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il magnifico lorenzo de medici testo integrale brano completo citazione delle fonti commedie opere letterarie e in versi



I

    Tanto crudel fu la prima feruta,
sì fero e sì veemente il primo strale,
se non che speme il cor nutrisce et ale,
sare'mi morte già dolce paruta.
    E la tenera età già non riufiuta
seguire Amor, ma più ognor ne cale;
volentier segue il suo giocondo male,
poiché ha tal sorte per suo fato avuta.
    Ma tu, Amor, poiché sotto tue insegne
mi vuoi sì presto, in tal modo farai,
che col mio male ad altri io non insegne.
    Misericordia nel tuo servo arai,
e'n quella altera donna fa' che vegne
tal foco, onde conosca gli altrui guai.


II

    Era nel tempo bel, quando Titano
dell'annüal fatica il terzo avea
già fatto, e co' sua raggi un po' pugnea
d'un tal calor che ancor non è villano;
    vedesi verde ciascun monte e piano
e ogni prato pe' fiori rilucea,
ogni arbuscel sue fronde ancor tenea
e piange Philomena e duolsi invano;
    quando io, che pria temuto non avria
se Hercole tornato fussi in vita,
fu' preso d'un leggiadro e bello sguardo.
    Facile e dolce all'entrar fu la via:
or non ha questo laberinto uscita,
e sono in loco dove sempre io ardo!


III

    Già sette volte ha Titan circüìto
nostro emispero e nostra grave mole:
per me in terra non è stato sole,
per me luce o splendor fuor non è uscito;
    ond'è che ogni mio gaudio è convertito
in pianto obscuro, e quel che più mi duole
veder è Amor, che ne' principii suole
parer placato, ognor più incrudelito.
    Tristo principio è questo al nostro amore;
e già mi pento della prima impresa,
ma or, quando aiutar non me ne posso,
    ché io sento arder la face a mezzo il core
et oramai troppo è questa esca accesa.
Dunque ben guardi ogni uom, pria che sia mosso.


IV

Sonetto fatto quando una donna era ita in villa

    Felice ville, campi, e voi silvestri
boschi, e fruttiferi arbori e gli incolti,
erbette, arbusti, e voi dumi aspri e folti,
e voi ridenti prati, al mio amor destri;
    piagge, colli, alti monti ombrosi alpestri,
e fiumi, ove i be' fonti son raccolti;
voi animal' domestici e voi sciolti,
ninfe, satiri, fauni e dii terrestri;
    omai finite d'onorar Dïana,
perché altra dea ne' vostri regni è giunta,
che ancora ella ha suo arco e sua faretra.
    Piglia le fère ove non regna Pana:
quella che una volta è da·llei punta,
potendo, da sua morte non s'aretra.


V

    Occhi, poiché privati in sempiterno
siate veder quel Sol, che alluminava
vostro obscuro cammino e confortava
la vista vostra, or piangete in eterno!
    La lieta primavera in crudo verno
or s'è rivolta, e 'l tempo ch'io aspettava
esser felice più, e disïava,
m'è più molesto: or quel ch'è Amor discerno!
    E se dolce mi parve il primo strale,
e se söave la prima percossa,
e se in prima milizia ebbi assai bene,
    ogni allegrezza or s'è rivolta in male,
e per piacevol via in cieca fossa
caduto sono, ove arder mi conviene.


VI

    Felice terra, ove colei dimora
la qual nelle sue mani il mio cor tiene,
onde a suo arbitrio io sento e male e bene,
e moro mille volte e vivo, l'ora.
    Ora affanni mi dà, or mi ristora,
or letizia, or tristizia all'alma viene,
e così il mio dubbioso cor mantiene
in gaudii, in pianti: or convien viva, or mora.
    Ben sopra l'altre terre se' felice,
poiché due Soli il dì vedi levare,
ma l'un sì chiar, che invidia n'ha il pianeta.
    Io veduto ho sei lune ritornare
sanza veder la luce che mi queta:
ma seguirò il mio Sol, come fenice.


VII

    Non potêr gli occhi mia già sofferire
e raggi del suo viso sì lucente,
non poté la vista esser pazïente
a quel vedea de' dua belli occhi uscire;
    ma par contra ragion se io ne admire,
perché è cosa divina sì excellente,
che non patisce che l'umana mente
possa la gran bellezza sua fruire.
    Costei cosa celeste, non terrena,
data è agli uomini, superno e sol dono,
et è venuta ad abitar in terra.
    Ogni alma che lei vede si asserena:
et io per certo infelice pur sono,
ché agli altri pace dà, a me sol guerra.


VIII

    La debil, piccoletta e fral mia barca
oppressata è dalla marittima onda,
in modo che tanta acqua già vi abonda,
che perirà, tanto è di pensier' carca.
    Poiché invan tanto tempo si rammarca,
e par Neptunno a' suo prieghi s'absconda,
tra scogli e dove l'acqua è più profonda
or pensi ognun con che sicurtà varca.
    Io veggio i venti ognor ver' me più feri;
ma Fortuna et Amor, che sta al timone,
mi disson non giovar l'aver päura,
    che meglio in ogni adversitate speri.
E par che questo ancor vogli ragione:
che colui alfin vince, che la dura.


IX

    Poiché a Fortuna, a' mie prieghi inimica,
non piacque (che potea!) felice farmi,
né parve dell'umana schiera trarmi
perché bëato alcun non vuol si dica,
    colei, Natura in cui tanta fatica
durò per chiaramente dimostrarmi
quella la qual mortale al veder parmi,
nelle cose terrene non s'intrica.
    Qual più propria ha potuto il magistero
trar della viva e natural sua forma,
tale ora è qui: sol manca ch'ella anele!
    Ma se colui che expresse il volto vero
mostrassi la virtù che in lei si informa,
che Phidia, Policleto o Praxitèle?


X

    Nel picciol tempio, di te sola ornato,
donna gentile e più ch'altra excellente
o de' moderni o della antica gente,
pel tuo partir poi d'ogni ben privato,
    sendo da mia fortuna transportato
per confortar l'afflitta alma dolente,
mi apparve agli occhi un raggio sì lucente,
che obscuro dipoi parmi quel che guato.
    La cagion, non potendo mirar fiso,
pensai lo splendore esser d'adamante
o d'altra petra più lucente e bella,
    per ornar posta, ornata lei da quella;
ma poi mutai pensiero, et il radiante
conobbi, ch'era il tuo bel viso.


XI

Sonetto fatto a Reggio, tornando io da Milano, dove trovai novelle che una donna aveva male

    Temendo la sorella del Tonante
che a nuovo amor non s'infiammasse Giove,
e Citherea che non amasse altrove
il fero Marte, antico e caro amante,
    la casta dea delle silvestre piante,
invida alle bellezze oneste e nove,
Pallade, che nel mondo si ritrove
donna mortal più casta e più prestante,
    ferono indebilir le sante membra,
che èn di celeste onor, non di mal degne.
invidia, insin nel ciel tien' tua radice!
    Tu, biondo Apollo, se ancor ti rimembra
del tuo primiero amore e non si spegne
pietate in te, fammi (che puoi) felice!


XII

    Spesso ritorno al disiato loco
onde mai non si parte l'afflitta alma,
che ne solea già dar riposo e calma,
pria ésca, or nutrimento del mio foco.
    E questo fu cagion che a poco a poco
missi le spalle alla amorosa salma
per acquistar la disïata palma,
la qual chiedendo, già son fatto roco.
    Per refletter facièno i santi rai,
già il vidi ornato e di splendor fulgente,
tal che in esso mancava mortal vista.
    Se allor piacer mi dette, or mi dà guai,
trovandol d'ogni ben privo e carente:
così, spesso si perde ove s'acquista.


XIII

    Arà, occhi, mai fine il vostro pianto?
Ristagnerà di lacrime mai il fiume?
Non so, ma per quanto or il cor presume
temo di no: vòlto ha Fortuna amanto.
    Solea già per dolcezza in festa e canto
viver lieto, però che il santo lume
del mio bel Sole, e quel celeste nume,
propizio mi era, onde ero lieto tanto.
    Or, poiché tolta m'è la santa luce
che ne mostrava la via nelle ambage,
veggo restarmi in tenebre confuso.
    E se tal via a morte ne conduce,
maraviglia non è, ché la mia strage
veder non posso, perché il ver m'è chiuso.


