con l'altro dalla natura fu ordinata acciò che tutte le commodità necessarie alla vita umana, che non si possino trovare in un solo, se abbiano da molti. E se questo è il fine della compagnia, ogni volta che fussi grandissimo numero per offendere uno, quella non si può chiamare compagnia, anzi inimicizia. Se addunque alla donna mia la conversazione delli uomini era molesta e solo li piaceva Amore, Speranza, Fede e li miei pensieri, sanza questi tra molti era in estrema solitudine, e con essi, quando fussi suta ne' deserti della arenosa Libia, si poteva chiamare accompagnata. E che non fussi sola, si dimostra ancora parlando lei e dolendosi con questa compagnia. Dolevansi addunque sì dolcemente che Amore maravigliosamente si faceva pietoso di lei e, constretto da questa compassione, nelli occhi suoi piangeva. E avendo detto che la sede d'Amore e il vero suo luogo era ne' suoi bellissimi occhi, di necessità in quelli occhi piangeva. E di questo pianto, e perché da loro medesimi, vinti dal dolore, bassi si stavano, alquanto si rimetteva lo splendore loro: non che li occhi per questa oscurazione ne diventassino manco belli, ma splendevano alli altrui occhi come suole il sole, interponendosi qualche nube; dico, secondo pare alli occhi nostri, non che il sole perda parte alcuna della sua luce. E perché pareva cosa maravigliosa e quasi incredibile quanto è detto, bisognava fare auttore di questo chi fussi suto presente, come era suto uno de' mia pensieri, el quale, essendovi tutti li miei pensieri, di necessità vi era ancor lui; perché, come dicemo in principio, questo rimedio venne dai pensieri amorosi; e per confermazione di questa verità, ne portò seco fede della compagnia sua, cioè delli altri pensieri d'Amore, della Fede e della Speranza, veramente dolce e bella compagnia. Perché altro bene non ha la vita umana né maggior dolcezza; e se Amore e Fede erano veramente nella mia donna, di necessità vi era la compassione della assenzia mia e il pensiero, con questi testimoni, doveva esser creduto. Questo fido nunzio con queste novelle, da un canto mi empie el core di dolcezza, pensando che non solo non era sola la mia donna, ma di sì bella compagnia accompagnata. Da altra parte, sentendo pure che la donna mia si doleva e piangeva, mi accese il core di grandissima pietà, tanto che veramente per quella dolcezza e per la pietà sarei morto, se la Speranza non mi avessi soccorso di vedere presto li occhi suoi, e quali sempre vedeva el mio core; e perché li occhi del core sono e pensieri, si verifica che i pensieri sempre erano con la donna mia.


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Lorenzo de' Medici, Tutte le opere", a cura di Paolo Orvieto, Salerno, Roma, 1992.







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