XIV

    L'arbor che a Phebo già cotanto piacque,
più lieto e più felice che altre piante
e per sé stesso e per suo caro amante,
umbroso e verde un tempo, in terra giacque.
    E poi non so per cui difetto nacque
che Phebo tòrse le sue luci sante
dalla felice pianta e 'l bel sembiante,
onde è cagion de assai lacrimose acque.
    Cangiâr color le liete e verde fronde,
e il lauro, ch'era prima umbroso e florido,
si mutò al mutar de' febei raggi.
    Le pene sempre son pronte e feconde;
lieve cosa è mutar il lieto in orido,
onde convien ch'ogni speranza caggi.


XV

    Non t'è onor, Amor, l'avermi preso
et ingannato ne' mia teneri anni,
quando l'età disposta era all'inganni,
e poca gloria è se hai l'esca acceso.
    E se io m'arresi, a torto mi hai offeso,
dato aspre pene, doglie e tanti affanni;
contr'a dure armi e non venerei panni
riserba le säette e l'arco teso.
    Ché resultar ne suol più gloria al vinto,
s'è debile, e potente è il vincitore:
così manca tua gloria a poco a poco.
    Già di divin' prigion' ti vidi cinto,
e 'l cielo e 'l mondo tenevi in tremore
e la stige palude: ora ardi il foco!


XVI

    Fuggo i bei raggi del mio ardente Sole,
silvestra fera all'ombra delle fronde,
e vo cercando ruscelletti e fonti
per piagge e valli e pe' più alti poggi,
ove le caste ninfe di Dïana     
vanno seguendo gli animal' pe' boschi.
    Benché all'ombra de' faggi spesso im-boschi,
cercando di diffendermi dal Sole,
non può far ciò che al mondo è di Dïana
ch'io mi ricopra tra·lle verdi fronde      
dal foco, qual non teme ombra di poggi,
né si spegne per l'acqua de' chiar' fonti.
    Ma le lacrime mie fan nuovi fonti,
che annacquando spesso i verdi boschi
rigan per li alti e più elati poggi;      
né però il foco del mio chiaro Sole
scema, e più verde l'amorose fronde
rinascon ne' be' luoghi di Dïana.
    Io mi credea per l'arte di Dïana
passasse il mio dolore, e' vivi fonti      
spegnessi il foco, e l'ombra delle fronde,
la qual cercando vo per tanti boschi,
fusse obstaculo a' raggi del chiar Sole,
e che potessi meno in valle e poggi.
    Foco è l'aura che spira alli alti poggi      
(son più e pensier' per l'arte di Dïana,
e quant'è più lontan, più arde el Sole!),
e foco è l'acqua de' più freschi fonti,
e foco è l'ombra delli obscuri boschi,
e foco è l'onde e l'ombre, arbori e fronde.
    Che benché sia in mezzo delle fronde
questa carca mortale, e su pe' poggi,
e seguendo le fier' per campi e boschi
vada ne' bei päesi di Dïana,
e cerchi il suo rimedio all'ombra e fonti,      
pur non è mai lontano il cor dal Sole.
    Mentre che il Sole allumerà le fronde
e' fonti righeran per li alti poggi,
la mia Dïana seguirò pe' boschi.


XVII

    Io seguo con disio quel più mi spiace,
e per più vita spesso il mio fin bramo,
e per uscir di morte morte chiamo,
cerco quïete ove non fu mai pace;
    vo drieto a quel ch'io fuggo e che mi sface,
e 'l mio inimico assai più di me amo,
e d'uno amaro cibo non mi sfamo,
libertà voglio e servitù mi piace.
    Fra 'l foco ghiaccio e nel piacer dispetto,
fra morte vita e nella pace guerra
cerco, e fuggire onde io stesso mi lego.
    Così in turbido mar mio legno rego:
né sa tra l'onde star, né gire a terra,
e cacciato ha timor troppo sospetto.


XVIII

    Da mille parti mi säetta Amore,
accompagnato da crudel Fortuna,
onde in una ora sento mille morte
e mille volte surge l'afflitta alma;
la qual, tirata da un van disio,      
vive e muor come piace a chi la regge.
    Ma se gli advien talor che chi la regge
non si disdegni ad ubidire Amore
e governar si lasci dal disio,
allor con prosper vento vien Fortuna;      
e se s'allegra alquanto la trista alma,
è poi cagion d'assai più dura morte.
    Così più il viver piace quando Morte
talor minaccia; pur Speranza regge
ne' duri casi sempre in terra l'alma.      
Questa tenuto m'ha servo d'Amore;
né mai, banché stil cangi ria Fortuna,
cangia' per pene o cangerò disio.
    Pria che si muti il mio fermo disio,
frigide lascerà mie membra Morte,      
né potrà tanto far crudel Fortuna,
che sempre non mi regga chi mi regge;
chi può però da quel che piace a Amore
levare il suo pensiero o mutar l'alama?
    Dunque invan merto aspetta la trista alma,      
forzata a far del suo altrui disio;
ma benché sciolto mi lasciassi Amore
e 'l fragil corpo mancassi di morte,
quella che il mondo onora e che me regge
seguirò sempre, o in buona o in ria fortuna.
    Né mai potrassi glorïar Fortuna
che possi far cangiar sua voglia all'alma,
ché quel che 'l cielo, el mondo e Pluto regge
libero dienne e sciolto ogni disio.
Tu mi puoi ben qualche anno affrettar morte,      
ma non disciormi onde mi legò Amore.
    Non mi sciorrà da Amor già mai Fortuna,
né mai per morte cangerassi l'alma,
se dopo lei il disio per sé si regge.


XIX

    Pien d'amari sospiri e di dolore,
pien di varii pensieri, afflitto e mesto,
vo trapassando di mia vita il resto,
come piace a colui ch'è mio signore.
    E seguendo Fortuna il suo tenore,
ho dubbio non venire a cosa presto,
che arà pietà chi è cagion di questo
quando io sarò di tante pene fòre.
    Così fra questi miei sospiri e pianti
nutrirò la mia vita, infin che a Cloto
e le suore parrà che 'l fil si schianti.
    Ma fia d'ogni dolore il mio cor vòto,
se per morte ubidisco a' lumi santi:
ché mi fia vita esser da·llei rimoto.


XX

    Amor, che hai visto ciascun mio pensiero
e conosciuto il mio fedel servire,
fammi contento, o tu mi fa' morire!
    Stare in vita sì aspra e in tal dolore,
confortar l'alma di sospiri e pianti,      
certo, signor, sare' morir men rio.
Se tu hai l'arco e la faretra, Amore,
perché il ghiacciato cor non rompi e schianti?
Non dee donna mortale obstare a dio!
Riguarda all'onor tuo e mio disio:      
pon' fine omai al mio lungo martìre,
perch'è vicin già l'ultimo sospire.


XXI

    Donna, vano è il pensier che mai non crede
che venga il tempo della sua vecchiezza,
e che la giovinezza
abbi sempre a star ferma in una tempre.
    Vola l'etate e fugge,      
presto di nostra vita manca il fiore,
e però dee pensar il gentil core
ch'ogni cosa ne porta il tempo e strugge.
Dunque dee gentil donna aver merzede
e non di sua bellezza esser altera,      
perché folle è chi spera
vivere in giovinezza e bella sempre.


XXII

    Quante volte, per mia troppa speranza,
dapoi che fui sotto io giogo d'Amore,
bagnato ho il petto mio d'amari pianti!
E quante volte, pur sperando pace
da' santi lumi, ho disïato vita,     
e per men mal dipoi chiamato ho morte!
    Et or ridotto son che, se già morte
non viene, non ho al mondo altra speranza,
tanto è infelice e misera mia vita.
Dunque son queste le promesse, Amore?     
Dunque quest'è la disïata pace?
Se chiamar si dee pace i tristi pianti!
    Chi spera sotto Amore altro che pianti,
o vita la qual sia men ria che morte,
o gustar mai un'ora sol di pace,     
quel vive in vana e fallace speranza:
perché non prima altri è servo d'Amore
ch'a mille morte il giorno esser in vita.
    Fu un tempo tranquilla la mia vita:
ma non si può saper che cos'è pianti     
se prima altri non è servo d'Amore,
né si conosce il viver sanza morte
o quanta è vana ogni umana speranza;
né fia contento mai chi disia pace.
    Chi uman viver disse, tolse pace     
in tutto della nostra mortal vita,
e, d'ogni mal cagion, lasciò Speranza.
Questa fa sofferire i tristi pianti,
ad altri comportar fa mille morte,
e, quel ch'è peggio, il fa servo d'Amore.
    Non nasce prima in gentil core Amore
che s'aggiunge al disio lo sperar pace,
il qual pria non diparte che con morte;
non dico del morir che si fa in vita,
ma di quel di che fanno i mortal' pianti,     
ch'è di vita miglior ferma speranza.
    Io, che speranza aver propizio Amore
non ho, ma stare in pianti e sanza pace,
aspetterò per miglior vita morte.


XXIII

    Amor, veggo che ancor non se' contento
Alle mie antiche pene,
ché altri lacci e catene
vai fabricando, ognor più aspre e forte
delle tue usate, tal ch'ogni mia spene     
d'alcun prospero evento
or se ne porta il vento,
né spero libertà se non per morte.
O cieche, o poco accorte
mentre de' tristi amanti!     
Chi ne' bei lumi santi
avre' però stimato tanta asprezza?
Né parea che durezza
Promettessino a noi e suo sembianti.
Così dato mi sono in forza ' altrui,     
né spero esser già mai quel che già fui.
    Io conosco or la libertate antica
e 'l tempo onesto e lieto
e mio stato quieto
che già mi die' mia benigna Fortuna;     
ma poi, come ogni ben ritorna indrieto,
mi diventò nimica,
et a darmi fatica
Amore e lei se ne accordorno ad una:
come assai non fusse una     
parte di tanta forza
a chi per sé si sforza
di rilegarsi ognor più e più stretto!
E come semplicetto,
non mirando più oltre che la scorza,     
con le mie man' li aiutai fare i lacci,
acciò che più e più servo mi facci.
    Uno augelletto o semplice animale,
se li viene discoperto
uno inganno che certo     
si mostri turbator della sua pace,
tiene al secondo poi più l'occhio aperto,
ch'è ragion naturale
ch'ognun fugga il suo male;
et io, che veggo chi m'inganna e sface,     
di seguir pur mi piace
la via nella qual veggio
el mal passato, e peggio,
come se io non avessi essempli cento.
Ma in tal modo ha spento     
Amor in me d'ogni ragione il seggio,
ch'io non vorrei trovar rimedio o tempre
che mi togliessi il voler arder sempre.
    Tanto han potuto gli amorosi inganni
e 'l mio martirio antico,     
ch'io non ho più nimico
alcun d'ogni mia pace che me stesso,
né cerco altro o per altro m'affatico
se non com'io m'inganni
et arroga a' mia danni,     
e chiamo mia salute male expresso;
godo se m'è concesso
stare in sospiri e in doglia,
ho in odio chi mi spoglia
di servitù e cerca liber farmi;     
e vedendo legarmi,
parmi, chi 'l fa, dar libertà mi voglia.
Così del mio mal godo e del ben dolgo,
e quel ch'io cerco, io stesso poi mi tolgo.
    Così Fortuna e 'l mio nimico Amore,     
tra spene obscure e incerte,
pene chiare et aperte,
m'han tenuto e passato un lustro intero;
e sotto mille pelle e rie coverte,
della mia etate il fiore     
sotto un crudel signore
ho consumato, e più gioir non spero.
Amor, sai pure il vero
della mia intera fede,
che dovre' di merzede     
aver dimostro almen pur qalche segno;
or son sì presso al regno
di quella, qual fugir foll'è chi crede,
che, sendo il resto di mia vita lieto
quanto esser può, non pagherà l'adrieto.
    Canzon mia, teco i tua lamenti serba,
e nostra doglia acerba
tu non dimostrerrai in alcuna parte;
ma tanto cela il tuo tormento amaro,
che Amor, Morte o Fortuna dia riparo.


XXIV

    Non so qual crudel fato o qual ria sorte,
quale adverso destin, tristo pianeta,
mia vita, che stata è quanto dee lieta,
ha fatto tanto simile alla morte.
    Amor sa pur che sempre stetti forte
Più che adamante e (s'è) più dura prieta;
se falsa opinïon mio ben mi vieta,
par che sanza mia colpa il danno porte.
    Ma non potrà crudel Fortuna tanto
essermi adversa, che soverchio sdegno
dal mio primo cammin mi torca un passo.
    Più presto eleggo stare in doglia e in pianto
sotto el signore antico e 'l primo segno,
che sotto altri gioir, di pianger lasso.


XXV

    Amor promette darmi pace un giorno
e tenermi contento nel suo regno;
rompe Fortuna poi ciascun disegno
e d'ogni mia speranza mi dà scorno.
    Un bel sembiante di pietate adorno
fa che contento alla mia morte vegno;
Fortuna, che ha ogni mio bene a sdegno,
pur gli usati sospir' mi lascia intorno.
    Onde io non so di questa lunga guerra
qual sarà il fine, o di chi sarò preda,
dopo tante speranze e tanti affanni.
    L'un so già vinse il ciel, l'altra la terra
solo ha in governo: onde convien ch'io creda
essere un dì contento de' mia danni.


XXVI

    Amor, da cui parte gelosia,
ch'ogni mio pensier guida, el passo lento
mi avea condotto al loco ove contento
un tempo fui, or non vuol più ch'io sia.
    Mentre girava gli occhi stanchi mia,
vidi i crin' d'òr ch'erano sparti al vento,
e 'l bel pianeta a rimirar sì attento,
che 'l corso rafrenò della sua via.
    Io, come amante, andando al maggior male,
pensai pria che tornar volessi al foco;
ma poco stette il suo disio nascoso:
    sua vista mi mostrò chiar che rivale
non m'era, ché passò via, stato un poco
non so se obstupefatto o invidioso.


XXVII

    Poi che tornato è il Sole al corso antico,
Phebo l'usata sua luce riprende,
e tanto or l'uno or l'altro sol risplende,
che già il rigido verno è fatto aprico.
    Se propizio mi fia il primo e amico
come si mostra quel che il mondo accende,
l'alma quïete alle sue pene attende,
al crudo viver rio, aspro e nimico.
    Se Phebo, assai più che l'usato, chiaro
s'è fatto e splende or più che far non suole,
e se più ha racceso sue fiammelle,
    l'ha fatto ché temea che le due stelle
non superassin la fiamma del sole,
e fussi al mondo un ben quanto lui raro.


XXVIII

    Lasso!, già cinque corsi ha volto il sole
dapoi che Amor ne' suoi lacci mi tenne
e 'l pensiero amoroso all'alma venne,
e fa Fortuna pur quel che far suole.
    Pianti, prieghi, sospir', versi e parole,
che non si scriverrien con mille penne,
e la Speranza che già il cor sostenne
veggo annullar, come mio destin vuole.
    Né mi resta se non un sol conforto,
perché ogni altro m'induce a bramar morte:
che quanto Amor m'ha fatto, ha fatto a torto.
    Non è al mondo più felice sorte
a gentil alma, se si vede scorto,
aver usate ben l'ore sì corte.


XXIX

Sonetto fatto per un certo caso, che ogni dì si mostrava in mille modi

    Fortuna, come suol, pur mi dileggia
e di vane speranze ognor m'ingombra;
poi si muta in un punto, e mostra che ombra
è quanto pe' mortal' si pensa o veggia.
    Or benigna si fa et ora aspreggia,
or m'empie di pensieri et or mi sgombra,
e fa che l'alma spaventata aombra,
né par che del suo male ancor s'aveggia.
    Teme e spera, rallegrasi e contrista,
ben mille volte il dì nostra natura:
spesso il mal la fa lieta e 'l bene attrista,
    spera il suo danno e del bene ha paura,
tanto ha il viver mortal corta la vista.
Alfin vano è ogni pensiero e cura.


XXX

    Io sento crescer più di giorno in giorno
quello ardente disir che il cor m'accese,
e la speranza già, che lo difese,
mancare, e insieme ogni mio tempo adorno;
    la vita fuggir via sanza soggiorno,
Fortuna opporsi a tutte le mia imprese:
onde a' giorni e le notti indarno spese
non sanza nuove lacrime ritorno.
    Però il dolor, che m'era dolce tanto,
e·lamentar süave, per la spene
che già piacer mi fe' 'sospiri e 'l pianto,
    mancando or la speranza, alfin conviene
cresca, e 'l cor resti in tanta doglia affranto,
tal che sia morte delle minor' pene.


XXXI

    Que' belli occhi leggiadri, che Amor fanno
potere e non poter, come a·llor piace,
m'han fatto e fanno odiar sì la mia pace,
che la reputo pel mio primo affanno;
    né, perch'io pensi al mio eterno danno
et al tempo volatile e fugace,
alla speranza ria, vana e fallace,
m'accorgo ancor del manifesto inganno.
    Ma vo seguendo il mio fatal destino,
né resterò, se già madonna o morte
non mi facessin torcere il cammino.
    L'ore della mia vita, o lunghe o corte,
a·llei consecrate ho, perché 'l meschino
cor non ha dove altrove si conforte.


XXXII

    Io non so ben chi m'è maggior nimico,
o ria Fortuna, o più crudele Amore,
o superchia Speranza, che nel core
mantiene e cresce il dolce foco antico.
    Fortuna rompe ogni pensiero amico,
Amor raddoppia ognor più il fero ardore,
Speranza aiuta l'alma, che non more,
per la dolcezza onde 'l mio cor nutrico.
    Né mai asprezza tanto amara e ria
fu quanto è tal dolcezza, o crudel morte
quanto è mia vita per l'accesa speme.
    O Fortuna più destra ver' me sia,
o Amore o Speranza assai men forte,
o pia Morte me levi e questi insieme.


XXXIII

    Non altrimenti un semplice augelletto,
veggendo i lacci tesi pel suo danno,
fugge pria, e poi torna al primo inganno,
dai dolci versi d'altri augei constretto,
    così fuggo io dall'amoroso aspetto,
ove son tesi i lacci per mio affanno,
poi i dolci sguardi e le parole fanno
ch'io corro a' pianti miei come a diletto.
    E quel che suole in altri il tempo fare
per le diverse cose, in me disface,
ché men che pria conosco il mal che or pruovo.
    Cieco e sanza ragion mi fo guidare
al mio cieco inimico, e per fallace
cammino in cieca fossa alfin mi truovo.


XXXIV

    Vidi madonna sopra un fresco rio
fra verde fronde e liete donne starsi,
tal che dalla prima ora in qua ch'io arsi
mai vidi il viso suo più bello e pio.
    Questo contentò in parte il mio disio
e all'alma die' cagion di consolarsi;
ma poi, partendo, il cor vidi restarsi,
crebbon vie più i pensieri e 'l dolor mio,
    ché già il sole inclinava allo occidente
e lasciava la terra ombrosa e obscura:
onde il mio Sol si ascose in altra parte.
    Fe' il primo ben più trista assai la mente.
Ah, quanto poco al mondo ogni ben dura!
Ma il rimembrar sì presto non si parte.


XXXV

    Pensavo, Amor, che tempo fusse omai
por fine al lungo, aspro, angoscioso pianto
et alla doglia mia,
non pur voler seguir nel mio mal tanto
tu e Fortuna, troppo iniqua e ria;     
ché poi, quando vorrai,
come conviensi a tanta signoria,
mantener quel che già promesso m'hai
ah, quante volte e quanto!,
ti fia difficil, benché tutto possa.     
L'alma, li spirti e l'ossa
state son tue sotto questa fidanza
quanto sai, Amore, et io (che 'l pruovo) meglio,
che con questa speranza
fanciul tuo servo fui, e son già veglio!
    Io mi vivea di tal sorte contento
e sol pascevo l'affannato vore
della sua amata vista;
le belle luce e 'l divino splendore
quetavan l'alma, benché afflitta e trista,     
e per questo ogni stento
dolce parea, che per amar s'acquista.
Fa la speranza di maggior contento
ogni pena minore;
ma ria Fortuna, al mio bene invidiosa,     
turbar volle ogni cosa
e 'l mio tranquillo stato e lieta sorte,
e tolsemi la vista onde sempre ardo.
Oimè, meglio era morte,
che star lontan dal mio sereno sguardo!
    Onde or, non potendo altro, pasco l'alma
della memoria di quel viso adorno,
et a' divin' costumi
col pensier mille volte il dì ritorno.
Se Fortuna mi toglie i vaghi lumi     
e turba ogni mia calma,
non è però che in selve e 'n valli e 'n fiumi,
ove lo spirito porta la sua salma,
o notte obscura o giorno
sempre gli occhi non vegghino il lor Sole,     
e le dolci parole
non risuonino ancor ne' nostri orecchi:
ché 'l rimembrar le cose amate e degne,
benché pure altri invecchi,
in cor gentil per tempo non si spegne.
    Io vo cercando e più elati colli
e volgo gli occhi stanchi in quella parte
ove io lasciai il mio bene,
là onde il tristo cor mai non si parte;
e di questo il nutrisco e d'una spene,     
che presto fien satolli
(se non rompe il pensier Morte che viene)
gli occhi, che tanto tempo già son molli;
e con questo una parte
del mio mal queto e l'alma riconforto,     
et in pazienza porto
l'ingiusto essilio e la sorte aspra e dura,
tanto che più felice tempo torni;
e se pure il mal dura,
può ristorare un'ora i persi giorni.
    Canzon, là dove è il core
or te ne andrai, se già non t'è impedita
la via, siccome a me. Segui la traccia;
di' che lieta è mia vita:
sentendo questo essilio a·llei dispiaccia!


XXXVI

    Perché non è co' miei pensieri insieme
qui la mia vita e 'l caro signor mio,
alla dolce ombra e sopra questo rio
che co' miei pianti si lamenta e geme?
    Perché questa erba il gentil piè non prieme?
Perché non ode il mio lamento rio,
e i sospir' che son mossi dal disio
che accese in noi la troppo acerba speme?
    Forse quella pietà che mi promisse
Amor già tanto, e mi promette ancora,
ché col suo strale in mezzo il cor lo scrisse,
    verrebbe, innanzi alla mia ultima ora.
Se 'l mio dolce lamento ella sentisse,
pietà bella faria chi me innamora.


XXXVII

    Lasso!, ogni loco lieto al cor m'adduce
mille amari sospir', duri pensieri,
perché non pare io possa o sappi o speri
viver lieto lontan dalla mia luce.
    Ma per me' quïetarsi mi conduce
l'alma in obscuri boschi, alpestri e feri,
fuggendo l'orme e i calcati sentieri:
questo talora a consolar la induce.
    Così fra gli arbuscei mi sto soletto,
né mai men sol, ché meco ho in compagnia
mille pensier' d'amor söavi e degni.
    Quivi il dolce lacrime il mio petto
bagno, e nutrisco il cor, che non disia
se non che morte o miglior tempo vegni.


XXXVIII

    Io mi sto spesso sopra un duro sasso
e fo col braccio alla guancia sostegno,
e meco penso e ricontando vegno
mio cammino amoroso a passo a passo.
    E prima l'ora e 'l dì che mi fe' lasso
Amor, quando mi volle nel suo regno,
poi ciascun lieto evento et ogni sdegno,
infino al tempo che al presente passo.
    Così, pensando al mio sì lungo affanno
et a' giorni e alle notte, come vuole
Amor, ch'io ho già consumati in pianti,
    né veggendo ancor fine a tanto danno,
mia sorte accuso; or, quel che più mi duole
è trovarmi lontan da' lumi santi.


XXXIX

    Io ti ringrazio, Amor, d'ogni tormento,
e se già ti chiamai «crudel signore»,
come uom che guidato era dal furore,
d'ogni antico fallire ho pentimento;
    però che quella, per cui arder sento
in dolce foco il fortunato core,
degna è d'umano e di celeste onore:
e se per lei languisco, io son contento.
    O aventurata e ben felice sorte,
se avièn che ad un gentil signore e degno
altri serva et in lui cerchi sua pace!
    Già mille volte ho disïato morte;
pur poi resto contento a tanto sdegno,
tanto l'esser suo servo alfin mi piace.


XL

    Se advien che Amor d'alcun brieve contento
conforti l'alma, al lungo male avezza,
quanto più il disïato ben s'apprezza,
tanto mi truovo più lieto e contento.
    Così, se per alcun prospero evento
monta la speme in colmo d'ogni altezza,
perché cresce il disio, cresce l'asprezza
e raddoppia i pensier' per ognun cento.
    Però, se alcun conforto ebbi quel giorno,
quando fra verde fronde e gelide acque
e liete donne vidi i vaghi lumi,
    sendone a·llunge e privo, or mi ritorno
a' primi pianti, e quel che più mi piacque
par che più il core afflitto arda e consumi.


XLI

    Io sento ritornar quel dolce tempo,
del qual non mi rimembra sanza pianti,
che fu principio alla mia aspra vita:
né mai dapoi conobbi libertate;
e perché si rinnuova nella mente,     
vuol ch'io ne faccia tal memoria Amore.
    Di sua vittoria si ricorda Amore,
e però vuol che la stagione e 'l tempo
sia celebrato in versi e nella mente;
né sta contento a' miei sospiri e pianti,     
ma lieta della persa liberatate
vuol pur che sia mia lacrimosa vita.
    S'egli è fatto signor della mia vita,
forza m'è far quel che comanda Amore.
sanza usar più l'antiqua libertate;     
la qual, se si lasciò vincer quel tempo
che ancor non era sottoposta a' pianti,
ben cederà or, che serva è la mente.
    Se ad altri il corpo dato ho e la mente,
e per questo è afflitta la mia vita,     
mi debbo sol doler di questi pianti
di me, non accusar per questo Amore;
il qual se m'ha tenuto tanto tempo,
è perch'io ne li detti libertate.
    Non è più sua la persa libertate,     
perché il suo primo don dato ha la mente;
dunque se vuol ch'io celebri quel tempo
e sia di ciò contenta la mia vita,
se vinse sempre, et io cedo ad Amore,
e lieto come vuol son de' mia pianti.
    Né sol contento son de' lunghi pianti,
ma al tutto ho in odio e fuggo libertate,
né vorrei non voler servire ' Amore;
et odio ogni pensier che nella mente
mi surge di far libera mia vita,     
e chiamo perso qualunque altro tempo.
    Lieto il tempo e felice, e dolci i pianti,
nel qual la vita perse libertate,
chiama la mente, e così vuole Amore.


XLII

    O fortunata casa, ch'eri avezza
sentire i grevi miei sospiri e pianti,
serba l'effigie in te de' lumi santi
e l'altre cose come vili sprezza!
    O acque, o fonti chiar' pien' di dolcezza,
che col mormorio vostro poco avanti
meco piangevi, or si rivolga in canti
la vostra insieme con la mia asprezza!
    O letto, delle mie lacrime antiche
ver testimonio, e de' mia sospir' pieno!
O studïolo, al mio dolor refugio!
    Vòlto ha in dolcezza Amor nostre fatiche
sol per l'aspetto del volto sereno:
et io non so perché a morir più indugio.


XLIII

    Era già il verde d'ogni mia speranza,
siccome Amor volea, ridotto al bianco;
parea il cor di sua virtute manco,
onde perduto avea ogni baldanza;
    quando quella virtù che ogn'altra avanza,
Amor, si trasse uno stral d'òr dal fianco
e punse il cor invitto, altero e franco,
con forza da spezzare ogni constanza.
    . . . . . . . . . . . <-eso>
. . . . . . . . . . . , e più preso ne avria,
se non che gli amorosi inganni teme.
    Tra l'erba ricoperto un laccio teso
veder li parve; or non so qual più sia
cresciuto in me, o 'l timore o la speme.


XLIV

    Quando l'ora aspettata s'avicina
per dare il guidardone alla mia fede,
quando s'appressa il conseguir merzede,
triema e paventa più l'alma meschina;
    e, quasi a sé medesma peregrina,
smarrita resta, e forse ancor nol crede,
spesso ingannata; e se ben chiaro il vede,
di pensier' sempr'è incerta ov'ella inclina.
    Questo adviene: che si reputa indegna
di tanto bene, onde pallida triema,
sé comparando a quel viso sereno;
    o forse, come Amor li mostra e insegna,
dubbiosa sta, perché pur brami e tema
per soverchia dolcezza venir meno.


XLV

    Condotto Amor m'avea fino allo stremo
di mia speranza, e tempo oramai n'era;
presso era quel che assai si brama e spera,
ond'io tanto sospiro e tanto gemo;
    quando una voce udi', che ancor ne tremo,
rigida, aspra, crudele, iniqua e fera:
- Folle è tua speme e la tua voglia altera
a ricercar quel che solo è supremo.
    Bastiti rimirar mia vaghi lumi
et udir l'armonia delle parole
e contemplar l'alte virtù divine.
    Quel che di me più oltre aver presumi
vano è il pensiero, e se 'l tuo cor più vuole,
dolgasi non di me, ma del suo fine. -


XLVI

Sonetto fatto per un amico

    Non vide cose mai tanto excellente
quel che fu rapto infino al terzo cielo,
e non udì già sì süave melo
Argo, che mal per lui tal suon si sente;
    e la fenice, se 'l suo fin presente,
tanti odor' non aduna al mortal telo;
né fu sì dolce il cibo al nostro velo,
che mal per noi gustò il primo parente;
    né mai tanta dolcezza ad alcun dette
Amor, se contentare a pien lo volse,
quanto è la mia, né vuol che ad altro pensi.
    Io benedico l'arco e le säette
e la cagion che libertà mi tolse,
dapoiché così ben mi ricompensi.


XLVII

    Meglio era, Amor, che mai di tua dolcezza
provassi alcuna cosa, o del tuo bene,
ch'è facil cosa a sopportar le pene
all'alma, lungo tempo al male avezza.
    Così, più si disia e più si prezza
el ben che altri conosce, onde ne viene
più doglia al cor, se quel possiede e tiene
Fortuna il vieta, lo interrompe e spezza.
    Quel che già disïai, nol conoscendo,
m'avea condotto assai vicino a morte,
cercando quel che m'era incerto e nuovo.
    Or ch'io l'ho visto, lo conosco e intendo,
pensa, Amor, quanto è dura la mia sorte,
poiché privato di tal ben mi truovo.


XLVIII

    Dolci pensier', non mi partite ancora!
Dove, pensier' miei dolci, mi lasciate?
Sì ben la scorta ai piè già stanchi fate
al dolce albergo, ove il mio ben dimora?
    Qui non Zephiro, qui non balla Flora,
né son le piagge apriche d'erbe ornate:
silenzii, ombre, terror', venti e brinate,
boschi, sassi, acque il piè tardono ognora.
    Voi vi partite pure e gite a quella,
vostro antiquo recetto e del mio core;
io resto nelle obscure ombre soletto.
    Il cammin cieco a' piedi insegna Amore
(che ho sempre in me) dell'una e l'altra stella;
né gli occhi hanno altro lume che l'obietto.


XLIX

Sonetto fatto a piè d'una tavoletta dove era ritratta una donna

    Tu se' di ciascun mio pensiero e cura,
cara imagine mia, riposo e porto:
con teco piango e teco mi conforto,
se advien che abbi speranza o ver päura;
    talor, come se fussi viva e pura,
teco mi dolgo d'ogni inganno e torto,
e fammi il van pensier sì poco accorto,
che altro non chiederei, se l'error dura.
    Ma poi nuovi sospir' dal cor risorge,
fan gli occhi un lacrimoso fiume e largo
e si rinnuovan tutti e miei martìri,
    quando la misera alma alfin s'accorge
che indarno i prieghi e le parole spargo;
ond'io pur torno a' primi miei disiri.


L

Canzona fatta sendo malata una donna

    Per molte vie e mille varii modi
provato ha Amor se mia constanzia è vera,
come li parve e come spesso ho detto;
e benché m'abbi agiunti mille nodi,
ancor ben chiar della mia fe' non era,     
volendomi legar molto più stretto.
E fece ne' primi anni un suo concetto,
che se 'l celeste viso ornato e puro
mi si mostrassi duro,
impäurito lascerei la 'mpresa:     
onde già mai accesa
face non fu della mia donna al core,
ma del mio mal lieta era ne' sembianti.
Non è maggior dolore
che veder ch'altri rida de' sua pianti.
    In questo modo un tempo Amor mi tenne,
sanza che mai provassi altra dolcezza
che contemplar cosa celeste in terra:
questo mi prese e questo mi mantenne;
stavo contento sotto tal bellezza     
e lieto in pace in mezzo a tanta guerra.
Amor, che vede che 'l cor non erra,
ma <è> fermo, fece in sé nuovo pensiero,
e lo indomito, altero
cor della donna mi accese alquanto:     
non già molto, ma tanto
quanto aggiugnessi a me qualche speranza
per mantenermi vivo in tanti affanni;
e poi con più baldanza
raddoppia in me suo tradimenti e inganni.
    Quanti fussino allora i miei martìri
e quanto dura et aspra la mia sorte,
difficilmente e si dice e si crede.
Era e conforti miei pianti e sospiri,
e la speranza già ridotta a morte,     
dove credevo sol trovar merzede;
ma la constanzia mia e intera fede
non manca già per pene e non si perde,
ma rinasce più verde
quanto maggiore era ogni mio tormento.     
In mezzo a tanto stento,
sempre la sua bellezza mi soccorse
e faceami ogni doglia stimar poco.
Amor di ciò s'accorse
e fe' nuovo pensiero e nuovo giuoco.
    E pregò dolcemente la Fortuna
che la cercassi d'ogni cosa nuova
quale alla donna mia fussi molesta.
Ella, che volentier sempre importuna,
diliberò di far l'ultima pruova,     
e di varii dolor' suo core infesta.
E di ciò molto addolorata e mesta
era madonna, e più sarebbe stata;
ma ne fu liberata,
come Amor volle e la Fortuna insieme,     
che le salute extreme
posono in man del suo fedele amante.
Allor ne vide experïenzia certa
quanto egli era constante
e quanto la sua fede da·llei merta.
    Quando ebbe fatto questo, il suo stral d'oro
rimisse e 'l plumbeo trasse, che Amor caccia,
e punse il cor della mia luce viva;
né mai poi da quel tempo al verde alloro
mostrò più il Sol benigna la sua faccia,     
ma fu d'ogni speranza l'alma priva.
Onde l'amor, che dentro al cor bolliva,
come l'animo fa gentile e degno,
quasi vòlto in isdegno,
difficilmente comportò tal torto;     
e fu tal lo sconforto
che 'l cor di tanta ingratitudin prese,
che lasciò quasi l'amorosa scuola.
Ma pur poi si raccese,
pensando alla bellezza al mondo sola.
    Amor, che vede ogni sua pruova invano,
pensò nuova malizia, e la cagione
di tanta mia constanzia levar volse:
perché, levato el bel sembiante umano,
li par che sia levato ogni ragione     
di mia fede. Et a questo il pensier volse,
e parte di biltà da quella tolse
con fare scolorir quel dolce viso,
fede del paradiso
qui fra' mortali, albergo d'ogni bene.     
Questo accresce le pene,
ma non già scema la mia fede antica,
perché da questa mai mi potrà storre
dolor', pianti o fatica;
né tu la sua bellezza li puoi tòrre.
    Perché, se pur di sue bellezze spogli
questo gentile et onorato fiore,
e toi le penne a sì bella fenice,
a te tua prima preminenzia togli,
te privi e spogli del sovran tuo onore,     
della cagion la qual ti fe' felice.
Questa del regno tuo è la radice,
questa è la tua baldanza e la tua gloria,
questa eterna memoria
darà di te alla prole futura.     
Mentre che questa dura,
del nostro mondo cieco guida e duce,
durerà la tua forza e 'l tuo valore;
ma se la viva luce
si spegne in terra, spegnerassi Amore.
    Non dare, Amore, in potestà d'altrui
quel ch'è tuo sol, quel ch'è l'onor tuo vero;
deh, mostra contro a Morte la tua forza!
Amor, soccorri al mal d'ambo noi dui,
soccorri alla rüina del tuo impero!     
a questa volta i duri fati sforza!
sicché l'alma gentile e la sua scorza,
la qual degno ti fa, lieto e giocondo,
si mantenga nel mondo,
a me la vita, che da lei dipende.     
Per te chiar si comprende
che omai la mia costanzia è ferma e intera;
non far oramai meco, Amor, più pruove,
ché la mia fede è vera:
riserba le tue forze e ingegni altrove.
    Va', canzona, Amor priega
che più non tardi il soccorso a sé stesso,
perché veggo il suo impero in gran periglio;
et è il suo mal sì presso,
che poco stato non varre' consiglio.


LI

Sonetto fatto andando in Maremma lungo la marina

    Co' passi sparti e con la mente vaga
cercando vo per ogni aspro sentiere
l'abitazion' delle silvestre fere,
presso ove il mar Tyren bagna et allaga,
    sol per provar se si quïeta e appaga
l'alma per cose nuove; ma vedere
altro non può, né innanzi agli occhi avere
che gli occhi che li fêr l'antica piaga.
    Se da sinistro in qualche obscuro speco
guardo, la veggio lì fra fronde e fronde,
nuova Dïana che ogni obscuro allieti;
    a destra, rimirando le salse onde,
parmi che tolto abbi il suo imperio a Teti.
Così, sempre è mia dolce pena meco.


LII

Sonetto fatto per un sogno

    Più che mai bella e men che già mai fera
mostrommi Amor la mia cara inimica,
quando e pensier' del giorno e la fatica
tolto avea il pigro sonno della sera.
    Sembrava agli occhi miei propria come era,
deposta sol la sua durezza antica
e fatta agli amorosi raggi aprica:
né mai mi parve il ver cosa sì vera.
    Prima al parlare e päuroso e lento
stavo, come solea; poi la päura
vinse il disio, e cominciai dicendo:
    «Madonna...»: e in quel partissi come un vento.
Così in un tempo sùbita mi fura
el sonno e sé e mia merzé, fuggendo.


LIII

    L'altero sguardo a' nostri occhi mortale,
che spegne ogni bellezza che ha dintorno,
fuggito avia, per prender d'alcun giorno
con Amor triegua e tòr forza al suo strale,
    quando Amore, o la sorte mia fatale,
invida che al mio mal dessi soggiorno,
mio basilisco di pietate adorno
mostrommi (ah, contro 'Amor nell'arme vale!),
    nel tempo che da noi è più distante
el curro che mal già guidò Phetonte,
che il pensier vede più quel che più spera.
    Disposto avia lo sdegno il bel sembiante,
e quel bel che mancava alla sua fronte
pietate aggiunse alla bellezza altera.


LIV

    Io son sì certo, Amor, di tua incertezza,
ch'io mi riposo in non posar già mai,
e veggo ch'io son cieco, e tu mi dài
di tua mobilità ogni fermezza.
    Di dubbii e di sospetti ho sol chiarezza,
rido de' pianti miei, canto i miei lai,
né pruovo altro piacer che affanni e guai,
o amar più dolce o più söave asprezza.
    E sol di mia obscuritate ho lume;
so ch'io non so voler quel ch'io pur voglio,
e spesso temo per superchio ardire.
    Secche ha le luce uno abundante fiume;
muto modi e disir' pur come io soglio,
e vivo sol per brama di morire.


LV

    Io mi diparto, dolci pensier' miei,
da voi, e lascio ogni amorosa cura,
ché mia fortuna troppo iniqua e dura
mi sforza a far pur quel ch'io non vorrei.
    Pianti dolci e sospir' süavi e rei,
speranze vane et incerta päura,
che inquïetavi mia fragil natura,
andate ad altri cor', lasciate lei.
    O versi, o rime, ove ogni mio lamento
dolce era e quietavo tanto affanno,
mentre che in lieta servitù mi giacqui,
    làsciovi a mal mio grado, e pur consento,
come sforzato, al preveduto danno.
Ma così sia, poiché a tal sorte nacqui.


LVI

    Non son contento ad un commiato solo
per dipartir dalle amorose insegne,
ché gran fiamma in un tratto non si spegne,
né in brieve sanar puossi un lungo duolo.
    . . . . . . . . . . . <-olo>
. . . . . . . . . . . <-egne>,
dolci disir', parole accorte e degne,
or me a' primi miei pensieri involo.
    Lacrime mie, d'ogni dolcezza piene,
sospir' süavi e rimutate sorte,
che altro destino, altri pensier' m'induce!
    Concesso pur mi sia questo sol bene:
di ricordarmi almen fino alla morte
l'angelica mia viva e chiara luce.


LVII

    Quel ch'io amavo già con più disio,
più molesto m'è or, più mi dispiace;
quel ch'era mia letizia e la mia pace,
è la mia guerra al tutto, e 'l dolor mio.
    El tempo lieto è più dolente e rio;
quel disio ch'era acceso, or spento giace;
e la speranza mia, già sì vivace,
fatta è päura; e quel temea, disio.
    Quel tempo che tardava a venir tanto,
or fugge via veloce più che pardo:
così Fortuna ha vòlto ogni mia sorte.
    Vòlto è il dolce in amaro, e 'l lieto in pianto;
fatto son pigro al tutto e lento e tardo,
veloce più che mai verso la morte.


LVIII

    Amor tenuto m'ha di tempo in tempo
sotto false promesse lunghe e vane,
tanto ch'io son dall'aspettar già stanco
e d'i sua falsi inganni oramai certo;
ché della lunga mia aspra fatica     
dolor è il prezzo, e vergogna, ira e sdegno.
    E quel che più accresce ogni mio sdegno,
è ch'io ho perso il mio govinil tempo,
né mel può racquistar prezzo o fatica.
Or nostre voluntà quanto sien vane,     
se già ne dubitai, or ne son certo,
e per troppo provarle afflitto e stanco.
    Non che altro, del pensar io son già stanco,
e son venuto a me medesmo a sdegno,
stando del bene in dubbio e del mal certo.     
Ma la vendetta di chi perde il tempo
è il pentimento, e delle imprese vane;
vergogna è il frutto poi d'ogni fatica.
    Vana è ogni mortal nostra fatica;
ma chi in seguire Amor non è mai stanco,     
tirato da lusinghe false e vane,
e, come triste, ha l'altre cose a sdegno,
più che alcuno altro perde l'opra e 'l tempo
et è in error più manifesto e certo.
    S'io fussi stato, siccome, or son, certo     
quanto si spende invano ogni fatica
seguendo Amore, e quanto è perso il tempo,
forse alla impresa pria mi sarei stanco;
ma io ho i lacci e le catene a sdegno
or, quando a sciormi l'opere son vane.
    Le nostre passïon' quanto sien vane,
quanto il pianto e 'l dolore è fermo e certo
e quanto invano ogni mortale sdegno,
quanto è perduta ogni umana fatica,
mostra quel che a·ffugir mai non è stanco,     
che ogni cosa ne porta e fura, il tempo.
    Passa via il tempo, e le mie opre vane
conoscer fammi, e ch'io son stanco e certo
di mia fatica e me medesmo ho a sdegno.


LIX

    Quanto sia vana ogni speranza nostra,
quanto fallace ciaschedun disegno,
quanto sia il mondo d'ignoranzia pregno,
la mäestra del tutto, Morte, il mostra.
    Altri si vive in canti e in ballo e in giostra,
altri a cosa gentil muove l'ingegno,
altri il mondo ha e le sue opre a sdegno,
altri quel che dentro ha, fuor non dimostra.
    Vane cure e pensier', diverse sorte,
per la diversità che dà Natura,
si vede ciascun tempo al mondo errante.
    Ogni cosa è fugace e poco dura,
tanto Fortuna al mondo è mal constante;
sola sta ferma e sempre dura Morte.


LX

    El tempo fugge e vola,
mia giovinezza passa e l'età lieta,
e la lunga speranza ognor più manca;
né però ancor s'acqueta
in me quel fer disio, che morte sola     
può spegner nella afflitta anima stanca,
ma tienmi pur sotto l'antica branca
Amore, e fa che per la lunga usanza
bramo il mio mal per natural disio.
Ah, destin fero e rio,     
che a me hai dato contr'a me baldanza,
onde io non posso aitarme!
Almen mancassi in tutto la speranza,
la qual ne' suoi belli occhi veder parme,
però che Amor m'offende con quest'arme.
    Almen non si vedessi
segno alcun di pietà nel suo bel viso,
né fussin così dolci le parole,
e quel süave riso
dagli orecchi e dagli occhi s'abscondessi,     
et a me si celassi il mio bel Sole:
perché l'alma né sa, né può, né vuole
fuggir da quel che in vita la mantiene,
anzi la 'nduce a più bëata morte.
Così mia dubbia sorte     
desperar non mi lascia o sperar bene;
ond'è ch'io priego Amore
che levi al tutto la fallace spene,
o ver soccorra al mio afflitto core:
questo il contenta, e l'altro il trae d'errore.
    Lasso!, ch'io mi credeva
che altra età e le diverse cure
mi facessin cangiar disii e voglie,
però che gli advien pure
che il tempo altri pensieri induce e leva:     
dando nuove impression', le vecchie toglie.
Or, questo più dolor nel core accoglie:
che tra mille pensier' che in lui s'aduna,
come la mente in varie cose scorre,
subitamente corre,     
lasciando l'altre e sé, sola a questa una,
ove stanco riposo
truova; e così la mena sua fortuna.
E in questo viver mio aspro e noioso
e pensier' vaghi e l'alma afflitta poso.
    Vorrei sapere, Amore,
non mi mostrando tu alcun soccorso,
per qual cagion pur l'alma stanca spera:
forse in natural corso
vòlto è il costume già per lungo errore,     
et ha smarrita la via dritta e vera;
né credo esser le par quel che già era.
Va seguendo il disio ove e' la mena,
e perché la speranza la mantiene,
col disio cresce e viene:     
dunque, se questo mai non si rafrena,
questa già mai si parte,
benché non si vegga onde o da qual vena
venga l'acqua che 'l foco spenga in parte.
Amore ha pur nuove versuzie et arte!
    Così me stesso inganno,
et indi prende l'alma il suo conforto,
onde ha cagione il lungo mio martìre.
Tanta dolcezza han porto
al cor quelli occhi, che sperar lo fanno:     
questo fa che consente al suo morire.
E come lo conduce il van disire,
va drieto a quel che non discerne o vede,
e 'l mal che pruova non conosce ancora,
e quel che al tutto è fora     
di sua salute sol disia e chiede;
e come Amor lo invita,
crede nel morir suo trovar merzede;
né può più da sé stesso avere äita,
ché ad altri ha dato il fren della sua vita.
    Dunque di sé si dolga,
anzi del vago lume che lo indusse
al cieco errore, onde sua morte nacque.
E se questo il condusse,
non pensi che sì presto lo disciolga,     
ché dispiacer non può quel che già piacque;
anzi, dal primo dì che in esso giacque
quel gran disio, cacciò fuor della mente
qualunque altro pensiero, e lui la prese.
Se allor non si difese,     
nol farà or, quando al suo mal consente.
Or, se è per mio destino
che così esser debba, o presto o lente,
come quel vuol, convien segua il cammino,
finch'io sia giunto all'ultimo confino.
    Canzon, di mezzanotte
poiché se' nata, fuggi il sole e 'l giorno;
piangi teco il tuo male;
fuggi l'aspetto del bel viso adorno;
lascia seguir la sorte tua fatale,     
poiché il fare altro è indarno e poco vale.


LXI

    Io piansi un tempo come volle Amore
la tardità delle promesse sue
e quel che interveniva ' ambo noi due,
a me del danno, a·llui del suo onore.
    Or piango come vuole il mio errore,
ché il tempo fugge per non tornar più
e veggo esser non può quel che già fue:
or questo è quel che ancide e strugge il core.
    Tanto è il nuovo dolor maggior che 'l primo,
quanto quello avea pur qualche speranza:
questo non ha se non pentirsi invano.
    Così il mio error fra me misuro e stimo,
e piango (e questo pianto ogn'altro avanza)
la condizion del viver nostro umano.


LXII

    Que' dolci primi miei pensieri, onde io
nutriva il cor ne' suoi più grevi danni,
ritornar sento, e le prime arti e inganni,
e 'l dolce aspro disir, süave e rio.
    Lasso, quanto era folle il creder mio!
che per maggior' pensieri e per più anni
credea fuggir dagli amorosi affanni,
non conoscendo bene il mio disio.
    Ma come fera in qualche obscuro bosco
crede fuggire, e corre alla sua morte,
sendo ferita dallo stral col tosco,
    così credea fuggir correndo forte
all'incognito male; or, s'io il conosco,
lieto consento alla mia dura sorte.


LXIII

    Come di tempo in tempo verde piante
pel verno sole e per terrestre umore
producono altre fronde e nuovo fiore,
quando la terra prende altro sembiante,
    così il mio Sole e quelle luci sante,
l'umor delli occhi miei, che esce dal core,
fan che rimette nuove fronde Amore,
quando il tempo rivien che ho sempre inante.
    Tornanmi a mente due fulgenti stelle,
e i modi e le parole che mi fêro
contr'a Amor vil, contr'a me stesso ardito.
    Questo l'antiche e le nuove fiammelle
raddoppia, et in un tempo temo e spero.
Tarda pietà, ché 'l nono anno è fuggito.


LXIV

    Come lucerna all'ora matutina,
quando manca l'umor che 'l foco tiene,
extinta par, poi si raccende, e viene
maggior la fiamma quanto al fin più inclina,
    così in mia vaga mente e peregrina,
l'umor mancando d'ogni antica spene,
se maggior foco ancor vi si mantiene,
è che al fin del suo male è già vicina.
    Ond'io non temo esto tuo novo insulto,
né più l'ardente face mi spaventa,
giunto al fin de' disir', disdegni et ira.
    Più mia bella Medusa marmo sculto
non mi fa, né, Sirena, m'addormenta,
perché al suo degno amore il Ciel mi tira.


LXV

Sonetto fatto in sul Rimaggio

    Lascia l'isola tua tanto diletta,
lascia il tuo regno dilicato e bello,
ciprigna dea, e vien' sopra il ruscello,
che bagna la minuta e verde erbetta.
    Vieni a questa ombra, alla dolce äuretta
che fa mormoreggiare ogni arbuscello,
a' canti dolci d'amoroso uccello:
questa da te per patria sia eletta.
    E se tu vien' tra queste chiare linfe,
sia teco il tuo amato e caro figlio,
ché qui non si conosce il suo valore.
    Togli a Dïana le sue caste ninffe,
che sciolte or vanno e sanza alcun periglio,
poco prezzando la virtù d'Amore.


LXVI

Sonetto mandato di Rimaggio a certi che vi s'erano trovati a far festa

    Una ninfa gentil, leggiadra e bella
più che mai Phebo amasse o altro dio,
cresciuto ha co' sua pianti il fresco rio
dove lasciata fu, la meschinella.
    Lì duolsi e spesso accusa or questa or quella
cagion del viver suo tanto aspro e rio,
poi che lasciò Dïana e 'l suo disio
s'è vòlto ad ubidir la terza stella.
    E nulla altro conforta il suo dolore,
se non che quel che gli ha tanto ben tolto,
gli renda il disiato e car tesoro.
    Sol nasce un dubbio: che quel tristo core,
che al pianger tanto s'è diritto e vòlto,
pria non diventi un fonte o qualche alloro.


LXVII

    Amor, tu vuoi di me far tante pruove,
e sì i tuoi servi aspregge
quanto più fedel' sono, antichi e interi,
che più servire alle tue inique legge
non vo', ma per vie nuove     
andare e ricercar nuovi sentieri:
perché non par che io speri,
nel vecchio, altro piacer che affanni e pianti,
sospir', paura, vergogna, ira e disdegno.
Così avessi io il tuo regno     
conosciuto e la vita delli amanti,
quel dì che i casti e i santi
pensier' miei in tutto volsi
a te, che dimostravi darmi pace,
quando me a me tolsi,     
che quanto fu più presto men mi piace!
    Io m'ero sanza alcun riserbo dato,
e per più vero segno
della mia intera, pura e vera fede,
non prezzo alcun, ma il cor li die' per pegno,     
e 'l dominio e lo stato
di me libero prese, ove ancor siede:
sperando che merzede
dovessi aver de' mia gravosi affanni,
e di mille promesse che almeno una     
fusse vera, e Fortuna
qualche volta mutassi volto e panni.
Or la fatica e li anni
mi veggio avere al tutto
perduti e l'età mia florida e verde,     
sanza altri fiori o frutto,
ché 'l tempo più che un tratto non si perde.
    Ma non è maraviglia s'io fu' giunto,
semplice e giovinetto,
sotto tale esca mi mettesti l'amo!     
Perché non mortal cosa per oggetto
mi desti, l'ora e 'l punto
che facesti che ancor servo mi chiamo,
perché chi mi fe' gramo
cosa divina parve agli occhi miei;     
né credo che ingannar potessi o voglia.
Onde e pianti e la doglia
ch'io ho sofferti per seguir costei
già corsi solar' sei,
mi fûr piacer; ma ora     
ch'io veggo esser fallace ogni mia spene,
sendone al tutto fora,
Amore io lascio i lacci e le catene,
    e do le vele mie a miglior vento,
ché in sì crudel tempesta     
non era il navicar sanza periglio.
Lascio la vita lacrimosa e mesta
e 'l faticoso stento,
e nuova via, altro governo piglio;
e con miglior consiglio     
reggo la barca mia fra le salse onde,
ch'era già sì vicina ad uno scoglio.
Per altro mare ir voglio,
la stanca prora vo' drizzar d'altronde,
ove non si nasconde     
sicur riposo e porto,
che poco inanzi m'era sì lontano.
Fammi il passato accorto,
e la fatica e 'l tempo perso invano.
    E' mi si aghiaccia nelle vene il sangue     
quando or meco ripenso
la dura vita perigliosa e ria.
E come quasi perde ciascun senso
chi un venenoso angue
passando calca in mezzo ad una via,     
che poi via più che pria
teme, già sendo del pericol fore,
non conoscendo il male allor quando era,
e quella crudel fera,
la qual calcata avea con franco core,     
rimira con maggiore
temenza, già sicuro;
così riguardo il mio viver indrieto,
rigido, impio, aspro e duro,
né so ben qual son più, pauroso o lieto.
    Canzona, poiché abbiam mutato stile
non far l'usata via:
conforta a libertà l'alma gentile.


LXVIII

Sonetto fatto per uno amico innamorato di nuovo, che lo mandò alla dama

    Sì presto il ciel mai vidi alluminarsi
Quando Giove dimostra le sue armi,
né sì veloce un mutar d'occhio parmi,
come, veggendo voi, di subito arsi;
    e non sendo i be' lumi a me più scarsi
a darmi pace che fussi a·llegarmi,
volendo quel, che dimostroron, farmi,
spero gli amari pianti dolci farsi.
    E benché spesso sia Amor fallace,
e vana la speranza, e pien d'inganni
a' semplicetti amanti tal sentiero,
    pur gli occhi suoi, che mi promisson pace,
so non mi terran troppo in questi affanni
e manterran quel ch'io sol bramo e spero.


LXIX

Sonetto fatto al duca di Calavria in nome di una donna

    Bastava avermi tolto libertate
e dalla casta via disiunta e torta,
sanza volere ancor vedermi morta
in tanto strazio e in sì tenera etate.
    Tu mi lasciasti sanza aver pietate
di me, che al tuo partir pallida e smorta,
presagio ver della mia vita corta,
restai, più non prezzando mia beltate.
    Né posso altro pensar, se non quell'ora
che fu cagion de' mia süavi pianti,
del mio dolce martìre e tristo bene;
    e se non fussi il rimembrare ancora
consolator delli affannati amanti,
morte posto avre' fine a tante pene.


LXX

Sonetto fatto per alcuni poeticuli che dicevano Bartolomeo Coglione dovea far gran cose, che in fine si risolverono in fumo

    L'impio Furor nel gran tempio di Giano
orrido freme, sanguinoso e tinto:
con mille nodi relegato e vinto,
cerca disciorsi l'una e l'altra mano.
    E certamente e' s'affatica invano,
perché chi s'ha per lui la spada cinto,
già tante volte è superato e vinto,
che, se egli è vil, parer non vorrà insano.
    Dunque resterà pure arido e secco,
quanto per lui, Parnaso e 'l sacro fonte,
né però vizierassi il verde alloro.
    Conóscesi oramai la voce d'Ecco,
né 'l curro più domanderà Phetonte,
ma fia quel della fata e del tesoro.


LXXI

Sonetto fatto pel duca di Calavria, quando la Signoria andò al Bagno

    - Tu eri poco inanzi sì felice,
or se' privata d'ogni tuo onore,
o patria nominata dal bel fiore:
qual fato tanto bene or ti disdice? -
    - Lassa, ché chi mi fa tanto infelice
mantenne sempre nel mio cerchio Amore!
Or s'é partita, e con lei fugge e more
ogni ben, né star lieta più mi lice.
    Così sempre farò, finché Fortuna,
che tolto ha 'l mio tesor, non mel ritorni
e mi rimetta la mio stato primiero.
    Ogni bene, ogni onor posto ho in questa una;
lei può far lieti e tristi i nostri giorni,
né io' sanza esser felice: e spero! -
     


EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Lorenzo De' Medici - Opere", a cura di Tiziano Zanato, NUOVA UNIVERSALE EINAUDI, Giulio Einaudi editore, Torino, 1992







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